Un momento della cerimonia di chiusura dei Giochi Paralimpici di Rio 2016 (foto LaPresse) 

Il Foglio sportivo

Tokyo 2020 non è ancora finita. Cominciano le Paralimpiadi

Moris Gasparri

Non più solo “un mondo a parte”. Questa  può essere l’edizione della normalizzazione agonistica dello sport paralimpico

Passata la sbornia (ma passerà davvero mai?) delle emozioni olimpiche azzurre, il quinto appuntamento di questo viaggio da Olimpia a Tokyo ritorna nella capitale giapponese per l’epilogo. Prende il via la sedicesima edizione dei Giochi Paralimpici. Vale la pena spendere qualche riflessione su un mondo cresciuto in maniera esponenziale sotto il profilo mediatico nell’ultimo decennio, ma che merita di essere apprezzato in maniera profonda, e collocato sotto la giusta lente storica. Il primo pensiero generato dall’imminenza dell’appuntamento paralimpico è quello del valore della partecipazione, fin qui il modo simbolico principale con cui questo evento si è imposto all’attenzione globale. A differenza dei colleghi olimpici, nel caso degli atleti paralimpici la vittoria non è infatti l’ottenimento di pochi; partecipare alle gare è già il segno di un successo ottenuto sul proprio destino avverso, sia esso genetico o traumatico. Gli atleti paralimpici sono tutti a vario titolo dei vincitori, e la vittoria che alcuni di loro conseguono nelle gare è una seconda vittoria, che serve ad amplificare la prima.

Se questa è la base ferma e ovvia che ha guidato e guida lo sviluppo di questo movimento, gradualmente ci stiamo avviando a una sua trasformazione. Quella di Tokyo potrebbe essere l’edizione della piena normalizzazione agonistica dello sport paralimpico: non più solo un “mondo a parte” da raccontare per il suo grande valore umano ed emotivo, per le molteplici storie d’ispirazione e di riscatto, a volte con eccessi retorici comprensibili, ma anche un mondo da vivere con la normale ritualità agonistica delle giornate olimpiche: il controllo degli atleti italiani in gara, il borsino dei medagliabili, la ricerca degli orari, la visione delle gare, l’esultanza per le medaglie, il godimento per i momenti trionfali, lo sguardo costante al medagliere, l’ammirazione del talento sportivo e delle sue infinite possibilità.

Foto LaPresse

Gli atleti paralimpici stanno diventando sempre più “atleti”, e sarà interessante alla fine dell’evento analizzare i dati delle audience televisive e delle interazioni social per cercare una conferma a questa tesi. In chiave italiana, va letta in quest’ottica la grande novità dell’apertura dei gruppi militari anche agli atleti paralimpici, una trasformazione radicale che segna la crescente professionalizzazione di questo mondo, o il protagonismo social di sempre più ragazzi e ragazze che tra qualche giorno saranno protagonisti a Tokyo (un nome su tutti, Veronica Plebani), non solo di quelli già vincenti e affermati.

Certo, ci sono ancora degli ostacoli verso questa normalizzazione. Lo studioso americano Andrej Markovits è solito paragonare gli sport alle lingue. La difficoltà di un europeo appassionato di calcio alle prese con il baseball è paragonabile alla difficoltà di un cittadino straniero alle prese con l’apprendimento e lo studio una nuova lingua: l’impatto iniziale è di rigetto, la familiarizzazione richiede tempo e impegno. Questo vale anche e soprattutto per lo sport paralimpico, che ha nella complessità delle tante categorie di gara, legate a precise valutazioni mediche (spesso foriere di contrasti e dispute giuridiche), un ostacolo per gli spettatori. Acquisire familiarità con le tante tipologie di disabilità rappresentate nell’universo delle competizioni paralimpiche non è semplice e immediato, così come non lo è maturare uno sguardo che non sia puramente compassionevole verso i tanti modi in cui la vita sa essere ingiusta, ma al contrario appassionato dei tanti modi in cui mente e corpo (in molti casi quello che resta del corpo) possono generare e produrre nuove possibilità in reazione a eventi traumatici. Niente più dello sport paralimpico esprime questa dimostrazione scenica del corpo e della mente come possibilità, e questo rappresenta uno dei motivi del suo fascino (nota personale: proprio per questi motivi ho una predilezione per la stella del futsal per non vedenti, il brasiliano Jefinho, precipitatevi su Youtube se non lo conoscete).

 

L’interesse per lo sport paralimpico ha anche degli aspetti futurologici, in cui serve ricorrere alla filosofia. L’uomo è il corpo, come diceva Leopardi, e in epoca moderna la relazione maggiore con il corpo è quella degli atleti, che in società sempre più automatizzate e “sedentarizzate” sono le figure eredi della fatica arcaica e delle abilità fisiche e coordinative sviluppatissime dell’umanità primitiva impegnata nella caccia e nel raccolto. Lo sport paralimpico esprime invece una relazione tra corpo e agonismo tutta proiettata al futuro e modellata dal crescente impatto biologico delle tecnologie. Il corpo umano, come scriveva il filosofo francese Jean Luc Nancy, non è più da tempo un corpo naturale, è e sarà sempre di più un corpo protesico, non solo nella parte invisibile degli organi interni (i pacemaker ad esempio), ma direttamente in quella esteriore e visibile, come ad esempio nel caso degli esoscheletri che sempre più frequentemente stanno comparendo nelle dotazioni per il personale delle grandi aziende manifatturiere (da questo punto di vista non sorprende che l’azienda leader delle protesi per lo sport paralimpico sia tedesca). Ovviamente non bisogna accelerare i tempi. Il costo economico delle protesi adatte alla pratica sportiva, specie se di alto livello, rappresenta ancora oggi una barriera fortissima all’accesso al mondo sportivo delle persone con disabilità (su questo tema è opportuno citare il meritorio lavoro svolto nel nostro paese dal progetto Ogni Sport Oltre della Fondazione Vodafone). Tuttavia il grande scenario dell’integrazione agonistica con gli atleti normodotati per alcune categorie paralimpiche, già prefigurato nella vicenda di Pistorius e parzialmente in quella del saltatore in lungo tedesco Markus Rehm, è un tema destinato a ripresentarsi con forza nei prossimi decenni, soprattutto in conseguenza di questi grandi cambiamenti tecnologici. 

 

L’ultima riflessione riguarda lo sport italiano, in forte debito di riconoscenza con le sue icone paralimpiche, che nel decennio appena trascorso sono state una delle poche realtà capaci di ottenere un impatto globale, soprattutto attraverso le vicende di Alex Zanardi e Bebe Vio. Nel caso della schermitrice veneta abbiamo anche assistito a uno dei primi casi in cui un’atleta paralimpica è divenuta icona del marketing. Anticipiamo un momento che si preannuncia foriero di storia: la finale dei 100 metri femminili della categoria T63, prevista per sabato 4 settembre, dove esiste la concreta possibilità di un podio tutto azzurro, con l’oro di Rio 2016 Martina Caironi che se la vedrà con Monica Contrafatto, la cui storia è prepotentemente tornata alla ribalta in questi giorni per via della grave lesione alla gamba destra riportata nel marzo del 2012 in un combattimento militare in Afghanistan, che le provocò l’amputazione dell’arto, e con l’astro nascente Ambra Sabatini, diciannovenne toscana che lo scorso febbraio ha strappato proprio a Caironi il record del mondo. Più in generale ci sono grandi aspettative sulla spedizione azzurra, non solo perché sarà la più numerosa di sempre, in perfetto parallelo con quella olimpica, ma anche per i risultati eclatanti conseguiti dalla nazionale di nuoto ai Mondiali di Londra due anni fa (nuoto e atletica rappresentano la parte ampiamente maggioritaria delle gare in programma a Tokyo), conclusi al primo posto nel medagliere finale, risultato storico per il movimento italiano. 

C’è qui un tema interessante. Più o meno allo stesso modo in cui l’Italia riesce a essere una nazione dalla grande tradizione di successi e affermazioni olimpiche nonostante sia priva di una cultura sportiva diffusa e incarnata nella mentalità delle sue classi dirigenti e del suo sistema educativo, l’Italia è un paese dalla grande cultura paralimpica (in campo europeo superiore ad esempio rispetto alla Francia), ma con ancora molti ritardi sia sul fronte dell’abbattimento delle barriere architettoniche che in quello della promozione della pratica sportiva inclusiva (nonostante evidenti miglioramenti su questo fronte negli ultimi anni).

Ma c’è una ragione ulteriore di importanza italiana nello sviluppo mondiale di questo movimento, legata alla storia. I Giochi Paralimpici devono la loro esistenza allo spirito tenace e visionario di un medico tedesco di origine ebraica nato nell’Alta Slesia, Ludwig Guttmann, riparato a Londra nel 1939 per sfuggire alle persecuzioni naziste, la cui vicenda umana è ora raccontata da Roberto Riccardi in un bel libro uscito da poco, Un cuore da campione (Giuntina, 2021). Nel 1944 gli venne affidata dal governo inglese la direzione del Centro nazionale di ricerca sulle lesioni al midollo spinale, presso Stoke Mandeville, località di campagna vicino Londra, in cui cominciò a sperimentare in particolar modo sui feriti di guerra che avevano partecipato al D-Day attività rieducative che avessero al proprio centro l’esercizio fisico e lo sport. Fu questo il modo per trasformare progressivamente delle vite di scarto in vite recuperate alla normalità. Negli stessi anni, sull’altra sponda dell’Atlantico le intuizioni di Guttmann vennero fatte proprie anche da alcuni veterani americani inventori del basket in carrozzina, esperienza già ricordata sul Foglio Sportivo nella classifica degli Sport Thinkers 2020 attraverso l’importante libro del giornalista americano David Davis, Wheels of courage (Center Street, 2020). Nel 1948 due squadre di basket in carrozzina si sfidarono addirittura al Madison Square Garden, l’episodio che accese l’attenzione dell’opinione pubblica su questo mondo nascente. Ma la trasformazione di queste esperienze pionieristiche nate tra Inghilterra e Stati Uniti in una grande agone internazionale associato ai Giochi Olimpici è merito di un medico italiano troppo poco conosciuto e ricordato, Antonio Maglio, grande amico di Guttmann, a cui dobbiamo l’introduzione nel nostro paese dello sport per le persone con disabilità, ma soprattutto, sfruttando il suo ruolo in un ente come l’Inail, l’opera di convincimento sulle élite politiche per dare vita alla prima edizione delle Paralimpiadi, avvenuta proprio a Roma 1960.

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