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Il ritorno del signor Aldo

Spinelli ha visto il disastro del suo Livorno contro il Pescara. E ha detto basta, rimangiandosi l'ultimo desiderio di cessione confessato a dicembre e avviando l'ennesimo tentativo di salvare il salvabile

29 Dicembre 2019 alle 06:00

Il ritorno del signor Aldo

Aldo Spinelli (foto LaPresse)

“Vogliamo costruire una squadra più forte di quella dell'anno scorso: dobbiamo partire meglio e fare un altro tipo di campionato”. Così parlava a giugno Massimo Milli, direttore generale del Livorno insediatosi quattro mesi prima. Gli amaranto avevano appena conservato la Serie B salvandosi all'ultima giornata, c'era la voglia di voltare pagina. Parole cui non sono però seguite le opere. Anzi, il Livorno sta facendo peggio di un anno fa quando, dopo diciotto giornate, era quart'ultimo con quindici punti. Oggi i punti sono undici e la posizione è l'ultima. Roberto Breda, allenatore della salvezza, è già saltato. Al suo posto Paolo Tramezzani, esordiente in Italia. Con lui, tre partite e altrettante sconfitte. Dopo quella di Santo Stefano, in casa contro il Pescara, è stato congedato anche Milli, in compagnia del direttore sportivo Elio Signorelli. I due interpretano personaggi ricorrenti nell'epopea pallonara di Aldo Spinelli, dal 1999 signore-padrone del calcio livornese. Il primo, ex generale dei Carabinieri, rappresenta l'amico di sempre, quello ricompensato con un ruolo che va oltre capacità e prerogative. Il secondo è il dirigente fedele, quello utile per tutte le stagioni, da chiamare e cacciare a seconda dei momenti. Una commedia che la famiglia Spinelli (c'è anche il figlio Roberto, amministratore delegato del club) mette in scena dai tempi del Genoa.

 

Qui il signor Aldo arriva nel 1985, facendo ritrovare alla piazza un orgoglio che si era perduto dopo i nove scudetti da preistoria del calcio. Su tutto, la semifinale di Coppa Uefa in cui il Genoa si arrende in semifinale all'Ajax (che poi avrebbe vinto il trofeo ai danni del Torino, nella doppia partita passata alla storia per la sedia sollevata da Emiliano Mondonico ad Amsterdam) dopo aver battuto nel turno precedente il Liverpool in casa e in trasferta, primo successo di un'italiana ad Anfield Road nelle coppe. È il 1992, è la squadra di Osvaldo Bagnoli in panchina e della coppa Aguilera-Skuhravy in attacco. Dopo di allora i rossoblù si sarebbero persi tra retrocessioni e accuse di avarizia a Spinelli, fino alla cessione del club nell'autunno 1997. Ma il calcio resta una malattia, da unire all'imprenditoria. Spinelli movimenta container: il porto di Genova è la base, altre operazioni si rivelano strategiche. Così, a cavallo tra 1998 e 1999, arrivano prima l'acquisizione dell'Alessandria (affidata a Roberto), legata all'area logistica presente nel Tortonese, quindi quella del Livorno, con vista sul porto. Il campionato 2000-01 vede padre e figlio anche avversari in C1, un incrocio familiare contro cui si scaglia Enrico Preziosi, oggi patron proprio del Genoa e allora presidente del Como. Una convivenza che dura poco perché Alessandria si rivela meno appetibile di Livorno per gli interessi di lavoro.

 

E, come avvenuto al Genoa, anche in Toscana riesce l'operazione rilancio. Spinelli prende la società in C1 e nel 2004 le fa ritrovare una serie A che mancava da cinquantacinque anni. Ci arriva con Walter Mazzarri allenatore e con il duo Cristiano Lucarelli-Igor Protti in attacco, riconfermato dopo la promozione (mentre in panchina va Franco Colomba). Il debutto è fragoroso, con un 2-2 in casa del Milan campione d'Italia. A San Siro si presentano dodicimila tifosi, quasi tutti hanno una bandana in testa per prendere per i fondelli Silvio Berlusconi, che in estate l'aveva esibita di fronte agli attoniti Tony e Cherie Blair.

 

All'epoca Livorno è città di sinistra, non ancora sedotta dei pentastellati di Filippo Nogarin: i sindaci di sinistra sono eletti al primo colpo, la curva è orgogliosamente comunista (memorabile, nel 2005, lo striscione di buon compleanno dedicato a Iosif Stalin), mentre lo spirito iconoclastico è quello di chi, nel 1984, butta nel Fosso Reale tre teste scolpite facendo sì che i critici d'arte dell'epoca le scambino per sculture di Amedeo Modigliani. Come al Genoa arriva l'Europa, meno fragorosa ma storica per Livorno, che si ritrova nella Coppa Uefa 2006-07 dopo una classifica rimodellata da Calciopoli: è la prima volta nella vita del club, l'avventura prosegue fino alla fase a gironi.

 

Come al Genoa arrivano i giorni delle retrocessioni, anche in C1, e delle contestazioni. Dal 2010 Spinelli dice a intervalli regolari di essere pronto a cedere la società, ma non si decide mai al passo: vuoi per mancanza di offerte serie, vuoi per la voglia di non mollare il pallone. Un pallone non più legato agli interessi imprenditoriali come un tempo - a Genova è rimasto il cuore delle attività, che oggi si estendono fino al progetto di creare un hub insieme con Amazon - ma comunque una malattia da cui è difficile guarire, pur quando si stanno per compiere ottanta anni, quelli che Spinelli padre festeggerà il 4 gennaio. Così, dopo aver lasciato in estate mano libera al figlio Roberto e a Signorelli, le ultime decisioni sembrano quelle di chi vuole tornare in campo come protagonista diretto. Il signor Aldo ha visto in prima persona il disastro contro il Pescara, lasciando lo stadio all'intervallo, a sconfitta già scritta. E ha detto basta, rimangiandosi l'ultimo desiderio di cessione confessato a dicembre e avviando l'ennesimo tentativo di salvare il salvabile.

Leo Lombardi

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