Il potere come piacere, ovvero la vitale scena Bdsm a Roma

Andrea Venanzoni

Dalle delicate atmosfere di Zou Zou, autentico boudoir in pienissimo centro, alle serate bondage capitoline: c’è l'imbarazzo della scelta

Non tutti loro hanno letto Hegel, ma tutti loro, consapevolmente o inconsapevolmente, finiscono per mettere in scena la dialettica servo-padrone su cui il filosofo tedesco si diffuse nel capitolo de “La fenomenologia dello spirito” dedicato alla “autocoscienza”.

 
Sono i praticanti di Bdsm, acronimo anglizzante di Bondage Dominance SadoMasochism, che nella Capitale hanno una delle loro roccaforti italiche, sorta di catartico teatro junghiano, intessuto di archetipi, ruoli e atmosfere più o meno elaborate.

   
Come in tutti gli ambiti della vita umana, anche questa scena, preda spesso degli appetiti sensazionalistici della stampa e di certe tendenze commerciali, ha conosciuto alti e bassi, vicende oscure e momenti di emersione a una non poi tanto agognata celebrità: momenti in cui la cronaca nera e certa superficialità di giudizio si sono fuse tra loro, anche a causa di un logorroico narcisismo di certi protagonisti che quando un bondager, legatore e maestro di nodi secondo l’antica arte dello Shibari giapponese, si ritrovò incriminato per omicidio, non ebbero miglior pensata che andare a svernare su pagine di giornale e in TV per proclamarsi esperti del tema.

  
Non una rigorosa e positiva abbronzatura, e che anzi rinsaldò certi stereotipi alla Krafft-Ebing.

  
Ma nella scena romana, al netto di queste derive e di un riflusso inevitabile quando sul carro salgono in troppi, oltre le serate si è sviluppata una qualche consapevolezza concettuale che può essere apprezzata ad esempio nelle delicate atmosfere di Zou Zou, locale in Via della Cancelleria, pienissimo centro storico e che definire negozio fetish sarebbe riduttivo e ingiusto: autentico boudoir, o con le loro parole Luxury Erotic Boutique, dalle atmosfere evanecescenti e carnicine, gestito da donne con uno sguardo consapevole per altre donne, un po’ galleria d’arte, un po’ libreria, un po’ ancora ritrovo di chi vuole, tra oggettistica e abbigliamento, vivere una sessualità libera senza starsi a curare delle apparenze sociali.

   
Per le serate, c’è un tendenziale imbarazzo della scelta. E forse questo è il rovescio della medaglia, il rischio di finire in un covo di “famolostranismo” poco poco più nobile del mero scambismo da provincia noiosa. Intendiamoci: nulla in contrario al famolostranismo di per sé e nessuno pretende di scendere in un fumoso dungeon citando passi da “Il freddo e il crudele” di Gilles Deleuze o da “La sadica perfetta” di Terence Sellers.

   
Cercando di preservare ciò che gli statunitensi, maestri ideologici anche se spesso con perniciosa inclinazione al postal market sensoriale, definiscono “quality contents”, si può considerare il Ritual. Non un locale, ma una serata. 

  
Itinerante spesso, salvo quando trova radici in un posto che assomma le caratteristiche essenziali di questa serata, in alcuni casi, nella summa del Bdsm di qualità, in partnership con la serata londinese Torture Garden: vera epitome questa di un glorioso passato di musica esoterica, tra Death in June, Coil e mostre coi dipinti di Trevor Brown, quando cioè l’underground era ancora cosa seria.

   
Sonorità industrial, spigolosa elettronica, atmosfere virate e claustrofobiche, equamente distribuite tra aficionados della parte musicale e praticanti Bdsm veri e propri. Di tanto in tanto, serate a tema specifico: medical fetish, sterzata sessuale dell’arte medica escogitata dal fotografo francese Romain Slocombe, serate Bondage, ed altre che costituiscono nicchia nella nicchia.

  
C’è poi la Black & Blue Nights, anche questo concept itinerante che assomma serate Bondage, con play-parties più canonici per gli standard del genere. A volte invece si esce dalla dimensione dominio/sottomissione, e si tengono degli aperitivi, i Bdsm munch, per socializzare e conoscere persone coi medesimi interessi.
Degno di menzione il fatto che non sia richiesto un dress code per accedere, cioè ci si può vestire come meglio si crede, mentre in altri locali sono imposti alcuni precisi capi di abbigliamento.

  
Perché in effetti, in questo ambito, l’abito fa ancora il monaco.

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