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Longa est vita

Qualche dato sui centenari d’Italia per spiegare che la genetica c’entra ben poco con la longevità

22 Novembre 2015 alle 06:15

Longa est vita

Tanto per apprezzare le due velocità, quella della popolazione in generale e quell’altra di quanti hanno tagliato il traguardo, fino a poco tempo fa praticamente proibitivo, dei cento anni: nel corso del 2014 gli abitanti in Italia sono aumentati dello 0,2 per mille (per mille, non per cento), i centenari del 67,7 per mille. In proporzione, 320 volte di più. E abbiamo già detto tutto, in certo senso. La popolazione italiana è ferma (in attesa di cominciare a decrescere: questione di poco, forse già da questo 2015). I centenari corrono. Siamo nel pieno di un’esplosione degna dei più spettacolari fuochi d’artificio di centenari (e di novantenni, ma concentriamoci sui ben più “esemplari” che hanno superato le tre cifre) che nel giro di alcuni decenni ha sovvertito la geografia delle età avanzatissime, lanciandoci una sfida alla comprensione di questo fenomeno ch’è una sfida alla comprensione della longevità.

 

Agli inizi degli anni 80 i centenari nella popolazione italiana erano 300 – pari a 5 centenari ogni milione di abitanti. Al primo gennaio di quest’anno erano 19.095, pari a 314 centenari ogni milione di abitanti: più di 60 volte quelli che erano tre decenni fa. Di 100 mila che nascono oggi quasi 5 mila (4.701, di cui 3.418 femmine e 1.283 maschi – a stare alle tavole di mortalità da poco pubblicate dall’Istat) arriveranno a toccare e superare i cento anni: uno ogni 21 nati. E questo alle condizioni di mortalità di oggi, senza che vi sia, cioè, bisogno di alcun altro miglioramento di queste condizioni.

 

Se ora consideriamo che appena cinquant’anni fa di centenari nella popolazione italiana non v’era neppure l’ombra ecco che ricaviamo intanto la prima lezione: il genoma, nell’esplosione attuale dei centenari e in quella che si preannuncia nei prossimi decenni, non c’entra neppure di straforo. In mezzo secolo il Dna degli italiani è rimasto quello che era, al massimo può essere cambiato di una unità (mettiamo un nucleotide) su 10 mila (nucleotidi). Si conferma quel che si sa, anche se chi dovrebbe si guarda bene dal dircelo e cioè che il genoma indica una potenzialità generale del nostro organismo, ma l’espressione più o meno considerevole e soddisfacente di questa potenzialità dipende da una congerie di fattori di tutti i tipi: socio-economici, politico-culturali e medico-sanitari, oltreché ecologici in senso lato. Dunque questa congerie di fattori ha pur sempre dato delle belle soddisfazioni, nel nostro paese.

 

E qui veniamo a una seconda considerazione. Molti ricorderanno di quando équipe medico-epidemiologiche facevano, in decenni recenti, la spola con la Sardegna per vedere di carpire i segreti di qualche addensamento insolito, in certe aree, di poche unità di centenari. Bene, la Sardegna nella graduatoria delle regioni con la maggiore densità di centenari è oggi addirittura al 15° posto, con un valore di 281 centenari a milione di abitanti ch’è più basso del 10 per cento della media nazionale (314) e perfino di più rispetto a tutte le regioni, nessuna esclusa, del centro-nord. Se quelle équipe volessero ripetere oggi le ricerche che fecero in Sardegna dovrebbero percorrere tutt’altre contrade e guardare a tutt’altri fattori – ben al di là dei segreti del genoma e pure delle virtù di una alimentazione giudicata particolarissima e iper genuina, oltreché ovviamente salutare al massimo grado.

 

Con la terza considerazione potremmo magari vedere di indirizzare un poco più puntualmente quelle (ipotetiche) ricerche. Perché si dà il caso che le maggiori densità di centenari si abbiano nelle grandi città del centro-nord, con valori di poco inferiori a 500 centenari per milione di abitanti a Milano e Venezia, superiori a 500 a Genova, superiori a 600 a Bologna e Firenze e addirittura a 700 a Trieste: valori anche più che doppi della media nazionale. La regola vale anche per le grandi città del Mezzogiorno, con densità di centenari sistematicamente superiori alle corrispondenti medie regionali.

 

[**Video_box_2**]E c’è ancora una quarta considerazione. Quanti hanno oggi 100 e più anni o ci si avvicinano, avevano più o meno trent’anni all’indomani della fine della guerra: rappresentano, cioè, la generazione che avrebbe ricostruito l’Italia nel periodo tra il 1943 e il boom economico degli anni 60, che più si sarebbe rimboccata le maniche, che più avrebbe rischiato e vinto. Basta unire i puntini: vince chi fa e costruisce la vita. Pensare di vivere al risparmio, centellinando ogni sforzo, senza disegni e obiettivi che valgano la pena di essere pensati e perseguiti (o senza creare le condizioni per farlo)? I dati dei centenari dicono senza mezzi termini ch’è un gioco che non paga. Così come dicono che non c’è altro modo, in termini di paese, che pensare in grande.

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