Riccardo Calafiori contro la Lazio (foto LaPresse)

Olive #11

La via indiretta di Riccardo Calafiori

Giovanni Battistuzzi

Doveva essere il terzino sinistro della Roma e della Nazionale italiana per oltre un decennio. Non è andata così. Ora al Bologna si è ritrovato difensore centrale e tutto sembra andare ancor meglio

A forza di sentirsi dire di essere un predestinato, si corre il rischio di pensare che la strada sia dritta e che non possa prevedere svolte, incroci, rotatorie. Chi pedala sa bene che tra un punto A e un punto B la via più corta può non essere la preferibile, che a volte è meglio aggiungere qualche chilometro per evitare di ritrovarsi senza fiato e senza gambe su di uno strappo troppo duro da affrontare.

Riccardo Calafiori è sempre stato considerato un predestinato, uno del quale si diceva, già dai quindici anni, che avrebbe occupato la fascia sinistra della Roma e della Nazionale per oltre un decennio. Perché quello era il suo ruolo, terzino sinistro, e quello il suo futuro. Le cose non sono andate così, il rettifilo si è trasformato in un reticolato e Riccardo Calafiori si è trovato a dover usare le sue abilità di gestione del manubrio della bicicletta. Soprattutto studiare la planimetria e capire quale fosse la strada migliore da seguire. Ed era una strada che portava lontano da Roma. E che portava lontano, ma questo non era previsto, dalla fascia sinistra della difesa.

Difendere bene l'ha sempre saputo fare. E non è scontato per un terzino di questi tempi. Ci vogliono oltre al talento pure corsa, capacità di attesa e colpo d'occhio per riuscirci, e queste abilità lui le ha sempre avute. Nel settembre del 2018 l'allora commissario tecnico della Nazionale under 17 aveva detto che Riccardo Calafiori aveva la capacità di “coprire tutta la fascia, essere prezioso nella fase offensiva e sempre attento in quella difensiva. Ha qualità eccellenti sia nella lettura dell'azione avversaria che nella capacità di marcatura e contrasto. Ci sono pochi calciatori che sanno fare tutto questo. E non solo in Italia”.

Riccardo Calafiori poche settimane dopo quelle parole si ritrovò disteso a terra sul campo Agostino Di Bartolomei di Trigoria con un dolore atroce al ginocchio a causa di una brutta entrata di un avversario. Non fu quello comunque il momento peggiore di quel giorno. Arrivò la diagnosi: rottura di tutti i legamenti del ginocchio sinistro, dei menischi e della capsula. In pratica il referto era un messaggio che nessun giocare vorrebbe sentire: rischi di non poter più tornare a giocare a calcio.

Ci mise un anno a riprendersi, tornò. E sempre lì dove aveva desiderato essere: alla Roma. Ci rimase, fece di tutto per farsi trovare pronto, ci riuscì. Era una bella storia di redenzione quella di Riccardo Calafiori. Una bella storia, ma fino a un certo punto. Mancava il colpo di scena, la svolta inattesa – e quindi attesissima – della trama. Non è mai arrivato. Riccardo Calafiori giocava poco e senza mai dare l'impressione di essere davvero quel ragazzo che avrebbe dovuto occupare la fascia della Roma e della Nazionale per oltre un decennio.

Gli abbagli collettivi nel calcio ci sono sempre stati. Ci si è sempre basati troppo sul sentito dire e su sporadiche osservazioni. E questo ben prima dei video su YouTube e social. Ci si è sempre basati troppo sulle abilità tecniche e fisiche, e troppo poco, quasi per nulla, sull'unica cosa che fa davvero la differenza, ossia la capacità di far spallucce alle aspettative e del fregarsene completamente della possibilità di fallire. Nereo Rocco la chiamava “l'arte del muso da mona” e per lui non ci poteva essere un grande giocatore “senza gaver el muso da mona, perché xé tuto quel che conta”.

A ventuno anni Riccardo Calafiori ha ancora da dimostrare di aver “el muso da mona”, gli indizi raccolti finora però dicono che potrebbe averlo. Senz'altro ha l'intelligenza di chi sa mettersi in gioco, la capacità di scegliere cosa è, o meglio potrebbe, essere più funzionale per la sua crescita.

Un anno fa aveva scelto di andarsene da Roma e raggiungere la Svizzera e giocare per il Basilea. Poteva essere un errore, furono molti a considerarlo tale, un passo indietro in una carriera che non era ancora quasi iniziata. Non era così. Era una scelta ragionata e quindi azzeccata: “Quella in Svizzera è stata un'esperienza fondamentale per la mia crescita calcistica e personale. Una scelta che rifarei, perché mi ha permesso di avere continuità: cerco sempre di andare in squadre in cui posso avere spazio”, ha detto in un'intervista al sito della Figc dopo la sua convocazione per le prossime partita dell'Italia under 21.

Una scelta che ha riproposto in estate, nonostante più di una squadra di altissimo livello avesse pensato a lui: “Ho saputo dell'interesse di club magari più blasonati, ma sarei andato a fare la metà delle partite. Ho scelto Bologna, ho firmato per quattro anni e sono contentissimo di giocare per il Bologna”.

Ha scelto Bologna per la società, per le promesse che gli erano state fatte, soprattutto perché aveva intuito di avere bisogno di un uomo, ancor più che un allenatore, come Thiago Motta.

Il tecnico l'ha vagliato nelle prime settimane, ha lavorato su di lui, ha provato a capirlo come giocatore e come persona. Alla fine ha scelto di reinterpretarlo. Non più terzino, ma centrale difensivo. Gli ha spiegato cosa si aspettava da lui, cosa avrebbe dovuto fare, consapevole che chi aveva davanti avrebbe avuto la capacità di rimettersi in gioco e l'intelligenza per capire cosa gli stava dicendo.

È andato tutto bene, a meraviglia. D'altra parte le capacità di Riccardo Calafiori erano evidenti e di ottimo livello. Le stesse che aveva ben intuito cinque anni prima Carmine Nunziata.

    


 

Anche quest'anno c'è Olive, la rubrica di Giovanni Battistuzzi sui (non per forza) protagonisti della Serie A. Piccoli ritratti, non denocciolati, da leggere all'aperitivo. La prima giornata è stato il momento di Jens Cajuste (Napoli). Il secondo appuntamento è stato dedicato a Luis Alberto (Lazio); nella terza giornata vi ha tenuto compagnia Ruggiero Montenegro con Federico Chiesa (Juventus); nella quarta è stato il turno di Andrea Colpani (Monza); nella quinta di Romelu Lukaku (Roma); nella sesta è sceso in campo Yacine Adli (Milan); la settima puntata è stato il momento di Albert Gudmundsson (Genoa); nell'ottava di Giacomo Bonaventura (Fiorentina); la nona ha visto scendere in campo Zito Luvumbu (Cagliari); la decima Matias Soulé (Frosinone). Trovate tutti gli articoli qui.

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