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Il Bob King italiano

Assicura che Bob King, capo del sindacato americano dell’auto, non lo conosce nemmeno. Ma conosce bene General Holyfield, il numero due di UaW, al quale ha cercato inutilmente di spiegare le contorsioni dei sindacati italiani su Pomigliano e Mirafiori. Oggi Roberto Di Maulo, segretario del Fismic, 20 mila iscritti quasi tutti in Fiat, si propone come mediatore nella sfida finale tra Sergio Marchionne e l’Italia: investimenti contro chiusure di impianti.

27 Gennaio 2011 alle 00:00

Assicura che Bob King, capo del sindacato americano dell’auto, non lo conosce nemmeno. Ma conosce bene General Holyfield, il numero due di UaW, al quale ha cercato inutilmente di spiegare le contorsioni dei sindacati italiani su Pomigliano e Mirafiori. Oggi Roberto Di Maulo, segretario del Fismic, 20 mila iscritti quasi tutti in Fiat, si propone come mediatore nella sfida finale tra Sergio Marchionne e l’Italia: investimenti contro chiusure di impianti. Per la passione con cui difende le ragioni del Lingotto è stato appunto definito il Bob King italiano, o anche “più filopadronale dei padroni’’. Lui replica: “La mia filosofia è sempre stata una sola: il bene dell’azienda è anche quello dei lavoratori. Il mio riferimento è Pautasso delle Carrozzerie, è lì che capisco dove va il vento’’.  Sarà Pautasso, allora, che lo ha convinto ad appoggiare la linea di Marchionne senza se e senza ma, anche da solo, con un (ideale, per ora)  via libera a un contratto ponte per l’auto da qui al 2012, in attesa che Federmeccanica e gli altri sindacati riescano a trovare la quadra, cioè un contratto nazionale del settore che possa piacere all’algido Marchionne: “Uno che durante le trattative non risponde mai né si né no ad alcuna domanda diretta, si limita a tacere a e fissare l’interlocutore”.

Un contratto ad hoc per l’auto,
secondo Di Maulo, non sarebbe nulla di drammatico, anzi: “I lavoratori hanno solo da guadagnarci. Marchionne è pronto a dare paghe base più alte di quelle del contratto nazionale dei meccanici. Gli unici a perderci sarebbero le burocrazie sindacali e confindustriali’’. Burocrazie che per Di Maulo possono anche essere definite “caste”. Non è la prima volta che il capo del Fismic attacca il “sistema’’. Nel 2006 ha inviato all’Antitrust un esposto per denunciare l’esistenza di un “cartello’’ nelle relazioni industriali, costituito da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, in spregio alla libera concorrenza. Antonio Catricalà era saltato sulla poltrona: “Si rende conto che mi sta scaricando addosso una bella grana?’’, gli disse. L’inchiesta è stata comunque avviata ed è ancora aperta.

Romano de Roma,
nato in piazza Campo de’ Fiori, cinquantotto anni di cui trenta come dirigente Uil, il Bob King italiano è uno che ha fatto il secondo ragioneria e poi, stregato dall’Autunno caldo del 1969, è andato a lavorare in fabbrica. Da lì ha iniziato l’attività sindacale alla Uil. Politicamente si è formato nel movimento studentesco, poi un passaggio nel Pdup e una militanza, che definisce “leggera’’, nel Psi, area De Michelis. Si ritiene un liberaldemocratico, affascinato (ma poi deluso) dalla promessa di rivoluzione liberale di Silvio Berlusconi, così come dalle “lenzuolate’’ del piddino Pier Luigi Bersani. Ha votato un paio di volte per l’Italia dei valori, ma oggi anche il partito di Antonio Di Pietro non lo convince più.

Alla guida del Fismic, Di Maulo è giunto nel 2001,
in polemica con Luigi Angeletti che gli aveva sbarrato la strada verso la leadership dei metalmeccanici della Uilm. In pochi anni ha trasformato l’innocuo sindacatino aziendale in piccola realtà nazionale, allargandosi nella siderurgia, nelle tlc e nell’aerospazio: nello stabilimento campano dell’Alenia, a due passi da Pomigliano, il Fismic è il secondo sindacato. Sostiene di non spiegarsi l’attuale “accanimento terapeutico nel tenere in vita i morti’’, laddove il cadavere sarebbe un sistema di relazioni industriali ormai logoro. Ritiene fondamentale trattenere la Fiat in Italia, ma non si nasconde che i margini sono stretti: la possibilità che salti il banco è forte e concreta.

Per Marchionne ha una stima totale, che spera ricambiata. Nel 2004, al primo incontro dell’amministratore delegato con i capi dei sindacati, gli altri parlavano di politica e grandi scenari, Di Maulo ha invece preso la parola per chiedere: “Scusi, ma com’è che i concessionari Iveco chiudono in estate, visto che in quella stagione i camionisti rinnovano i mezzi?’’. Ma anche la Fiat, ammette, ha le sue colpe: “L’assenteismo degli operai è speculare a quello dei capi. E se i capi non sono credibili, la catena di comando non funziona’’. La notte del referendum di Pomigliano, quando Marchionne, malgrado quel 63 per cento di voti favorevoli, aveva deciso di sbaraccare in ogni caso, ha preteso di parlargli al telefono: “Dottore, guardi in faccia una per una le 3.700 persone che hanno votato a favore dell’accordo, e poi vediamo se avrà il coraggio di dire ok, grazie tante ma me ne vado’’. Non si sa se sia stato proprio lui a convincerlo, però Marchionne è rimasto. Per ora.

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