Giampaolo Pazzini (foto LaPresse)

Verona ai piedi di Pazzini, l'ospite indesiderato

Leo Lombardi

In estate hanno cercato in tutti i modi di venderlo. Lui ha risposto sul campo: tre gol nell'ultima gara contro il Cittadella. E i tifosi sono ancora pazzi di lui

Per tutta l'estate avevano cercato di venderlo, oggi Verona è nuovamente ai suoi piedi. Una storia fatta di picchi e di abissi, quella di Giampaolo Pazzini in maglia gialloblù, senza riuscire a trovare una via di mezzo. Come i gol di quest'anno, sette in otto partite, ma distribuiti in appena tre di queste, viste le due triplette: quella al Carpi del 16 settembre e quella di giovedì al Cittadella, al rientro dopo un mese a vedere gli altri giocare.

 

La rivincita di chi deve fare i conti con il 4-3-3 di Fabio Grosso, che prevede una punta unica, e il prescelto è Samuel Di Carmine (a proposito: tre reti finora). E di chi deve rapportarsi con Maurizio Setti, il presidente che lo prende nel 2015, che gli fa firmare un ricco contratto quinquennale quando l'attaccante ha già 31 anni e quello che, per l'appunto, avrebbe voluto cederlo all'ultima sessione di mercato, più per questioni economiche che per scelte tecniche. Aspetti di cui Pazzini, all'apparenza, non si cura. Un bene per un Verona, finora poco convincente e che dei suoi gol ha bisogno come l'aria per ritrovare in fretta la serie A.

 

Dell'ultima promozione il centravanti era stato il protagonista assoluto. La firma nel 2017 mettendo a segno 23 reti, una cifra mai raggiunta in carriera. Aveva cominciato nell'Atalanta dei giovani fenomeni, compagno di squadra di quel Riccardo Montolivo oggi neppure di degno di mettere i piedi in campo per un minuto al Milan. Poi Fiorentina, Sampdoria e le due milanesi. Le soddisfazioni vere soltanto con la maglia blucerchiata, quando forma una coppia formidabile con il migliore Antonio Cassano mai visto. Conducono la squadra all'inatteso quarto posto del 2010, con conseguenti playoff di Champions League. Qui arriva un'eliminazione letale (e beffarda: ai supplementari) con il Werder Brema. Doppiamente letale, perché la proprietà smantella la squadra a gennaio (il centravanti passa all'Inter) e la classifica dice retrocessione a fine stagione.

 

Gli anni di Milano non sono semplici per Pazzini, tra infortuni e panchine. Quello di Verona sembra rappresentare l'occasione del rilancio, in una squadra che in attacco schiera un altro grande vecchio come Luca Toni, quello che alla Fiorentina di Cesare Prandelli toglieva spazio proprio al nuovo compagno di reparto. Una squadra costruita con troppe scommesse e con poco senso logico, il risultato è una retrocessione umiliante all'ultimo posto. Una dinamica che si ripropone la passata stagione, quando la proprietà insiste nel cercare impossibili rilanci (Alessio Cerci, per esempio) uniti a giocatori inadeguati alla nuova realtà. Di questa squadra Pazzini dovrebbe essere il leader, dopo quando offerto in serie B. Ma non lo pensa così Fabio Pecchia, il suo allenatore, che si dedica a una personalissima rivoluzione copernicana, molto all'italiana. Grosso modo: se prima eravamo quelli da battere, ora dobbiamo cercare di non prenderle. Quindi, tutti dietro e tattica votata al contropiede. È la spiegazione che dà allo stesso Pazzini, per spiegargli l'esclusione tra i titolari. Una scelta che il giocatore prende malissimo, sfogandosi dopo i gol nelle occasioni in cui lo mettono in campo: quattro e tutti su rigore.

 

Pecchia sfodera l'armamentario tipico di queste occasioni (“Mi fa piacere la sua rabbia”), intanto il Verona affonda e Pazzini saluta. Lo convince in poche ore il Levante, dove finisce in prestito a fine gennaio. Due giorni dopo si alza dalla panchina e, in 12 minuti, segna la rete del 2-2 contro il Real Madrid. I tifosi impazziscono, inventando anche il “kit dell'esultanza” (una foto da cui ritagliare le due dita che Pazzini si porta intorno all'occhio dopo aver segnato), il centravanti non gioca tantissimo ma comunque il Levante si salva. A differenza del Verona, dove torna in estate da indesiderato ospite. Setti ha provato a levarselo di torno inutilmente, magari ci riproverà a gennaio. Per il momento deve sopportarlo, insieme con i gol che dispensa.

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