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Dai guanti alle app. Così l'apprendimento è veramente per tutti

Penne digitali, audio libri, software e strumenti compensativi possono aiutare i ragazzi a superare disturbi come la dislessia o la discalculia. Ma il vero problema sono i pregiudizi. I limiti dell'innovazione e quelli della legge

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Video di Francesco Cocco

3 Novembre 2019 alle 06:00

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Nell’ambito del supporto allo studio dei ragazzi con disturbo dell’apprendimento, negli ultimi anni sono stati pensati e sviluppati diversi strumenti tecnologici: app per cellulare, penne digitali, audio libri, software per mappe concettuali solo per citarne alcuni. La tecnologia sta indubbiamente facilitando la vita e l’accesso alle informazioni dei ragazzi con questo tipo di problematica. E non solo in ambito scolastico, ma nella vita di tutti i giorni. Basta pensare allo smartphone: fino a dieci/quindici anni fa, sarebbe stato impensabile avere un computer in tasca, in grado di supportati nella scrittura con il t9, farti mandare e ricevere dei messaggi vocali, trovare facilmente informazioni in ogni momento grazie ai motori di ricerca. Il tutto reso possibile utilizzando uno stesso dispositivo provvisto anche di calcolatrice e registratore audio.

  

Che cosa sono i disturbi dell’apprendimento

I DSA sono disturbi del neurosviluppo che coinvolgono la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto. Hanno una base genetica e neurologica, ma non dipendono da lesioni a livello cerebrale: “semplicemente”, a livello cerebrale, alcuni processi che nella maggior parte delle persone diventano automatici, nei ragazzi con DSA richiedono impegno e attenzione costante, occupando tutta l’attenzione e interferendo con l’apprendimento.

 

I DSA, in base alla difficoltà specifica coinvolta, si dividono in: dislessia (compromissione della lettura), disgrafia e disortografia (scrittura) e discalculia (capacità di calcolo). Per essere diagnosticati, è fondamentale una condizione: il quoziente intellettivo deve essere nella norma. In altre parole parliamo di ragazzi assolutamente intelligenti che hanno enormi problemi in capacità date per scontate dai più: si può capire come tale situazione possa disorientare un non addetto ai lavori. Da sempre, i ragazzi con questo tipo di difficoltà hanno dovuto lottare con pregiudizi di ogni tipo: “è svogliato”, “è sempre disattento”, “non si impegna abbastanza”, alcune delle frasi che ancora adesso, nella mia professione da psicoterapeuta, sento dire dagli insegnanti stessi.

 

Così come, è sempre utile ricordarlo: i DSA non sono una malattia, non sono conseguenza di un blocco psicologico e/o emotivo (casomai, queste sono le conseguenze), non derivano da deficit sensoriali e/o dell’intelligenza, ma soprattutto, non dipendono dall’impegno dei ragazzi. Possono impegnarsi sette giorni su sette, con sei ore di studio al giorno, e ritrovarsi ogni volta al punto di partenza, con lettura, scrittura e calcolo che non diventano mai “automatici” e richiedono la stessa attenzione cosciente della prima volta. Potenzialmente un incubo senza fine.

   
Per tali motivi, la legge 170 prevede strumenti dispensativi e compensativi ossia misure e strumenti che aiutano l'alunno con DSA, predisponendo una modalità di apprendimento più adatta, senza facilitare al contempo l’apprendimento da un punto di vista prettamente cognitivo. Purtroppo, come spesso accade in Italia, la distanza tra quanto disposto dalla legge e la realtà è sempre molto ampia. Perché? Perché mancano risorse o perché nel momento in cui una categoria di persone acquisisce diritti, tale categoria comincia ad essere utilizzata impropriamente per aiutare ragazzi in condizioni totalmente differenti: la sovradiagnosi di DSA, utilizzata per aiutare impropriamente chi invece ha un problema emotivo, linguistico, economico, confonde ulteriormente il quadro della situazione.

 

Vantaggi e limiti della tecnologia

Ma torniamo ad occuparci dei pregiudizi che coinvolgono chi un DSA, ce l’ha veramente. In questi anni, come dicevo, sono mancate le risorse. Risorse per una formazione adeguata al corpo docenti, ai genitori, e soprattutto per dare forza e attuazione pratica alla costruzione di piani didattici realmente individualizzati, così come previsto dalla legge. Lavoro che richiede numerosi incontri aggiuntivi per insegnanti già oberati dalla normale routine quotidiana. In un contesto come questo, i pregiudizi dilagano incontrollati, e di conseguenza la sofferenza di ragazzi e ragazze con DSA rimane intatta. Colpevolizzati o trattati da “deficienti”, si oscilla costantemente tra rabbia e frustrazione.

  

Per questo, la tecnologia è importantissima, ma se non viene contestualizzata, rischia di diventare un feticcio che produce speranze infondate e al contempo alimenta sentimenti di vergogna e inadeguatezza. Ad esempio, mi è capitato di vedere molti ragazzi con DSA rinunciare all’utilizzo del pc in classe, perché si vergognavano del giudizio dei compagni di classe. Preferivano di gran lunga un due in pagella, piuttosto che sentire le parole e gli sguardi malevoli dei compagni. Anche le mappe concettuali, semplici schemi per facilitare lo studio, provocano imbarazzo e senso di colpa di fronte agli stessi professori che, se non adeguatamente formati, vedono tale possibilità come un semplice “sconto” e faticano a riconoscere alcun merito con atteggiamenti che possono ferire nel profondo ragazzi che vengono da intere giornate passate davanti ai libri. In un contesto come questo, tutto ciò che è “speciale” e tecnologico può marcare ancora di più una differenza.

  

* psicoterapeuta, presidente dell'associazione Ipse Lab

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