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Oliver e il numero 79

Ci sono voluti 79 minuti di gara all'arbitro inglese per ammonire il primo e unico giocatore della partita tra Atalanta e Valencia in Champions League

21 Febbraio 2020 alle 17:02

Oliver e il numero 79

[Anticipiamo un articolo del numero del Foglio Sportivo in edicola domani e domenica. L'edizione di sabato 22 e domenica 23 febbraio la potete scaricare qui dalle 23,30 di venerdì 21 febbraio]

  


 

C’è un nuovo simbolo dell’arbitraggio, è un numero, il 79. Si, perché ci sono voluti 79 minuti di gara al signor Oliver, arbitro inglese, per ammonire il primo e unico giocatore della partita tra Atalanta e Valencia, l’atalantino Hateboer. Una direzione modello che andrebbe studiata da tutti gli arbitri del mondo ma soprattutto da quelli italiani. Michael Oliver è lo stesso uomo di Real Madrid-Juventus quarti di finale di due anni fa. Concesse un rigore al Real con uno scrupolo vagamente notarile che di fatto portò all’eliminazione dei bianconeri. Al termine della partita Buffon si sfogò adoperando un’immagine assai efficace nonché cruda sulla sensibilità esistenziale del direttore di gara di Ashington, definito dal portiere quello con “un bidone dell’immondizia al posto del cuore”. In questi mesi Oliver deve aver sostituito il bidone con un orologio, visto che ha aspettato ben 79 minuti prima di ammonire un calciatore della stessa partita. Forse è un record, forse no, non è questo che importa, e nemmeno il livello complessivo del suo arbitraggio, ottimo, visto che una direzione azzeccata può comunque capitare anche agli scarsi (cosa che Oliver comunque non è). Quello che interessa è il metro adoperato dal signore inglese, una sorta di vivi e lascia vivere. O per meglio dire, di arbitra e lascia giocare. Esattamente il contrario di quello che accade in Italia dove si gioca al “fischiatutto”, e se qualcuno cade sospinto dal vento, si va in cerca di chi ha soffiato quel vento per ammonirlo. Oliver ha scelto di non fischiare, dimostrando di possedere, almeno nella notte “bergamasca” di San Siro, uno spiccato senso del gioco. Era sempre vicino all’azione e lasciava che il pallone scorresse davanti ai suoi occhi come un oggetto trascinato dalle rapide di un fiume. Con il risultato che la partita si giocava senza interruzioni, come in un film appassionante privo delle fastidiose pause pubblicitarie. La naturale conseguenza del suo comportamento è stata una spontanea tendenza dei giocatori a rispettare le sue scelte, evitando di fare come nel campionato italiano, dove a un certo punto si gioca agli indiani e l’arbitro, il generale Custer circondato dai nemici, resta da solo a spiegare l’inspiegabile, con il fischietto in bocca e gli occhi fuori dalle orbite. Momento esecrabile e indigesto nel quale per davvero un arbitro farebbe bene a sparare cartellini come pallottole. Oliver si è risparmiato tutto questo fornendoci un esempio da seguire. Se poi vogliamo far finta che sia stato solo un caso, una notte, solo un momento, almeno ricordiamoci di quel numero, il 79, che a contare fino a 90 sian bravi più o meno tutti.

Alessandro Bonan

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