Non chiamatelo Cholito. Così Giovanni Simeone si sta affrancando dal nome del padre

Due gol nelle ultime due partite da titolare con la maglia del Genoa bastano al ragazzo per non essere più considerato solo il figlio di Pablo Simeone. Intanto a Udine salta il primo allenatore: è la maledizione di Guidolin?
Non chiamatelo Cholito. Così Giovanni Simeone si sta affrancando dal nome del padre

Giovanni Simeone (foto LaPresse)

In Argentina un soprannome non si nega a nessuno. Nel calcio, poi, la fantasia non brilla quando un figlio segue le orme del padre. E così, se Gonzalo Higuain è diventato El Pipita per via del padre Jorge (El Pipa), allo stesso modo Giovanni Simeone è diventato El Cholito a causa del padre Diego (El Cholo). Ma se l'attaccante della Juventus apprezza, quello del Genoa ripete alla noia di non voler essere chiamato così. Lui vuole essere conosciuto come Gio e sta facendo di tutto per riuscirci. Chiedere, per l'appunto, ai rossoblù che, in estate, hanno investito per avere Simeone dal River Plate, dove era entrato giovanissimo e dove aveva cominciato una personale battaglia contro il nepotismo. Personale e singolare perché contro sé medesimo, in quanto il ragazzo ricordava a ogni passo di essere stato chiamato in quanto valeva e non perché figlio di qualcuno importante. Non che avesse poi lasciato grandi ricordi al River, comunque, tranne il singolare taglio di capelli cui i compagni lo avevano costretto per essere uno nello spogliatoio: calotta cranica rapata a zero fin poco sopra le orecchie, per un look imbarazzante da samurai. Per lui un paio di stagioni seguite da altre due in prestito al Banfield, con la chiamata nell'Argentina, prima Under 20 e poi Olimpica, in occasione dei giochi di Rio de Janeiro. Poche le presenze e pochi i gol, per un attaccante, fino a svalutare una clausola rescissoria fissata inizialmente a quindici milioni. Un richiamo irresistibile per Enrico Preziosi, presidente del Genoa con la “fissa” per l'Argentina. Due nomi su tutti: Ezequiel Lavezzi preso nel 2005 e poi perso per la retrocessione a tavolino, causa illecito sportivo, e Diego Milito, idolo della Gradinata Nord prima di andare a vincere il Triplete con l'Inter. I rossoblù entrano in estate nelle trattative aperte da Sporting Lisbona e Pescara, bastano tre milioni per convincere il River Plate. Si compie il destino di Simeone junior, dal nome italiano come i fratelli Gianluca, Giuliano e Francesca per amore di papà verso il paese in cui ha giocato (Pisa, Inter e Lazio), allenato (Catania) e, dicono, ritornerà (Inter). Non lo spaventa il fatto di essere chiuso nel ruolo da Pavoletti, ancor più quando non si concretizza la cessione al Napoli. Simeone sa aspettare e si fa rispettare quando tocca a lui per l'infortunio del centravanti. Due partite da titolare contro Pescara e Bologna, altrettanti gol, che valgono quattro punti. Quelli che possono cominciare ad affrancarlo dal padre e dare una svolta alla carriera. Forse se ne accorgerà chi ancora lo chiama Cholito e forse se ne accorgeranno quelli di Wikipedia, che insistono a farlo nascere a Buenos Aires mentre lui è venuto al mondo a Madrid, dove gli piacerebbe un giorno andare. Ma mai al Real, per rispetto di Diego.

 

In sette partite si è invece deciso il destino di Giuseppe Iachini. Chi mastica un po' di calcio poteva immaginarlo: la combinazione tra classifica deficitaria e sosta per la Nazionale è una tentazione troppo golosa per le società. Hanno la scusa di poter cambiare un tecnico concedendogli un tempo più lungo per cominciare il nuovo lavoro, come se bastasse una manciata di giorni in più per trasformare un'armata disorganizzata in una perfetta macchina da guerra. Come è l'Udinese di quest'anno, cui è venuto a mancare anche l'ultimo legame con l'Italia da quando si è ritirato Totò Di Natale e da quando Scuffet sconta in panchina tutti i titoli usciti sulla nuova stella tra i pali. In campo quest'anno non si è mai visto un italiano titolare e, se si guarda al gruppo, i nostri connazionali sono cinque su una trentina di persone. Impossibile creare uno zoccolo duro su cui contare. Piuttosto si è vista una babele pallonara in cui Iachini ha finito per perdersi tra prove poco convincenti e risultati negativi. Il 3-0 preso in casa dalla Lazio è stato il punto di non ritorno. Ai Pozzo è bastata una domenica per pensarci su e ufficializzare l'esonero. Un tuffo nel passato, per la famiglia che possiede il club da trent'anni. All'Udinese i tecnici non hanno mai avuto vita semplice, tranne quel Francesco Guidolin che, tra il 2010 e il 2014, aveva fatto sedere la squadra a un posto fisso tra le grandi, raggiungendo due volte i preliminari di Champions League. Un rapporto andato poi a incattivirsi fino a un tentativo (fallito) di trasformare l'allenatore in dirigente e al divorzio definitivo. Da quel giorno l'Udinese ha faticato a salvarsi e i tecnici a salvare la pelle. E viene il sospetto che Iachini sia solo l'ultima vittima di una “Maledizione del Bambino” (vedi alla voce: Babe Ruth) in versione Guidolin.

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