il foglio sportivo – il ritratto di bonanza

Tra pratica e teoria

Alessandro Bonan

Gli allenatori a Coverciano sul piano teorico semplificano parecchio e ciò deve portarci a una forma di autocritica. Eppure il calcio non è affatto una questione scontata

A dare un’occhiata alle varie tesi degli allenatori diplomatisi a Coverciano (sono pubblicate e si possono consultare) si leggono tante parole, pochissime davvero sorprendenti. In fila, tra le righe, concetti già sentiti e universalmente tendenti a un’unica soluzione finale: la ricerca del gioco di squadra che esalti il singolo anziché il contrario. Gli allenatori insomma, sul piano teorico semplificano parecchio e ciò deve portarci a una forma di autocritica piuttosto importante, se non addirittura pesante.

 

La domanda centrale è: perché vogliamo complicare un gioco così elementare? Cosa dobbiamo dimostrare? E quanto sono complici o vittime gli allenatori di questa nostra infelice inclinazione?

 

Basterebbe calcolare la quantità di tempo che passiamo a ragionare di calcio per dare una risposta a queste domande. Se il tutto è così semplice, il tutto non esiste, ma se non esiste di che cosa parliamo? Ecco il calcio è bello perché ti lascia libero di discutere senza freni laddove il pensiero si perde e forse nemmeno si ritrova più. La questione, come ben si può capire, è parecchio filosofica ma si spiega esattamente all’interno della nobiltà di questa disciplina la quale, com’è noto, intende spiegare il pensiero nella sua evoluzione. Semplicemente: il calcio non è affatto una questione scontata. E l’arte della parola, quella “retorica” che nasce da noi dentro l’arcobaleno di culture che fu la Magna Grecia, non ci serve a spiegarlo. Quello che occorre sono i fatti, le intuizioni, qualcosa che sorge all’improvviso dal genio “subito” da qualche uomo, in un giorno di pioggia o di sole, chissà.

 

La grande Honved, all’inizio degli anni Cinquanta, fu il frutto delle idee di un uomo piuttosto dimenticato dalla storia, Jeno Kalmar, l’allenatore dei magiari. Impostò la squadra come uno stormo di uccelli senza posizione, liberi di volteggiare sul campo. I vari Bozsik, Kocsis, Puskas, si passavano il pallone con il becco formando triangoli perfetti in grado di far scivolare l’azione verso la porta avversaria con la naturalezza di un tappeto che si srotola. Senza saperlo, gli ungheresi avevano dato inizio alla rivoluzione del calcio, di cui Rinus Michels si è successivamente appropriato con tanti meriti che ancora oggi giustamente gli riconosciamo. Da allora, sorvolando la grande Ajax, il Milan di Sacchi, il Barcellona prima di Cruijff e poi di Guardiola, il Liverpool di Klopp, giusto per scandire le epoche in modo certamente un po’ sommario, siamo giunti ai giorni nostri. E adesso che siamo solo all’inizio di un nuovo campionato ci mettiamo lì a bocca aperta, a cercare di capire dove si trovi la prossima rivoluzione, sospettando che forse non esista mentre magari è già cominciata senza che qualcuno se ne sia ancora accorto, perduto com’è nei soliti discorsi, fatti di tutto e di nulla.

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