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Gattuso ha ridato il Napoli a Napoli

Sostenevano che il suo calcio fosse soltanto coraggio e dedizione. C'è di più però nel gioco di Rino: la capacità di sfruttare le debolezze dell'avversario

24 Giugno 2020 alle 08:18

Gattuso ha ridato il Napoli a Napoli

(foto LaPresse)

Sostenevano che il suo calcio fosse soltanto coraggio e dedizione: quando un tempo correva sul campo e quando oggi siede in panchina. Forse è giunto il momento di cominciare a ripensare tale giudizio. Perché Rino Gattuso, da centrocampista, era sì il giocatore che ogni allenatore e ogni compagno avrebbe voluto con sé, sul campo e nello spogliatoio. Ma oltre alla corsa e al fiato c'era anche (tanta) intelligenza tattica. Ovvero la capacità di saper fare la cosa giusta al momento giusto. Un aspetto che oggi si rivede nell'allenatore, rimasto sì un capopopolo - come lo era al Milan e nell'Italia campione del mondo -, ma sapendo aggiungere a una grinta che non verrà mai meno anche la capacità di saper mettere bene i calciatori sul terreno di gioco. Squadre che non restano nella memoria per la capacità di soverchiare l'avversario, ma che portano a casa risultati per la sottigliezza nel saper cogliere i punti deboli di chi hanno di fronte a sé.

    

Lo si era intuito prima che il Covid fermasse l'attività a inizio marzo, quando il Napoli aveva intaccato le certezze della Juventus con una vittoria limpida al San Paolo a fine gennaio. Se ne è avuta la conferma ora che l'attività è ricominciata a ritmo frenetico. Il Napoli è ripartito buttando fuori l'Inter in semifinale di Coppa Italia, sollevando poi il trofeo a danno ancora della Juventus e battendo 2-0 in trasferta il Verona alla ripresa del campionato, su un campo dove i bianconeri erano stati presi a sberle a inizio febbraio. Lo ha fatto con la capacità di adattarsi all'avversario e con la dedizione di ogni singolo elemento perché, da qui al 2 agosto (giorno fissato per l'ultima giornata), ci sarà bisogno di tutti, nessuno escluso. E quelli del Napoli sono pronti a immolarsi per il loro allenatore, perché sanno che lui sarebbe il primo a farlo per loro.

  

  

Gattuso è arrivato nel mezzo di una bufera come mai si era vista, nonostante da quelle parti le polemiche siano pane quotidiano. Accade l'11 dicembre, quando il tecnico prende a sorpresa il posto di Carlo Ancelotti. Una sorpresa per lo stesso manager oggi all'Everton, visto che si aspettava di essere sostituito da tutti in panchina, ma non da uno dei suoi figli adorati dell'epopea milanista. Gattuso trova una squadra in crisi di identità e di risultati. Trova soprattutto un presidente (Aurelio De Laurentiis) che ha denunciato i giocatori dopo il rifiuto di andare in ritiro in seguito a una prestazione zoppicante in Champions League contro il Salisburgo. Una polveriera, in sostanza. L'inizio è da brividi, con tre sconfitte in quattro partite. Le prospettive sono conseguenti, con molti a giurare che Gattuso sarà solamente un pontiere con l'allenatore che verrà. Osservazioni che il tecnico metabolizza, prendendo giorno dopo giorno possesso dello spogliatoio: pugno duro quando serve, ma anche tanta capacità di ascolto. Come appreso in tredici anni di Milanello. La già ricordata partita con la Juventus è il primo gradino verso la rinascita dell'orgoglio napoletano, il secondo è la buona prestazione contro il Barcellona in Champions League e, dopo la pausa per pandemia, la marcia è ripresa naturalmente, con una Coppa Italia che ha riconsegnato al club un trofeo dopo quasi sei anni. Passaggi che sono arrivati in un momento particolarmente delicato per Gattuso, che a inizio giugno ha perso la sorella Francesca dopo una lunga malattia. Momenti difficili vissuti con la determinazione di sempre e che hanno suscitato l'ammirazione di Napoli, a cominciare dalla squadra. Pochi giorni dopo il funerale i giocatori hanno invitato l'allenatore a cena per fare ulteriormente gruppo: dovevano pagare loro, alla fine ha saldato Gattuso, come già gli capitava nella breve esperienza da allenatore del Milan. Le distanze restano, come deve essere tra tecnico e gruppo, ma la complicità è innegabile. Altrimenti non si spiegherebbe come giocatori in partenza, come Arkadiusz Milik, oppure spesso relegati in panchina, come Hirving Lozano, possano essere decisivi appena hanno una occasione, come capitato martedì a Verona.

 

E da qui al 2 agosto saranno tante le opportunità, con la certezza di trofeo già consegnato alla bacheca azzurra e con un sogno da regalarsi nella gara di ritorno in Champions League con il Barcellona.

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