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il foglio sportivo

Michele Uva ci racconta “come fare stadi all'avanguardia con cifre ridotte”

Alberto Brandi

Nel libro scritto (con Maria Luisi Colledani) da uno dei migliori manager sportivi italiani, attualmente direttore della sostenibilità in Uefa, ci sono tante idee

You feel at home. Anche quando si parla di stadi, gli inglesi sono maestri come nel calcio giocato. Lo stadio come sentirsi a casa, un’aspirazione che vale per tutti, non solo per chi scende in campo, anzi soprattutto per chi il campo lo guarda dal vivo o da remoto. Lo stadio smart che parla con tutti visto come fonte di ricavi (almeno il 15 per cento di quelli totali), lo stadio sostenibile per l’impegno economico, per il suo impatto ambientale e sociale. All’estero si muovono come gazzelle: in Europa negli ultimi dieci anni sono stati costruiti 103 nuovi impianti e 30 sono stati ristrutturati. L’Italia ha invece il passo del bradipo e chi pensava che il moderno Juventus Stadium, inaugurato nel settembre del 2011, dovesse essere il primo di una lunga serie di nuove case di proprietà è stato sommerso da ipotesi, progetti, studi di fattibilità costati milioni, rendering e soprattutto parole, parole, parole.

 

Ci vogliono nuovi stadi e che siano smart, al passo coi tempi, polifunzionali come il New White Hart Lane del Tottenham di cui si racconta nel servizio sopra. Impianti che siano fruibili sette giorni su sette come la Johann Cruyff Arena di Amsterdam che coinvolge 35 milioni di persone durante l’anno. Sono alcuni degli esempi ben sviluppati nel libro “Soldi vs Idee” che Michele Uva, uno dei migliori manager sportivi italiani, attualmente direttore della sostenibilità in Uefa, ha pubblicato con la giornalista Maria Luisi Colledani per la Mondadori. Un volume che guida il lettore verso il calcio del futuro, evidenziando gli errori di ieri e di oggi con la speranza che non vengano perpetrati. 

 

Uva, quanto è importante per l’Uefa l’argomento stadi?
“Tantissimo, basti pensare che mettiamo a disposizione le nostre competenze per aiutare tutti i club e le federazioni che vogliono affrontare la costruzione o la ristrutturazione di un impianto. Lo scorso novembre a Mainz, in Germania, abbiamo presentato le nostre linee guida sulle infrastrutture sostenibili, 240 pagine che servono come vademecum per chi si accinge a costruire uno stadio. La settimana prossima, per esempio, avremo un incontro con chi si occuperà della progettazione del nuovo stadio di Firenze e col comune".

 

Il consiglio principale? 
“Avere profondità di pensiero. Guardare 10/15 anni avanti. Il primo approccio è questo, legato alla visione del futuro. Come vorrà vivere e di cosa avrà bisogno la gente in futuro? Quali saranno le sue esigenze? Trovando la risposta a queste domande prima di sviluppare il progetto potrà portare ad avere un impianto moderno e sostenibile nel tempo”. 

 

Fuori dalle lungaggini italiane, da noi più della metà degli stadi sono sottoposti a sei regimi di tutela e la burocrazia ci mette del suo, ci sono modelli da seguire? 
“Non può esserci un modello unico per tutti gli stadi. È figlio del territorio dove nasce, del suo contesto sportivo, sociale e culturale. Per esempio non è detto che l’Allianz Arena di Monaco, cito uno stadio tra i più moderni, sia il giusto esempio a cui ispirarsi per una città come Milano”. 

 

Ci sarà qualche stimolo che possiamo prendere dall’estero... 
“Mi viene in mente un gioiello: è lo stadio dell’Espanyol a Barcellona, nell’area Cornellà-El Prat, 40mila posti, l’Uefa gli ha assegnato 4 stelle per i suoi servizi. Sapete quanto è costato? 60 milioni ed è stato inaugurato tredici anni fa. Vogliamo aggiungerci un po’ di inflazione e diciamo 80-100 milioni di oggi? Ecco, si possono fare stadi all’avanguardia con cifre accettabili”.

 

Impegno economico a parte, costruire uno stadio ai giorni nostri non significa più rispondere solo a concetti architettonici... 
“Nel nostro libro trovate un’infografica a forma di pallone con all’interno 84 termini di sostenibilità applicabili a uno stadio. C’è di tutto: dalla facilità dell’acquisto dei biglietti all’uso limitato della plastica, dai trasporti pubblici al car-sharing, dall’irrigazione alla ventilazione naturale fino a tanti altri aspetti fino a oggi molto considerati nella società e nella vita di tutti giorni ma meno nel calcio. Mi viene in mente lo stadio del Betis a Siviglia, il Benito Villamarin, che un mese fa ha ospitato il match col maggior numero di disabili presenti: 3.500 con posto e ausilio per tutti”. 

 

Si è solo spesso associata la costruzione di nuovi impianti ai grandi eventi. Però le ultime scelte vanno verso l’organizzazione delle manifestazioni in sedi con impianti già esistenti per evitare l’aumento delle emissioni. È un’opportunità persa per chi attende nuovi stadi dalle manifestazioni europee o mondiali? 
“No, tutt’altro. Il grande evento è diventato un volano non solo per le infrastrutture, ma per lo sviluppo del calcio e di tutto il territorio. Restando vicini agli stadi, ripenso a Francia e Germania che hanno approfittato dell’organizzazione dei Mondiali femminili per gli interventi sugli stadi medio-piccoli. Questo è servito per ridurre il divario tra le società “che possono” e “quelle che non possono”. Perché il calcio per sopravvivere necessita di ragionare e crescere come sistema. Il calcio è un modello economico complementare: le grandi squadre hanno bisogno delle piccole e viceversa”.

 

La certezza è che se il nostro calcio vorrà tornare ai massimi livelli di competitività attirando investitori stranieri dovrà per forza affrontare seriamente la carenza di impianti adeguati. Nella dolce attesa, il Manchester City può pagarsi l’ingaggio di Haaland ospitando matrimoni nel suo Etihad Stadium.

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