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I ragazzi non stanno mica fermi

Fabio Pagliara e Livio Gigliuto

Dopo il lockdown sono tornati a fare sport. Idee per non perdere lo slancio

Al direttore - A volte incompresi, spesso sottovalutati, quasi sempre vittime dell’impostazione gerontocratica del sistema Italia: i giovani, in Italia, vengono ancora percepiti come un “problema”, nella migliore delle ipotesi, o peggio ignorati.

La giovane età è vittima del pregiudizio dell’inesperienza, della incapacità sancita dall’anagrafe, piuttosto che dalla realtà dei fatti. Eppure questi giovani hanno dimostrato in un momento di grande crisi di saper resistere, di adattarsi al cambiamento, di continuare a puntare sulla formazione più di quanto non facessero i loro genitori e i loro nonni, catapultati molto presto nel mercato del lavoro. 

Sul rapporto fra Generazione Z e Millennial e futuro si è soffermata in piena pandemia una indagine condotta da Istituto Piepoli, che ha utilizzato lo sport, la salute e la città come indicatori per comprendere l’attitudine al cambiamento delle nuove generazioni.

E i risultati, per molti aspetti sorprendenti, non potevano non tenere conto dell’emergenza pandemica, del lockdown e delle conseguenze dello stesso sui rapporti sociali.

Nel corso dell’ultimo anno, i giovani italiani sono diventati più “spirituali”, più attenti a una dimensione valoriale che sembrava sepolta sotto il peso della secolarizzazione e della virtualizzazione dei rapporti interpersonali. Uno su quattro ha persino recuperato la vecchia abitudine di tenere un diario, che sembrava relegata all’archeologia dell’introspezione.

E sono proprio i più giovani, in questi mesi, a preferire l’attività sportiva all’aria aperta (il 37 per cento dei ragazzi italiani ha praticato sport all’aperto), recuperando spazio nelle città “innaturalmente” liberate dal peso del traffico veicolare e dalla dilatazione del tempo e dello spazio.
Come rilevato con lo Stressometro dall’Istituto Piepoli per il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, gli italiani sono nettamente più stressati dell’era pre-covid.

L’allenamento quindi diventa un antistress, una via per riappropriarsi di se stessi, pensare, relazionarsi alla natura e alla vita.

Il bello è terapeutico, lo sport pure.

L’insieme delle due cose spinge i giovani, in una fase di grandi tensioni psicologiche, a cercare conforto in un allenamento tra parchi urbani, lungomare, lungofiume, svuotando le palestre anche prima del lockdown, per riappropriarsi dei “vuoti’ e dei “pieni” urbani, rifunzionalizzandoli a proprio uso e consumo.
I giovani italiani lo farebbero anche di più, per andare a lavoro o per vivere il tempo libero, se il sistema della mobilità urbana e i posti di lavoro, pubblici o privati, avessero al loro interno i “servizi” adeguati che lo consentissero: docce e spogliatoi nei posti di lavoro, per esempio, rappresentano ancora una chimera alle nostre latitudini, mentre sono una solida certezza nelle città del nord Europa e nelle aziende private; alcune di queste, da anni, investono nel welfare aziendale legandolo allo sport e al benessere dei propri dipendenti, statisticamente “linkato” con un significativo miglioramento “prestazionale-lavorativo”. 
C’è poi il capitolo dell’innovazione tecnologica e dell’invadenza degli smartphone nei processi di comunicazione generazionale e intergenerazionale.
I giovani, al contrario di quello che potremmo pensare, non sono “maniaci del digitale”. Sono “figitali”: hanno sviluppato un rapporto equilibrato con la tecnologia, ma preferiscono fare sport all’aria aperta; il 30 per cento di loro, mentre pratica attività fisica, misura chilometri e calorie con lo smartphone (lo fanno soprattutto i giovanissimi della Generazione Z).

I nativi digitali, insomma, sono riusciti a costruire un rapporto più maturo con la tecnologia rispetto agli appartenenti alle generazioni precedenti e il surplus tecnologico non è sinonimo di sedentarietà, proprio per la maggiore consapevolezza dei giovani dell’utilità della pratica sportiva per migliorare se stessi, sia sotto il profilo fisico ed estetico, che dal punto di vista salutistico.

L’indagine di Istituto Piepoli ci restituisce un immaginario giovanile ben diverso da quello che avremmo immaginato, abbarbicati come spesso siamo nel pregiudizio del “ai nostri tempi i giovani erano diversi”. 

Millennial e generazione Z, forse anche “grazie” alla pandemia e alla necessità di sviluppare spirito di adattamento, sono forse pronti a imporre un ricambio generazionale che passi dal merito e se necessario perfino dalle “quote verdi”; sono formati, spesso plurilaureati o masterizzati, acquisiscono competenze linguistiche e digitali avanzate e in maniera pressoché “nativa”, come richiede il mercato del lavoro, scavalcando per selezione naturale le generazioni precedenti dell’inglese maccheronico o del traduttore pret-a-porter. 

E, soprattutto, questi giovani hanno riscoperto la capacità di sognare. 

Sembra quasi, riportata alla capacità di trasformare la dimensione privata in impegno civico, una risposta “laica” all’esortazione di Papa Francesco: “Nell’obiettività della vita deve entrare la capacità di sognare. E un giovane che non è capace di sognare è recintato in sé stesso, è chiuso in sé stesso. Tutti sognano cose che non accadranno mai. Ma sognale, desiderale, cerca orizzonti, apriti, apriti a cose grandi”. 

Potremmo salutare presto una rivoluzione del merito che si nutra, ci piace pensarlo, anche del “metodo sportivo” e dell’attenzione dei giovani per la pratica sportiva, che racchiuda in se un sistema di valori esportabili con successo al mondo del lavoro, della politica, dell’impresa, innestando anche negli scenari competitivi un’etica della vittoria e della sconfitta che oggi, e ieri, è stata schiacciata dal maleodorante lezzo del compromesso, della raccomandazione, della prevaricazione e del pregiudizio elitario e maschilista.

Potremmo salutare una nuova Italia: giovane, indifferentemente fatta da uomini o donne, sportiva, meritocratica. 
Come diceva Kafka, “La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio”.

 

Fabio Pagliara
Presidente Fondazione Sportcity 

Livio Gigliuto 
Vicepresidente Istituto Piepoli

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