In America la scienza della comunicazione è una cosa seria

Un giro alla School of Visual Arts di New York e qualche idea utile per l’Università italiana

20 Novembre 2017 alle 16:21

In America la scienza della comunicazione è una cosa seria

Foto tratta da portfolios.sva.edu/

New York. Le cineprese sono ammassate sugli scaffali multipiano nelle loro sacche così che sembra di trovarsi in un immenso spogliatoio. Invece, si tratta del deposito degli strumenti del Dipartimento di Film e animazione della School of Visual Arts, Manhattan. Studenti e professori entrano ed escono con le sacche, mentre in altre sale si montano i film, si fanno registrazioni di suoni, si girano scene in set pre-allestiti. La School è un’Università a tutti gli effetti, dedicata alla comunicazione. Oltre al Dipartimento di Film, ci sono quelli di Fotografia, di Arti classiche, di Cartoons, di Design, di Arti elettroniche e di un’altra decina di specialità artistiche. Durante lo scorso week-end la School ha ospitato nel proprio teatro Norman Floyd, il primo afroamericano a lavorare per Disney e il primo a essere insignito del titolo di “leggenda Disney”. Per chi conosce Scienze della Comunicazione in Italia lo choc è forte. Non per gli ospiti, che in Italia non mancano, ma per la differenza di impostazione, che diventa sempre più forte con il passare degli anni e che mette in luce uno dei problemi essenziali di tutto l’insegnamento italiano, non solo di comunicazione. La comunicazione è solo un caso speciale, molto significativo.

 

Cominciamo dal caso. La scienza della comunicazione non è la scienza delle merendine, come l’aveva infaustamente bollata un recente ministro dell’Università e della Ricerca. Più ci addentriamo nella rivoluzione informatica più si capisce che la comunicazione fa emergere la continuità esistente tra discipline tradizionalmente concepite come separate. Una volta la comunicazione era l’ultimo segmento di processi segregati. Per fare un esempio, nel campo dei beni culturali c’era il reperimento, il restauro, la conservazione, l’esibizione, la fruizione e, poi, ultimo e infimo, il necessario pedaggio da pagare alla comunicazione. Ogni segmento aveva le sue discipline di riferimento: serie tutte quelle che precedevano l’impatto pubblico, artistiche ma non scientifiche le altre. La tecnologia attuale ha permesso di vedere che i segmenti non sono separati. Ogni fase può essere filmata, registrata, socializzata creando un continuum difficilmente separabile tra conoscere e comunicare. Mentre avvengono registrazioni e condivisioni, si rivede, si ri-capisce, si ascoltano osservazioni critiche di persone lontane. E lo stesso vale in tutte le discipline, dalla medicina alla giurisprudenza. È in fondo una riaffermazione in chiave nuova dell’antica sapienza medievale per la quale l’Essere stesso è comunicazione contro la divisione analitica del sapere tipico della modernità. Appurata la serietà e la necessità di uno studio scientifico della comunicazione, ecco che si presentano modelli diversi. Quello italiano è forse un emblema di una possibilità estrema. Seguendo in buona parte il pensiero (e non l’azione) di Umberto Eco, la comunicazione è studiata a partire dalla necessità di imparare tanti codici di discipline diverse. Quella che al ministro sembrava un’accozzaglia di materie è in realtà un percorso che vorrebbe dare agli studenti padronanza di tanti codici (sociologici, filosofici, storici, economici) con cui affrontare il tema comunicazione, che si è visto stare in mezzo a tutto, stabilire un rapporto continuo con tutto. Ma è un percorso principalmente teorico, a cui si aggiungono stage e laboratori soprattutto come concessioni alla necessità lavorativa. La School of Visual Arts newyorchese è forse l’altro estremo. Non si può studiare comunicazione se non facendo, cominciando a comunicare; dei codici ci si impadronisce solo in azione. E qui noi italiani sussultiamo pensando: “Ah, ma allora è un corso di formazione”, ripescando l’inconscia incorporata credenza idealista, che è ancora alla base della scuola italiana. Prima viene la teoria, poi la pratica. La teoria una volta doveva essere quella umanistica, mentre ora si reputa superiore quella scientifica, ma comunque la teoria e la pratica devono stare ben separate e gerarchizzate. In realtà, studi nuovi sulla matematica e sulla filosofia mettono in luce che il fare e il capire non sono separati, che la nostra razionalità più acuta – quella che usiamo per capire se ci possiamo fidare di qualcuno e per fare vertiginose ipotesi matematiche – è fatta da azioni specifiche dotate di significato, come gli esperimenti, a cui si può dare il nome generico di “gesti”.

 

La comunicazione è un gesto e come tale andrebbe studiata, salvando la capacità storico-analitica della tradizione novecentesca italiana ma inserendola dentro nuove prospettive più comprensive di quanto sta accadendo. Varrebbe la stessa considerazione per tutte le materie, per cui le antiche modalità di studio si rilevano spesso insufficienti e incapaci di fornire esperti di nuovi mestieri, ma almeno bisognerebbe cominciare dalla comunicazione, affiancando gli scaffali pieni di cineprese a quelli pieni di libri.

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