Sì, la ricerca deve essere libera. Ma non a fondo perduto

Andrea Ichino

Se un ricercatore ha bisogno di fondi, non può stupirsi quando chi glieli fornisce vuol sapere se li sta spendendo bene o male. Controreplica a Mingione

Leggendo la risposta di Giuseppe Mingione al mio articolo sul Foglio del 19 febbraio scorso mi viene il dubbio di non essere riuscito a spiegare chiaramente il mio pensiero. È ovvio che i ricercatori debbano essere liberi di far ricerca sui temi che preferiscono (purché non violino princìpi etici). E concordo pienamente sul fatto che proprio questa libertà a 360 gradi abbia spesso consentito scoperte scientifiche fondamentali, a volte in modo addirittura casuale.

 

Se però il ricercatore ha bisogno di fondi di ricerca, non può stupirsi quando chi glieli fornisce vuol sapere se li sta spendendo bene o male. È lo stesso Mingione a citare l’esempio della National Science Foundation negli USA, che non regala fondi a chiunque li chieda e sottopone invece l’erogazione delle risorse ad una attenta valutazione basata anche su revisori anonimi.

 

Quanto alla Costituzione italiana, l’art. 33, se fosse stato in vigore nel ‘600, avrebbe protetto Galileo contro l’Inquisizione che gli vietava di studiare il moto dei pianeti intorno al Sole, ma non lo avrebbe protetto contro un rifiuto del Papa di finanziare le sue ricerche. I padri costituenti volevano ovviamente impedire il ritorno della censura fascista, ma nulla lascia supporre che essi volessero anche garantire ai ricercatori un finanziamento a piè di lista senza alcuna valutazione del loro operato. Non dimentichiamoci che nell’accademia italiana c’è chi di ricerca proprio non ne fa, né buona né cattiva, e perfino chi l’insegnamento lo lascia fare ai suoi assistenti, pur tenendo per sé l’intero stipendio.

 

Se siamo d’accordo su questi due punti (ossia (a) i ricercatori sono liberi ma (b) chi li finanzia è altrettanto libero di chiedere conto di quel che i ricercatori fanno con i fondi ricevuti) il problema, come già scrivevo nell’articolo del 19 febbraio, non è se valutare ma come valutare.

 

Detto questo, concordo pienamente con chi critica l’Anvur e il Miur per l’assurda macchinosità delle procedure e dei vincoli “kafkiani” imposti ai ricercatori nel nostro Paese. Quindi, sia io che Mingione riteniamo che l’attuale sistema di valutazione italiano abbia troppi difetti. Non capisco però se dissentiamo nelle conclusioni da trarre in base a questo giudizio. Per me è il segnale che dobbiamo metterci urgentemente a lavorare per migliorare l’Anvur, oppure per passare ad un sistema come quello USA, consci del fatto che nessun metodo di valutazione è perfetto. Per Mingione, invece, mi sembra (ma spero di sbagliarmi) che l’unica soluzione sia fare una completa marcia indietro come se la sola alternativa fosse tra l’attuale sistema Anvur e l’assenza di una qualsiasi valutazione. Francamente non vedo perché così debba essere. Tornare a un mondo in cui ricercatori possono anche non fare nulla a spese degli altri non sarebbe certamente un progresso. Siamo d’accordo su questo?

  

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