Andrea de Adamich nel 1972 (foto LaPresse)

il foglio sportivo

“Quando dissi di no a Enzo Ferrari”. Parla Andrea De Adamich

Umberto Zapelloni

Gli 80 anni dell'ex pilota e commentatore televisivo: “Noi in pista ci rispettavamo ed eravamo amici, oggi invece...”. I più forti? "Jackie Stewart e Juan Manuel Fangio. E poi Lewis Hamilton, anzi Alain Prost"

Gli ottant’anni di Andrea De Adamich non sono stati banali. Li ha riempiti di corse, di idee, di progetti. È pure diventato padre per la terza volta all’età in cui il resto del mondo fa il nonno. Gli serve per sentirsi ancora giovane, come quando aveva provato a correre di nascosto dalla famiglia, senza pensare che poi a casa sarebbero arrivate le fotografie delle sue imprese con la Triumph TR3 che gli avevano regalato i genitori per la maturità. Al volante non ha fatto differenze: rally, gare in salita, gare di regolarità, Turismo, Prototipi, Can Am, Formula 1, 2 e 3. “Solo a Indianapolis non ho mai corso…”, racconta con una punta di orgoglio. Andava veloce, ma con il passare del tempo ha preferito la sicurezza, inventandosi la Scuola di Guida Sicura che ancora oggi dirige a Varano, la sua nuova casa dopo i natali a Trieste e la gioventù a Milano. Pilota, manager, commentatore televisivo, l’alternativa di Italia 1 alle telecronache di Mario Poltronieri sulla Rai. L’esempio di come si possa costruire una carriera di successo dopo essere stato uno sportivo. Ha corso negli anni Sessanta e negli anni Settanta, in un periodo in cui portare a casa la pelle era già una grande vittoria.

De Adamich se l’è vista brutta due volte, prima a Brands Hatch e poi a Silverstone, ma ha visto morire tanta gente attorno a lui. “Sono stato un pilota che ha fatto la gavetta senza partire dai kart perché ai miei tempi non c’erano. Ho corso su ogni tipo di macchina. Ho cominciato con le autosciatorie non ho più smesso… Ho guidato tanti di quei tipi di vettura che non credo ce ne siano altri come me. Oggi poi sono tutti iper specializzati. Preferivo la pista alla strada perché mi piaceva il confronto diretto, il corpo a corpo con il mio avversario, vedere chi staccava dopo… Nei rally o nelle gare in salita non sai mai quanto stai andando nei confronti del tuo avversario. Mi capitò anche la prima volta che provai una Ferrari a Modena… Pensai questo non è il mio mestiere e invece ero solo seduto male, poi una volta che mi hanno adattato il sedile ho cominciato ad andare fortissimo”.

 

“Ai miei tempi il corpo a corpo era fatto da piloti che si rispettavano in gara e nella vita, cosa che per me oggi non esiste più. Vedi gente come Verstappen o altri che entrano in curva sperando che l’altro si spaventi e li lasci passare. Noi rischiavamo la vita ogni volta e cercavamo di non aggiungere rischi a quelli che già ci prendevamo. Oggi rischiano, tanto sanno che non avranno conseguenze. Le corse ai miei tempi erano pericolose, ho visto morire tanta gente. Quando vedevi del fumo alzarsi in pista pensavi ‘speriamo che il pilota sia uscito’. Poi la seconda volta che passavi accanto a un’auto capovolta la vedevi solo come un ostacolo da evitare. Non dobbiamo essere ipocriti, ho visto bruciare Giunti a Buenos Aires, Bonnier, Peterson, Revson, Rodriguez, Siffert morire in pista, Helmuth Marco perdere un occhio. Quando sono rimasto bloccato per 52 minuti con le gambe rotte a Silverstone per un incidente causato da Scheckter che tra l’altro non si è mai scusato con me, ricordo che pensai ma guarda Williamson ha la macchina più conciata della mia e non si è fatto nulla. Potevo rompermi una gamba io e un braccio lui… Poi la gara dopo io ero ancora in ospedale, lui è morto bruciato, io sono rimasto quattro mesi su una sedia a rotelle. Ma il culo vero, lasciatemelo dire perché solo fortuna non basta, l’avevo avuto a Brands Hatch con la Ferrari quando alla corsa dei campioni mi ruppi due vertebre… tralasciando la trascuratezza dei medici inglesi che mi lasciarono tornare a casa finii al Pini a Milano dove mi misero una Minerva Imperiale di gesso”. Una mummia praticamente. Mangiava con una cannuccia grazie ad un dente scheggiato. “Tolto il gesso e messo un collarino andai a vedere il Lotteria a Monza e incontrai Ferrari. Ho una foto in cui da come mi guarda si capisce che non credeva più in me… Ma me la fece sporca. Avevo un contratto per l’anno dopo, ma lui durante la conferenza di fine anno, mentre io ero in Argentina a correre e vincere, disse che gli avevo mandato un telegramma in cui annunciavo di aver firmato per l’Alfa. Un’invenzione. Quando tornai e andai da lui mi propose 8 gare in F1 e tutta la stagione in F2, ma io non sentivo più la sua fiducia, dissi no grazie e me ne andai… Sentivo che il mondo Ferrari non sarebbe più stato per me. Forse ho sbagliato”.

“Alla mia epoca prima diventavamo uomini, poi piloti. Oggi cominciano da bambini e non smettono più. Lasciano la scuola e mai che a qualcuno venga l’idea di prendersi un tutor per studiare. Quando commentavo la Formula 1 per Mediaset mi capitava di viaggiare in prima classe accanto a molti piloti. Non uno che leggesse un libro, c’era chi stava nove ore con i primi video game, quelli con la pallina che rimbalza contro un muro. Una volta mi chiesero di presentare un evento al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, quando accompagnai un pilota di cui non faccio il nome, mi sentii chiedere: ma chi è questo Leonardo da Vinci?”.  

 

De Adamich spinge sull’acceleratore dei ricordi: “D’estate venivano a casa mia a Levanto, Emerson Fittipaldi, Carlos Reutemann, Ronnie Peterson, Dennis Hulme, John Surtees prima che gli togliessi il saluto perché mi fregò sponsor e motori (ma lo battei poi in tribunale). Non c’era l’autostrada si facevano il Bracco con le mogli e arrivavano. Andavamo in pizzeria, in barca. Ve lo immaginate oggi Hamilton a Levanto? Eravamo amici. Ricordo le cene a Londra alla vigilia di Natale per il British Racing Drivers' Club. C’era un rapporto tra di noi che oggi forse non esiste più. Eravamo amici. Ai miei tempi dovevamo scegliere tra dieci molle, oggi passano ore sulla telemetria e in riunioni tecniche”.

È tempo che i ricordi del pilota lascino spazio ai giudizi del pilota diventato commentatore. Il suo podio ideale è una sorpresa: “Jackie Stewart come persona, come pilota, come essere umano. Parlava di sicurezza senza peli sulla lingua. Poi Juan Manuel Fangio anche se non l’ho visto correre da vivo l’ho conosciuto bene. Ha guidato in un’epoca diversa con auto ancora più pericolose. Come terzo vorrei metterci Hamilton, ma secondo me ha una vita privata che non corrisponde all’immagine del pilota che dovrebbe essere invece specchio di sicurezza e concentrazione. Non mi sembra sia così. Allora al terzo posto metto Alain Prost”. Un podio inaspettato che esclude Senna e Schumacher. Una scelta che merita una spiegazione: “Schumacher è stato un grande pilota, ma una delle sue fortune è stata quella di guidare una grande macchina, una Ferrari con cui nel 1999 stava vincendo il titolo anche Irvine che era un pilota medio. Anche Lauda ha avuto la stessa fortuna. Hanno vinto grazie alle loro auto invincibile. Senna è stato un grandissimo pilota se pensiamo ai risultati ottenuti con macchine inferiori, però aveva due difetti: l’arroganza tipica di una famiglia ricca brasiliana e poi è stato il primo pilota a fare anche l’attore, pensate a quella scena sul podio a Interlagos. Diceva di non riuscire ad alzare la gomma perché negli ultimi giri il cambio lo aveva tradito lasciandogli solo la sesta quando invece faceva gli stessi tempi dei giri primi”. Non resta che dire qualcosa sulla nuova generazione di piloti emergenti: “Forte vanno tutti forte, ma il problema dei piloti di oggi è che se si tolgono la tuta e il casco e vanno in Monte Napoleone nessuno li riconosce… Norris, Gasly chi li riconosce in borghese? Hanno fisionomie anonime. Senna e Schumacher li riconoscevi anche per quello”. E i ferraristi: “Io dico che qualche anno fa avessero avuto Ricciardo al posto di Vettel avrebbero vinto il Mondiale. Lui e Alonso hanno mancato un po’ di cattiveria agonistica, hanno perso un po’ di grinta. Leclerc mi sta sorprendendo. Sono rimasto stupito dal suo contratto così lungo. Pensavo che Sainz gli sarebbe girato attorno, invece il monegasco è bravo, grintoso, veloce. Lui e Sainz vanno  forte, ma credevo che lo spagnolo sarebbe stato più veloce di Leclerc. Charles assomiglia ancora un po’ al Verstappen giovane e qualche volta si infila ancora dove non può passare… è ancora un po’ troppo aggressivo, ma la coppia mi piace”. Mai banale. Buon compleanno.

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