il foglio sportivo

Gigi Simoni, il sacrificato buono e vincente

Piero Vietti

È morto a 81 anni l’ex allenatore dell’Inter di Ronaldo. Sapeva sorridere con il cuore in lacrime

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C’è una foto di Gigi Simoni che lo descrive alla perfezione. È del 31 agosto del 1997. Era appena iniziata la stagione bellissima e maledetta sulla panchina dell’Inter, quella dello scontro tra Iuliano e Ronaldo nell’area della Juve, quella della Coppa Uefa vinta 3-0 contro la Lazio. Simoni è a San Siro, saluta la Curva Nord senza guardarla, ha come un pudore addosso: sorride, si capisce che è felice, ma è anche imbarazzato, guarda in basso, il braccio destro alzato in un gesto di saluto. Non ho ancora fatto niente, sembra dire.

 

Gigi Simoni se ne è andato oggi, nel giorno in cui la fiera nostalgia nerazzurra ricordava i dieci anni dal triplete di Mourinho, quasi a volere dire che anche lui, anche quella sua squadra meravigliosa e incompiuta avrebbe meritato altrettanto. Ha costretto gli interisti a piangere per lui nel giorno della memoria della soddisfazione più grande. E forse non c’è niente di più interista di questo: anche la vittoria più bella ha un gusto amaro in fondo, ha dentro lacrime che nessuno può asciugare via. “Sapeva sorridere con il cuore in lacrime”, ha scritto Alessandro Bonan ricordandolo. Quando poco più di un anno dopo quella foto venne esonerato da Massimo Moratti via telefono, Simoni stava andando a ritirare la Panchina d’oro, il premio come miglior allenatore dell’anno. Non è un caso se il suo nome, in una carriera lunghissima e invidiabile, è legato soprattutto a quell’Inter, al Genoa, al Torino e al Napoli, squadre che per motivi diversi hanno la malinconia scritta nel proprio Dna. E alla Cremonese, provinciale diventata grande per il tempo di un battito di ciglia grazie a lui.

 

Quando nel 1967 la Juventus aveva praticamente concluso l’acquisto di Gigi Meroni dal Torino i tifosi granata scesero in piazza per dire no a un passaggio che sarebbe stato un tradimento troppo grande. Agnelli rinunciò all’ala destra che sarebbe morta pochi mesi dopo ma pretese comunque un suo sostituto. Gigi Simoni giocava nel Toro dal 1964 e fu sacrificato. Fu venduto ai bianconeri, ma non fu mai un bianconero: solo 11 presenze con loro, e poi accettò di andare a giocare in Serie B con il Brescia.

 

“Gentiluomo”, “signore”, “persona per bene”, in queste ore è così che viene ricordato Simoni. E per quanto possa sembrare retorico dirlo, non c’è retorica in questo ricordo che di lui stanno facendo tutti. Beneamato, come la sua Inter. Anche le nostre madri che nulla sanno di calcio sapevano che era un “uomo buono”. Un vincente, anche: di quelli ricordati dalle statistiche considerate minori dagli sciocchi che guardano solo il luccichìo – suo il record di promozioni in Serie A da allenatore – e di quelle maggiori con quella Coppa Uefa del 1998. Un uomo buono che ha spesso detto quello che pensava senza serbare rancore per i troppi torti subìti negli ultimi anni. Dopo la tragica morte del figlio Adriano, nel 1999, sono stati più gli esoneri dei successi, ma Simoni è sempre rimaste leale al suo essere pacato. Si disse felice quando il Torino lo fece allenatore, salvo mandarlo via dopo pochi mesi, dispiaciuto dopo l’allontanamento dalla panchina del Piacenza, interista nel cuore nonostante la cacciata a sorpresa nel novembre del 1998.

 

Perse la pazienza e l’aplomb in pubblico soltanto una volta, il 26 aprile di quell’anno. Poi confessò di non avere voluto rivedere a lungo le immagini di quello scontro tra Iuliano e Ronaldo che probabilmente gli tolse le possibilità di scudetto. Il 22 giugno dello scorso anno, a 80 anni, è stato colpito da un ictus. Undici mesi dopo, è morto. Pianto da tutti, avversari compresi.

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  • Torinese, è al Foglio dal 2007. Prima di inventarsi e curare l’inserto settimanale sportivo ha scritto (e ancora scrive) un po’ di tutto e ha seguito lo sviluppo digitale del giornale. Parafrasando José Mourinho, pensa che chi sa solo di sport non sa niente di sport. Sposato, ha tre figli. Non ha scritto nemmeno un libro.