Un patrimonio di 3 miliardi di dollari e 137 milioni di euro di ricavi. Più che una favola, il Leicester è una solida realtà

I proprietari thailandesi dei Foxes hanno investito molto, anche grazie a diritti tv e a un marchio che comincia a funzionare. Il bilancio? Più ricco di quello del Napoli.

3 Maggio 2016 alle 17:46

Un patrimonio di 3 miliardi di dollari e 137 milioni di euro di ricavi. Più che una favola, il Leicester è una solida realtà

Giocatori del Leicester festeggiano un gol di Vardy (foto LaPresse)

Da quando la rete di Eden Hazard ha consegnato al Leicester e a Claudio Ranieri il primo scudetto delle rispettive vicende sportive, mezza Italia – alla testa il presidente del Consiglio – si è prontamente issata sul carro di Vardy e compagni. Una reazione che si spiega, in parte, con quella miscela di vanagloria e provincialismo che spinge così sovente gli italiani a intestarsi i trionfi dei connazionali (e a disconoscerne le cadute); in parte, con la naturale partecipazione emotiva al destino di una squadra minore che, contro ogni pronostico, vince il campionato più ricco del mondo in faccia ai colossi del calcio mondiale. Impossibile rimanere indifferenti di fronte alla “favola Leicester”. Sfortunatamente per i fautori del pallone romantico, però, Esopo c’entra ben poco con l’ascesa sorprendente del club inglese.

 

Celebrato come un sodalizio di minatori delle Midlands, il Leicester appartiene a Vichai Srivaddhanaprabha, impronunciabile re tailandese dei duty free, titolare di un patrimonio stimato in 3 miliardi di dollari. Dopo esserne stato sponsor con il gruppo King Power, Srivaddhanaprabha – un titolo onorifico che significa, a spanne, “luce della gloria del progresso” – acquistò il club nel 2010, quando ancora si faceva chiamare più modestamente Raksriaksorn. Nella scorsa stagione, quella del ritorno in Premier League dopo dieci anni, la società ha messo a bilancio ricavi per 137 milioni di euro, che ne hanno fatto la ventiquattresima squadra più ricca al mondo – in Italia solo Juventus, Milan, Roma e Inter hanno fatto meglio.

 


Presidente del Leicester Vichai Srivaddhanaprabha (foto LaPresse)


 

Sbarcare nel Bengodi dei diritti tv ha aiutato: ma, sin dall’inizio, era questo il senso della scommessa dei proprietari, che – come molti altri investitori del settore – hanno messo piede nella Championship, la seconda divisione inglese, per accedere alla Premier League dalla porta di servizio. Non è stata un’operazione al risparmio: una cinquantina di milioni per comprare il club, più o meno altrettanti per riacquistare lo stadio, oltre 100 milioni di perdite nelle ultime tre stagioni in Championship. Un andamento che ha destato l’interesse della Lega, intenzionata a verificare il rispetto dei criteri regolamentari di gestione e, in particolare, la bontà di un accordo di marketing con un’opaca società di Sheffield. Plastica dimostrazione dell’illusione del fair play finanziario: introdotto per aumentare l’equilibrio competitivo, finisce per limitare proprio le piccole che vogliono diventare grandi.

 

In ogni caso, i Srivaddhanaprabha non hanno fin qui imitato le spese furiose a cui ci hanno abituato i mecenati russi o mediorientali. Nel 2014/15 sono arrivati i primi profitti: 43 milioni al netto delle tasse, dovuti anche a un calciomercato insolitamente oculato. L’ascesa del Leicester è stata propiziata da uno scouting attentissimo: il cannoniere Vardy è stato pescato tra i dilettanti per un milione di sterline, Mahrez e Kanté venivano dalla Serie B francese, Drinkwater era uno scarto dello United. Merito del responsabile Steve Walsh e dei suoi collaboratori Rob Mackenzie e Ben Wrigglesworth, a propria volta reclutati – rispettivamente – da Tottenham e Arsenal.

 

L’interrogativo è se, nelle prossime stagioni, il Leicester possa riuscire a confermarsi ad alto livello. Il divario rispetto alle squadre più blasonate rimane, ma le prospettive economiche autorizzano un cauto ottimismo. Nella peggiore delle ipotesi, quest’annata irripetibile porterà nelle casse societarie almeno 65 milioni: 40, canonici, arriveranno dalla mera partecipazione alla Champions League, altri 25 dai maggiori introiti televisivi. A questi andranno sommati i frutti di ulteriori successi sportivi e l’incremento dei ricavi da botteghino e sponsor – King Power si terrà stretti la maglia e lo stadio, ma ci sono molti altri modi per spremere un marchio che è già tra i primi cinquanta del calcio mondiale. A Ranieri hanno chiesto: “Cosa potremmo fare in Italia per replicare il miracolo Leicester?”. Risposta: “spartire più equamente i soldi dei diritti tv”. La risposta è, in verità, incompleta: la distribuzione della torta ha un peso, ma la dimensione complessiva non va trascurata. Socializzare i profitti è relativamente più facile in un campionato che vale più di 4 miliardi l’anno. Tuttavia, Ranieri ha messo a fuoco un principio elementare, ma spesso trascurato: la tecnica, la tattica, lo spirito di squadra si coltivano con le risorse messe a disposizione. Per parafrasare una gloria locale del Leicester, Gary Lineker, il calcio è un gioco semplice: ventidue uomini inseguono un pallone per novanta minuti e alla fine vince chi ha i quattrini. Amiamo il calcio per il senso dell’imponderabile, ma anche l’imponderabile va stimolato un po’.
 

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