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Djokovic otto bellezze. Il futuro può attendere

Il serbo batte Thiem e vince gli Australian Open. Dagli Us Open del 2016, vittoria di Wawrinka, i tornei dello Slam sono sempre stati vinti da lui, Federer o Nadal

2 Febbraio 2020 alle 21:14

Djokovic otto bellezze. Il futuro può attendere

Ancora una volta il futuro può attendere. È Novak Djokovic il vincitore degli Australian Open; il giocatore serbo conquista Melbourne per l’ottava volta, il diciassettesimo titolo Slam della carriera, dodici anni dopo la prima volta.

Non sono bastate quattro ore di rincorse, un set da recuperare e un avversario, Dominic Thiem, che a ventisette e alla sua terza finale in uno Slam, dopo il Roland Garros del 2019, pensava di essere pronto per diventare campione di qualcosa anche lui. 

Non è ancora il suo momento: troppi avversari e troppo grandi, troppo brutali. Il tennista austriaco, dopo aver perso, ha ammesso di non aver mai pensato nemmeno per un istante di aver avuto il match sotto controllo: “Non c’è nessuna chance in una finale contro Novak”.

 

Il tennista serbo di trentadue anni è ovunque, ciò che succede in campo dipende sempre da lui, anche gli errori non forzati, le distrazioni, la noia di essere costretto a stare in campo, ogni cosa dipende dalla sua capacità di controllo. “Spero di riuscire a vincere un titolo major mentre Djokovic, Federer e Nadal sono ancora in carica, perché darebbe più valore alla mia vittoria” ha detto Thiem. Ci riproverà a Parigi, i precedenti sono impietosi. Dagli Us Open 2016, quando Wawrinka vinse gli Us Open battendo in finale il serbo, i tornei dello Slam sono sempre stati di Nadal (3 Roland Garros e 2 Us Open), Federer (un trionfo a Wimbledon e due in Australia), Djokovic (uno Us Open, due Wimbledon e, con oggi, due Australian Open). E anche andando più indietro nel tempo le eccezioni sono pochissime.

 

Il giocatore serbo sembrava un animale rabbioso, se l’è presa con il pubblico, con sè stesso e la racchetta. Se l’è presa soprattutto con l’arbitro che gli ha dato un doppio warning per time violation, per aver perso troppo tempo per servire. “Ottimo lavoro, sei diventato famoso, complimenti”, gli ha detto furioso. Da allora sono seguite due ore piene di nervosismo e nervi tesi e un rancore che arriva da lontano e che le vittorie non cancellano mai del tutto; da domani tornerà ad essere il numero uno del mondo, una ricompensa che allevia il dolore ma non lo fa sparire. Nel suo discorso di premiazione, il vincitore ha voluto soprattutto ricordare Kobe Bryant, morto una settimana fa in un incide te aereo con sua figlia Gianna: “Deve essere un promemoria per tutti noi, dobbiamo stare uniti ora piú che mai. Ovviamente noi siamo professionisti dello sport, siamo competizione e proviamo a dare il meglio. Ma ci sono cose piú importanti nella vita”. 

Giorgia Mecca

E’ nata a Torino il 6 novembre 1989. La prima volta che ha visto la capitale, nel 2010, ha deciso  che quello sarebbe stato un buon posto in cui fermarsi. Ha studiato lettere alla Sapienza, prima antiche e poi moderne. Adesso vive tra Roma e Torino, rimpiangendole entrambe. Legge molti libri, alcuni li recensisce per il Foglio. Quando non è in treno, gioca a tennis e si diverte moltissimo.

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