Rino Gattuso durante Verona-Napoli 3-1 (foto LaPresse) 

Dopo Supercoppa e Verona

Il veleno di Gattuso e le conseguenze del sarrismo

L'allenatore ex Milan non è ancora riuscito a cambiare la testa dei giocatori del Napoli

Giuseppe Pastore

Quelli di Ringhio sulla panchina azzurra sono numeri che non ispirano salti di gioia a una squadra e una piazza educate troppo bene nelle passate stagioni

Dopo tredici mesi, pur mantenendo tutte le cautele necessarie per schivare le lame rotanti di questo campionato-minipimer che affetta ogni incauta previsione, si può dire: Gattuso non sta riuscendo a cambiare la testa dei giocatori del Napoli. Perlomeno non del gruppo storico, che fatalmente è quello che stabilisce i destini di ogni gestione tecnica, e trascina, coinvolge oppure inibisce le seconde linee e i nuovi arrivati, detta la linea, crea “la situazione”.

 

Si capisce anzitutto dalla ripetizione, sempre più stanca e meccanica, delle parole-chiave che dopo oltre un anno dovrebbero essere già scolpite nella mente dei giocatori: il richiamo a non specchiarsi, l'istinto di conservazione che porta ad “annusare il pericolo”, la necessità del “veleno” - fino alla sconsolata ammissione di ieri a Verona che “non esistono negozi dove entri e chiedi dieci euro di veleno”. Se il veleno di Gattuso rimane un concetto astratto, etereo e vago come stelle dell'Orsa, è più facile costruirsi credibilità presso i cosiddetti senatori con risultati e fatti concreti: che però non stanno arrivando. L'11 dicembre 2019, nel giorno della sua presentazione sulle macerie degli ultimi mesi ancelottiani, Gattuso non aveva usato giri di parole come sua abitudine: “Vedere il Napoli settimo in classifica è imbarazzante”. Gattuso porta con sé, e nessuno gliela toglierà mai per nulla al mondo, un'indiscutibile simpatia, oltre che la dote naturale di essere trasparente ai microfoni, merce sempre più rara in una generazione di allenatori che sono anzitutto venditori porta a porta di sé stessi e del proprio prodotto. Ma oggi il Napoli divide sesto e settimo posto con la Lazio (e una partita in meno, ok). In tredici mesi – ha notato qualche tifoso piuttosto sadico – il Napoli ha perso con diciassette squadre diverse, comprese Spezia, Lecce e AZ Alkmaar. Nella sua carriera da allenatore di serie A Gattuso ha disputato quattro finali secche, tutte contro la Juventus, senza mai segnare un gol; allargando il raggio anche alle sei semifinali di coppa Italia tra Milan e Napoli, il conteggio parla di due soli gol in dieci partite dentro/fuori, entrambi all'Inter la scorsa stagione.

 

Sono numeri che non ispirano salti di gioia a una squadra e una piazza educate troppo bene nelle passate stagioni, dove la sbornia dell'infinito sabato sera sarrista – impossibile da smaltire in tempi brevi – provoca ancora giramenti di testa e piccole e grandi depressioni da domenica pomeriggio. Il body language e la prossemica fanno di Gattuso un uomo di emergenze, efficacissimo per raddrizzare una barca ma non abbastanza per vincere la regata: l'allergia ai voli pindarici e la passione per il piccolo cabotaggio si sposano male con le pretese di grandezza dei napoletani, sedotti e abbandonati dal Maestro di Figline Valdarno, delusissimi dall'imbolsito Ancelotti e ora spazientiti per esempio davanti alla rentrée delle milanesi, che aumenta l'affollamento alla mensa dello scudetto. Napoli ha la pancia piena e vuota insieme: vuole giocare bene ma ancora di più vincere, nel suo bisogno di affermazione ha creduto di vedere un segno del destino pure nella dipartita di Maradona, ma ora che le due cose non si verificano – per di più a vantaggio dell'odiata Juventus – è capace di spietate perfidie verbali.

 

A queste righe Gattuso avrebbe la risposta perfetta, perfetta perlomeno in un mondo meno mediatico e ossessivo di quello attuale: non leggete niente, non guardate niente, smettetela di smanettare. Invece gli è più complicato gestire lo scetticismo interno, serpeggiante ad esempio nelle parole di un Mertens – uno dei calciatori più intelligenti e sottili della serie A – quando a dicembre, dopo un 1-1 in Olanda, butta lì una frase a doppio senso: “Ormai non lo so più dove mi trovo meglio a giocare”. Quel Napoli organizzatissimo e scintillante da oltre 100 gol a stagione ora sembra sempre un po' recitare a soggetto nella fase offensiva, anche a Verona quando a mezz'ora dalla fine Gattuso ha buttato dentro i malconci Osimhen e Mertens, ritrovandosi di colpo con due punte centrali e due esterni destri (Lozano e Politano) che si spostavano a turno sulla fascia “sorda”. Un Napoli finito tritato dal calcio beatamente heavy metal del Verona di Juric, che per costituzione non si fa troppe pippe mentali. Un Napoli fragile, simboleggiato dallo strano e complicato infortunio che ha tolto di mezzo Osimhen per due mesi. Un Napoli che avrebbe bisogno di entusiasmi e ottimismi e che invece, nonostante abbia giocato a tennis contro Genoa e Fiorentina e rifilato quattro gol ad Atalanta e Roma, sotto il cruscotto nasconde sempre alcuni fili scoperti e inaffidabili, a cominciare dal suo capitano a un passo dall'analisi dopo il flop con la Juventus – piangere per una Supercoppa Italiana, con tutto il rispetto, anche no. Oppure sì? Perché tanto dolore? Napoli soffre anche perché Petagna non è Higuain, Zielinski non è Hamsik, Lobotka non è Allan, perché sente avvicinarsi la fine di un ciclo, scritta nelle carte d'identità di Koulibaly (29), Mertens (33) e Insigne (29), mentre i nuovi abbozzano, galleggiano o semplicemente non riescono: lo specchio dell'inedia attuale è il triplice errore di Bakayoko che nell'azione del 2-1 del Verona riesce prima a perdere palla, poi a commettere fallo e infine a far sfilare senza opposizione Barak, libero di andare a concludere.

 

Qualche mente troppo semplice o troppo furba aveva forse immaginato in Gattuso la molla per trasformare il Napoli in una specie di Atletico Madrid italiano, magari economicamente non in grado di sfidare le grandissime ma pronto – in determinate circostanze – ad approfittare delle loro défaillance. Ma la faccenda non è così automatica, perché non tutti i calciatori del Ventunesimo Secolo sono Gattuso e soprattutto perché non è affatto facile ricreare la simbiosi fideistica tra il Cholo e i suoi soldati: Gattuso a Napoli non ha particolari trascorsi né un curriculum scintillante per cui gettarsi nel fuoco, specialmente se dalla prassi quotidiana affiorano piccoli e grandi equivoci come l'inabissamento di Fabian Ruiz, sempre più pigro e scivolato nelle gerarchie dietro al gattusianissimo Demme – e c'è della letteratura nel fatto che l'unico Diego di questo Napoli sia un mastino di centrocampo, e l'unico sudamericano sia il portiere. Quell'Ospina che Gattuso tiene spesso in tensione per costruire dal basso, salvo poi cambiarlo una volta su tre con Meret, contribuendo alla sensazione di spaesamento e incertezza così come quel rinnovo del contratto beckettiano, anticipato da mesi, che ancora non arriva e non si capisce per colpa di chi. Un Napoli precario, assolutamente figlio dei tempi, con cordoni belli stretti, musi lunghi, sguardo basso, ricerca teorica del “veleno” come soluzione a ogni male (“È un inferno, qui si mangia pane e veleno!”, protestava Enzo Turco in Miseria e nobiltà. E Totò di rimando: “No Pasquà, solo veleno”). Un Napoli sorrentiniano non nel senso della costiera ma nel senso di Paolo, ma senza ispirarsi al suo cinema più ambizioso e gigantista; semmai a quello più freddo e minimalista, quello di Toni Servillo spallone della mafia che vive in hotel a Lugano divorato dall'insonnia, fumando sigarette impassibili, ogni giorno passando mentalmente in rassegna gli errori e i rimpianti del passato. Chiamiamole le conseguenze del sarrismo.

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