Nelle periferie

Un racconto a Torre Maura. A scuola si comincia bene

Marco Lodoli

Il tablet del green pass, sì. Ma il primo giorno in classe è leggere la storia di uno che non molla 

Primo giorno di scuola: sveglia che suona quando il cielo è ancora buio, rapida doccia, vestizione casuale, un caffè e via, nella città che inizia a sgranchirsi dopo il sonno. Sono stato confermato come “referente Covid” della succursale di via Olina, Torre Maura, e per questo devo correre nell’altra succursale, a via Rugantino, Torre Spaccata, a prelevare un tablet che contiene l’app necessaria per leggere i  green pass degli insegnanti che ancora non sono stati controllati. “Tablet con l’app per il green pass”: tre anni fa non avrei compreso neanche una parola, ma adesso anche io, professore dinosaurico, mi sono aggiornato, comprendo e più o meno so cosa fare. Arrivo a via Olina e fuori del cancello ci sono già tanti studenti, contenti di ritrovarsi e forse persino di ritornare sui banchi di scuola, tutti insieme, ad ascoltare le lezioni, a confermare le amicizie, a fare casino. Li saluto velocemente, ci vediamo tra poco in classe, e corro a sistemarmi a un tavolino all’ingresso per monitorare e dare il via libera ai professori.

 

Nella mia succursale dovrebbero essere tutti vaccinati, ma è necessario verificare. Così accendo il tablet, trovo a fatica l’applicazione e provo a fotografare quelle macchie informi che contengono la conferma dei vaccini. Rossetti Valeria, 7/12/81, e aggiungo: piatto preferito, carbonara. Paolozzi Gianluca, 14/9/79, piatto preferito, orecchiette alle cime di rapa. Così, per sdrammatizzare, per ridere un po’ insieme ai colleghi e sentirmi meno Cerbero o Minosse, implacabile sulla soglia dell’inferno. Sono solo cinque o sei colleghi da inquadrare e ammettere: e tutto va bene, sono tutti in regola. E alle otto e spiccioli sono in classe, con la mascherina calata sulla bocca, pronto a iniziare il nuovo anno scolastico. Qualche parola sulle vacanze, dove siete stati, che avete fatto. Quasi tutti sono rimasti a Roma, perché da queste parti girano pochi soldi e il Covid ha creato ancora maggiori difficoltà economiche. Qualcuno è andato “al paese”, dicono sempre così, senza specificare quale paese sia: è quello dei nonni, in Ciociaria o in Calabria, l’origine della famiglia e anche il suo riparo.

 

Però voglio che anche dal primo giorno di scuola gli studenti portino a casa qualcosa di buono, una bella lettura, almeno un pensiero utile: “Oggi vi leggo un racconto semplice e interessante, che a me ha cambiato la vita, non esagero”. E inizio a leggere, sempre con la mascherina che mi imbavaglia, “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono. Quindici paginette decisive, una parabola ecologista, ma non solo, anche un invito ad affrontare l’anno scolastico e tutti gli impegni con passione e generosità. E’ la storia di Elzeard Bouffier, un pastore già avanti negli anni che vive da solo in una zona della Francia sotto le Alpi, brulla e desolata, inaridita dal vento, ormai priva anche di acqua. Poca gente abita da quelle parti, e sono persone scorbutiche, egoiste, primitive. Questo pastore ogni giorno parte dalla sua casupola con un sacchetto di ghiande e le pianta speranzoso in quella terra secca. Molte ghiande muoiono senza produrre niente, ma molte altre schiudono nuova vita. E intanto scoppia la Prima guerra mondiale, ma il pastore quasi non ci fa caso, prosegue ostinato nella sua missione. Passano gli anni del dopoguerra e poco alla volta quella regione secca e ostile si copre di verde, arriva la Seconda guerra mondiale, ma Eleard non cede alla disperazione e all’angoscia, ogni giorno si alza, cammina per chilometri e chilometri e pianta le sue ghiande, e anche faggine e betulle, migliaia e migliaia. E dopo tanti anni tutto è cambiato, l’ambiente è diventato più dolce, l’acqua è tornata e sono arrivate anche nuove coppie, ci sono bambini, c’è vita.

 

Eleard muore nel 1947, a 89 anni. Scrive il narratore: “Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole… L’anima mi si riempie di rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio”. Avete capito, ragazzi? Hanno capito, mi sembra. Bisogna dare il meglio di sé ogni giorno, e attorno alla nostra costanza positiva il mondo cambierà. E poi, sulla lavagna elettronica ho anche fatto apparire il “radiant baby” di Keith Haring. Un marmocchio che sprigiona energia atomica, il simbolo di un nuovo inizio, di una rinascita, o almeno a me sembra così. C’è ancora tempo per parlare un po’, per salutare vecchi e nuovi insegnanti, per darci appuntamento a domani. L’anno è cominciato bene, crediamoci.

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