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Il Foglio sportivo

Prima l'Europa, poi il mondo. Così il Qatar si è preparato al Mondiale

Giorgio Coluccia  e Federico Giustini

Non solo il Paris Saint-Germain. L’emirato ha realizzato una rete europea di club per far crescere il movimento calcistico. Il doppio gioco dei qatarioti

Chiunque abbia creduto all’indiscrezione del quotidiano La Dernière Heure sarebbe, secondo il direttore sportivo dell’Eupen, Jordi Condom, paragonabile a un terrapiattista. Il giornale belga, un paio di mesi fa, ha sostenuto che al vaglio della proprietà qatariota del club ci sia l’ipotesi di trasferire in blocco, nella loro squadra, i calciatori della nazionale padrona di casa al Mondiale 2022. Il sogno di qualsiasi commissario tecnico, il rodaggio migliore in vista della competizione più attesa. Ma Condom ha definito l’ipotesi “un’assurdità”. Sette su undici titolari della selezione qatariota giocano già insieme: lo fanno in patria, nell’Al Sadd allenato dalla leggenda del Barcellona Xavi.

 

La crescita del movimento però non poteva non passare per gli avamposti europei della Aspire Academy di Doha.

    

Quando nel 2012 i rappresentanti della famiglia reale del Qatar arrivarono a Eupen – piccolo paese di ventimila abitanti e capoluogo della comunità germanofona del Belgio – furono accolti bene quasi da tutti: “L’As Eupen era una piccola realtà di seconda divisione che nel resto del Paese non riceveva molta attenzione. E rischiava di non sopravvivere. La nuova società ripagò subito tutti i debiti e per molti tifosi fu come vincere alla lotteria. Gli ultras, invece, erano scettici e alcuni gruppi si rifiutavano di entrare allo stadio. Ma presto lo scetticismo sparì, ora il club è amministrato in modo serio, ha più di 100 dipendenti quando dieci anni fa gli assunti a tempo pieno erano soltanto tre”, spiega Mike Notermans, giornalista sportivo del Grenz-Echo, giornale di Eupen.

   

In realtà non c’era solo da monitorare e incentivare lo sviluppo dei giovani provenienti dal Qatar. Nel 2007 era partito il progetto Football Dreams, un programma di scouting attivo in 16 paesi africani: giovani talenti, al massimo tredicenni, venivano visionati, selezionati e poi ingaggiati con una borsa di studio per le accademie in Senegal e in Qatar. Lo scopo dei vertici di Aspire era garantire un livello di competizione più alto ai giocatori qatarioti. E poi, compiuti 18 anni, ad attendere i giovani calciatori africani – fino all’anno scorso – c’era la maglia dell’Eupen. Solo nella prima sessione di calciomercato condotta dalla nuova proprietà nell’estate 2012 furono inseriti in rosa sedici elementi africani tra i 17 e i 18 anni. “Nonostante il grande sforzo, in pochi hanno raggiunto un livello alto: Moussa Wague, preso dal Barça per 8 milioni di euro, ed Henry Onyekuru, ora al Monaco. Neanche la maggior parte dei qatarioti che hanno giocato qui ha lasciato ricordi indelebili, anche se sette dei vincitori della Coppa d’Asia 2019 sono passati per l’Eupen” precisa Notermans. L’Eupen intanto è stabilmente presente nella Serie A belga, punta alla parte sinistra della classifica e l’attuale rosa è – secondo Notermans – “la migliore degli ultimi tempi e anche quella che è costata di più”.

  

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Il network europeo di Aspire si è allargato con l’acquisizione della Cultural Leonesa, squadra spagnola di terza divisione. Era il 2015 e anche in quell’occasione i qatarioti sono intervenuti in un momento di crisi economica per la società, rilevandola a un passo dal fallimento. Cinque anni dopo la tifoseria è soddisfatta del percorso e lo si evince dalle parole del presidente dell’Associazione dei Club di tifosi della Cultural, Marcelino García Seijas: “Aspire ci ha dato stabilità grazie a un budget per costruire la rosa che prima era impensabile. Il momento di maggiore entusiasmo è coinciso con la promozione in seconda divisione nel 2017, 43 anni dopo l’ultima volta. Grazie a loro si è mossa l’economia cittadina, con sponsor che hanno ripreso a investire sul calcio”. Retrocessa immediatamente in terza serie, da tre anni la Cultural è considerata tra le favorite per la promozione, ma non è riuscita a centrare l’obiettivo.

   

Quella nella città di León, nord-ovest della Spagna, è considerata per i pellegrini la tappa di mezzo dell’intero cammino francese verso Santiago di Compostela. Lo è stata, ma con destinazione Qatar 2022, anche per alcune pedine ora molto importanti per la nazionale, come Almoez Ali, Tareq Salman e Madibo. Sebbene fosse chiaro l’obiettivo iniziale della nuova proprietà, i loro piani non hanno minacciato l’identità di un club fondato nel 1923. Anche se, due anni e mezzo fa, il cambio di stemma non ha messo d’accordo proprio tutti: “Come sempre quando ci sono cambiamenti di questo tipo. Non credo sia stata una decisione di Aspire, e comunque sono rimasti sia la corona reale con la croce che il leone emblema della città” sottolinea García Seijas.

  

Ben più noto è l’investimento fatto nel calcio francese a partire dal 2011, quando il fondo sovrano Qatar Investment Authority, attraverso il suo braccio operativo per l’industria sportiva Qatar Sports Investment, ha rilevato il Paris Saint-Germain. Anche grazie a sponsorizzazioni di stato, molti dei migliori calciatori al mondo si sono trasferiti lungo le rive della Senna e i successi ottenuti possono rappresentare un biglietto da visita per il Qatar, uno strumento di legittimazione agli occhi della comunità internazionale.

   

Come tutte le altre realtà del Golfo anche il Qatar ha lanciato il suo National Vision 2030, piano di sviluppo che punta all’emancipazione del Paese dalla dipendenza dalle risorse non rinnovabili, tra cui petrolio e soprattutto gas naturale. Ma non ci sono solo ragioni economiche: il programma prevede un’apertura al terziario e ai servizi, a un turismo più florido generato anche dall’organizzazione di avvenimenti sportivi planetari, che secondo molti rientrano nella più ampia strategia di sportwashing. “Per ripulirsi agli occhi del mondo, per darsi un’immagine finta di paese moderno”, come hanno attaccato tante organizzazioni internazionali schierate a difesa dei diritti umani. 

   

Il Qatar è arrivato in ritardo rispetto all’abbuffata di grandi eventi che ormai da diverse stagioni stanno facendo Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein, ma con lungimiranza già dieci anni fa mise le mani sulla fetta più ambita – la Coppa del Mondo 2022 – e sta recuperando alla svelta come dimostrano appuntamenti fissi quali il torneo Open di tennis, facente parte dell'ATP 250 e la tappa della Diamond League di atletica, che nel 2019 ha raggiunto il suo apice con il Mondiale delle polemiche, tra caldo insopportabile e tribune deserte. 

   

Lo stesso destino era toccato ai campionati del mondo di ciclismo disputati a Doha nel 2016. “Lo sport aiuta a migliorarsi, ma è anche un ponte levatoio per apparire meglio rispetto alla realtà, è un passepartout che ripulisce in modo efficace – commenta Armando Sanguini, consigliere scientifico dell’Ispi ed ex ambasciatore italiano in Arabia Saudita – Il Qatar è una monarchia sui generis, si muove con disinvoltura sul piano geopolitico e ha molteplici volti perché tiene i piedi in più scarpe. Da un lato appare moderno, quasi occidentale, ma dall’altro riporta gravi violazioni per i suoi lavoratori ed è accusato di offrire rifugio a personaggi del mondo salafita e del terrorismo internazionale”.

   

Nel giugno 2017 la crisi del Golfo ha scosso l’intera area, al Qatar è stato imposto dai “vicini” un embargo diplomatico, economico e logistico per via di legami troppo intimi con gruppi terroristici e con l’Iran, acerrimo nemico dell’Arabia Saudita. Ultimamente emergono tentativi di ricucire, come spiega Sanguini: “C’è stato un avvicinamento tra le parti, anche perché tutti si sono accorti che il blocco non ha funzionato. Il Qatar non è stato per nulla isolato”.

   

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Rispetto alle relazioni internazionali, viaggia a velocità doppia la gigantesca macchina per il Mondiale del 2022, oliata soprattutto con quell’enorme quantità di denaro che stride rispetto al salario minimo dei lavoratori, dal marzo 2021 innalzato fino a 1.000 riyal, appena 275 dollari al mese.

 

Dopo l’edizione del 2019, il Qatar a febbraio tornerà al centro della scena con il Mondiale per club voluto dalla Fifa dopo che un anno fa il Liverpool si rifiutò di alloggiare al Marsa Malaz Kempinski, hotel extralusso costruito su un’isola artificiale a fronte di condizioni disumane per gli operai. Sarà un Mondiale luccicante, ma alle sue spalle c’è un’ombra grande così.

  

(La prima puntata dell’inchiesta sui Mondiali in Qatar la potete leggere qui)

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