Nico Mannion (foto LaPresse) 

Setteperuno

L'Nba di Nico Mannion e degli americani d'Italia

Marco Pastonesi

Il giovane italiano d'America è stata la quarantottesima scelta al draft. Giocherà a San Francisco, ai Golden State Warriors, come il padre che poi conquistò i canestri italiani

L’ha detto in italiano: “Sono contento di stare qua a San Francisco e giocare con questi giocatori e questa squadra”. L’ha detto in giacca ma senza cravatta, con un cappellino nati da baseball e ormai da tutto, capelli a riccioli che guizzavano e barba incolta che spuntava, e un sorriso grande così.

   

L’ha detto in italiano e nessuno, a San Francisco, ha capito qualcosa, ma tutti, in Italia, hanno apprezzato e condiviso. Perché quel ragazzo di 19 anni, riconoscente e orgoglioso, consapevole e fiducioso, ottimista e talentuoso, è Nico, Niccolò Mannion, papà (Pace) di Salt Lake City, mamma (Gaia Bianchi, ex pallavolista a Guidonia) di Roma, accento di Ostia (le vacanze), figlio di arte.

   

Pace guardia, Nico guardia e play. Pace 2,01, Nico 1,91, ma qualche centimetro lo guadagnerà ancora. Pace, University of Utah, Nico, solo un anno di college, Arizona Wildcats a Tucson. Pace, quarantatreesima scelta alle selezioni Nba del 1983, Nico, quarantottesima scelta in quelle del 2020, tutti e due chiamati dai Golden State Warriors. Pace, che dopo sei stagioni (Golden State Warriors, Utah Jazz, New Jersey Nets, Milwaukee Bucks, Detroit Pistons e Atlanta Hawks) venne in Italia, Nico, che in Italia è nato (Siena). Pace, che l’Italia l’ha girata, abitata e giocata (Cantù, Treviso, Caserta, Reggio Emilia, Fabriano, Roseto, Siena e Cefalù), Nico, che l’Italia l’ha voluta (in Nazionale, prima le giovanili, poi anche quella maggiore). Il primo commento – un augurio, forse una profezia – un tweet della franchigia: “Tale il padre, tale il figlio”.

   

Nico Mannion (foto LaPresse)
    

Nico e la pandemia: “Questi otto mesi sono stati lunghissimi per tutti, ci sono stati alti e bassi con il virus, è stato pesante non aver potuto giocare per via della pandemia”. Nico e l’Italia: “Sono stato fortunato ad andare in Italia per giocare con le nazionali, sia quelle giovanili che la maggiore. È uno stile di pallacanestro diverso, provo a incorporarlo nel mio e portarlo negli Stati Uniti”. Nico e il destino: “Mio papà è stato scelto qui, è stato emozionante quando l’ho saputo perché ho immediatamente collegato a quello che era capitato a lui”. Nico e il modello: “Ovviamente mio papà, ho visto tanti suoi filmati. Ma il giocatore che studio di più è probabilmente Steve Nash, per la sua intelligenza, il modo in cui vede la pallacanestro e la persona che è fuori dal campo”. Nico e il futuro: “Venire qui e imparare da Steph Curry e Steve Kerr è bellissimo, ho tantissime cose da imparare ed è la cosa che mi aspetto di più. Non vedo l’ora di conoscere i miei compagni di squadra e inserirmi in questo ambiente molto familiare”.

  

Nico non è il primo figlio (di arte) degli americani d’Italia. Fra i pionieri, Robert Fultz (a Imola), figlio di John (a Varese e Bologna, poi allenatore). Fra i parenti, Spencer Hawes (Sacramento Kings, Philadelphia Sixers, Cleveland Cavaliers, Los Angeles Clippers e Charlotte Hornets), nipote di Steve (a Venezia). Il più celebre (e rimpianto) rimarrà Kobe Bryant (Los Angeles Lakers, 20 stagioni e cinque titoli, 33643 punti, due ori olimpici), figlio di Joe (Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia), cresciuto dai sei ai 13 anni sui campetti italiani. “L’Italia – confidava – ha sempre un posto nel mio cuore”. Anche nel nostro, Mamba.

 

Un fine settimana di altri sport

 

Basket: Olimpia Milano a punteggio pieno, superata anche Venezia (86-72) decimata dal Covid-19. Pallavolo: Monza batte Perugia (3-0) rientrante dalla quarantena, doppia vittoria per l’ex Pippo Lanza.

 

Motori: ultimo gran premio per Valentino Rossi con la Yamaha ufficiale (passa al team Petronas in coppia con Franco Morbidelli) e ultimo gran premio anche per Andrea Dovizioso con la Ducati (si dedicherà al motocross?).

 

Nuoto: non è nata una stella, ma brilla sempre di più. È quella di Caeleb Dressel, 24 anni, statunitense, due ori olimpici a Rio 2016 nelle staffette. Nella finale della International Swimming League a Budapest in vasca corta, prima ha sfiorato il primato mondiale nei 100 stile libero (45”08, comunque primato americano, resiste il 44”94 del francese Amaury Leveaux), poi ha abbattuto quello già suo nei 100 misti (49”28 da 49”88).

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