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Alexandre Pato

Ora la Playstation è lui. Pro Evolution Soccer 2010: Pato è uguale, corre uguale, segna uguale. Il più forte, o quasi. Milan e Brasile: non è il numero e neanche la giocata. E’ la velocità: tu prendi il joypad e fa tutto da solo. Da una parte dall’altra, da una porta all’altra. Pato è il futuro virtuale e reale, perché il videogame coincide col campo. Alexandre è figlio di questo tempo, interprete di un’era nuova che non ha a che fare solo col pallone.

30 Novembre 2009 alle 00:00

Ora la Playstation è lui. Pro Evolution Soccer 2010: Pato è uguale, corre uguale, segna uguale. Il più forte, o quasi. Milan e Brasile: non è il numero e neanche la giocata. E’ la velocità: tu prendi il joypad e fa tutto da solo. Da una parte dall’altra, da una porta all’altra. Pato è il futuro virtuale e reale, perché il videogame coincide col campo. Alexandre è figlio di questo tempo, interprete di un’era nuova che non ha a che fare solo col pallone. La rapidità è un modo di vivere, oltre che di giocare. Perché lui da veloce è stato implicitamente precoce. “Ragazzi, questo ha 19 anni. E’ un ‘91. Lasciamolo crescere”, ha detto Adriano Galliani dopo Lazio-Milan di domenica scorsa. Mille-novecento-novantuno: fino a quando non lo ripete qualcuno non te lo ricordi mai. Giovane ma non così giovane, pensi.

Perché sono due anni che lo vediamo, sono due anni che lo sentiamo. Cioè non lo sentiamo. Pato è silenzioso perché a 19 anni evidentemente non ha voglia di banalità, oppure perché, per la stessa ragione anagrafica, non potrebbe che dire quelle. Allora tace, Papero muto con il rito del ragazzino prestato ai grandi. Il cuoricino mostrato alle tribune, il sorriso con la peluria da adolescenza non ancora terminata, le foto in tuta e sneakers che non fanno moda, ma comodità. Alexandre è un altro atipico. Per come si muove e per quello che fa. Brasiliano diverso. Non per la pelle, o non solo per questa. E’ il fratello piccolo della generazione Kaká: lontano dallo stereotipo del calciatore innamorato del carnevale della vita. Non se ne poteva più di giocatori che scappano per una sfilata, per i carri, per le signorine che agitano i fianchi, per le scuole di samba.

Non se ne poteva più di capricciosi ragazzini che mettevano il muso
se non possono andare a Rio a scatenarsi mascherati e allora proprio in quel momento tiravano fuori la saudade. Pato come Ricardo se ne frega e detesta pure Capodanno con il contorno sasuela sasuela, pe-pe-pe-pe-peeeee, Brigitte Bardot Bardot, e l’amico Charlie Brown. Più di Kaká, Pato è l’anti-Garrincha, anzi il simbolo dell’anti-Garrinchismo. Lo è nel numero che porta sulle spalle con un’andatura opposta: dritta, impettita, orgogliosa, spavalda; il contrario di quella di Mané, affascinante ma curva, timida, stretta. E’ la finta dell’esistenza, l’evoluzione di un modo di giocare e di affrontare la vita: Alexandre non ha visto la povertà che vedeva Garrincha e per questo non si porta a spasso per il campo la voglia di rivincita e di emancipazione che Mané teneva nelle sue gambe storte.

Questo è un Brasile diverso, un mondo diverso, un calcio diverso.
Pro Evolution Soccer, appunto: è il rincorrersi dello sport e quindi di tutto. Allora Pato è un’altro di quelli a cui bisogna dire grazie perché chi non conosce il Brasile potrebbe pensare che siano tutti così i suoi abitanti, legati ancora alla finta sempre uguale, alla povertà diventata ricchezza e poi tornata miseria, all’ignoranza diventata poesia per pochi eletti. Alexandre è il predestinato di un altro paese che si specchia in quello del passato per presentarsi diverso. Perché c’è un Brasile oggi che fa meno letteratura, ma esiste pure lui ed è quello che manda avanti la baracca, mentre gli altri scrivono in versi la bellezza antropologica della favela, dell’indigenza e dell’infanzia negata, dell’analfabetismo, della fame. Pato corre così, veloce e con la testa alta, perché così corre il suo paese. L’abbiamo letto, visto, sentito dopo il 2 ottobre scorso, quando Rio s’è presa le Olimpiadi del 2016. L’ha scritto Omero Ciai su Repubblica: “Mentre Europa e Stati Uniti annaspano dentro una crisi globale che divora posti di lavoro, risparmi e investimenti, il Brasile, da Porto Alegre a Manaus, cresce. Non ha mai smesso di farlo. Parlano i numeri: il paese verdeoro ha dichiarato ufficialmente di essere entrato in recessione alla fine del primo trimestre del 2009 quando la sua economia registrò una caduta dello 0,8 per cento; appena quattro mesi dopo, tra agosto e settembre, ne è uscito creando 250 mila nuovi posti di lavoro, mentre la sua Banca centrale prevede un incremento del pil per l’anno prossimo pari al 5 per cento.

Numeri che le altre economie si sognano. Ma c’è di più.
Nel periodo cosiddetto recessivo dall’economia sono fioriti 680 mila nuovi posti di lavoro ed entro la fine di quest’ anno saranno più di un milione. La Borsa cavalca e la moneta, il real, è sempre più forte e recupera valore nei confronti di euro e dollaro; le sue esportazioni inondano i mercati di soia, carne e ferro e la disoccupazione scende sotto l’8 per cento (meno dell’Italia). Tanto che anche gli osservatori più critici sono costretti a riconoscere non solo che il Brasile resuscita praticamente indenne dall’uragano dei titoli spazzatura ma che ha ripreso a crescere molto prima di quanto si potesse immaginare. Una spiegazione si trova nel fatto che diversamente da tutti gli altri paesi sudamericani in Brasile l’economia è una politica di stato che non cambia insieme ai governi o alle congiunture stagionali.

Non è un caso, ma è anche una eccezione in tutta la regione,
che alla testa della Banca centrale ci sia ancora Henrique Meirelles, un banchiere scelto da Lula ma molto più vicino al suo nemico, quel presidente Cardoso (1994-2002) che sconfisse l’inflazione promuovendo stabilità e continuità nella politica finanziaria. Quando il presidente operaio vinse le elezioni, sette anni fa, la Borsa tremava, la moneta affondava (schizzò in poche settimane a 4 contro 1 sul dollaro) e gli investimenti stranieri si fermarono. Industria e finanza temevano che l’arrivo al potere di un dirigente sindacale di sinistra avrebbe portato con sé programmi populisti e sperpero delle risorse. Ma Lula aveva capito la lezione, tanto che oggi per ogni 100 dollari investiti in Sudamerica, 90 vengono intercettati dall’economia brasiliana. Il vero segreto del risveglio di un paese descritto per decenni come un gigante addormentato sta però da un’altra parte: oggi il Brasile non è più un paese del terzo mondo con una popolazione povera molto più numerosa della classe media e una piccola élite di ricchissimi. La piramide s’è rovesciata e per la prima volta dall’indipendenza (1822) le tre fasce della middleclass (alta, media e bassa) sono formate da un numero di cittadini maggiore dei poveri e poverissimi. La classe media è diventata maggioranza e in questa rivoluzione si nasconde il segreto dell’assenza della crisi: è stata l’esplosione del mercato interno e l’arrivo di nuovi soggetti nell’universo dei consumi a tenere lontano il botto dell’economia mondiale”.

Pato è questo. Un condensato inconsapevole di un’anima nuova
di un popolo per troppo tempo confinato nell’archetipo dell’allegria povera, nelle spiagge belle e sputtanate di Copacabana. E’ la personificazione del futuro. Un simbolo che s’è preso l’eredità di Kaká che s’era preso l’eredità di Senna. Ayrton aveva le curve, l’acceleratore da spingere a tavoletta, il gas, le marce, la velocità. Kaká ha il pallone, le serpentine, l’assist, il gol, il boato. Pato ha la sfacciataggine del bambino viziato dalla sua forza e non dal mondo. Perché Alexandre è arrivato da bimbo grande, pronto a giocare subito e a imbarazzare gli avversari immediatamente. C’avevano fatto vedere a ripetizione un suo gol in Brasile, nell’International: stop con le spalle alla porta, dribbling, tiro da fuori area. Sembrava uno di quegli spot che ti fanno vedere per convincerti di qualcosa. Poi ci raccontarono la piccola epopea di un principe ragazzino: i gelati che mangia a ripetizione, il Web, messenger, le richieste del Real, del Chelsea, del Manchester, il clan dei brasiliani, il cugino autista che s’era portato in Italia perché non aveva ancora la patente. Sembrava l’attesa di un baby messia laico: quando gioca? Quando lo vediamo? Quando diventa reale? L’aspettativa da confermare, sempre. Perché è costato tanto, anche se oggi vale molto di più. Perché non c’è mai vera fiducia nei giovanissimi.

Se si è fenomeni lo dice la natura e poi l’allenamento
, in Brasile anche il contesto, il sogno, la storia, il ricordo di Pelé, di Zico, di Falcao. La storia di Pato, come quella di Kaká, però, non è piaciuta a molti all’inizio, perché è la storia di uno che non aveva nulla da rinfacciare al mondo. Per quelli che ne sanno sempre troppe, sono meglio le vite dei ragazzi che mettono in un pallone l’unica speranza per il futuro e se non ci riescono non saranno mai nessuno, anzi finiranno male. Meglio quelle perché sono favole. Allora il fastidio delle voci: sulla bravura, sul talento, sulla capacità.

Quando ha esordito l’abbiamo capito senza bisogno che ce lo spiegassero: esordio e gol. Scrissero così, il giorno dopo: “Pato non farà la fine di tanti altri, bruciati all’esordio, lui brucia le tappe. Comunque vada sarà un successo. E va bene, perché Pato ha sempre segnato ai suoi esordi e lo fa anche ora. Piange o no, dopo l’abbraccio della squadra? Sì, è commosso, non c’è mistero. Non sono un mistero i suoi numeri, basta grattare via le croste di una partita post vacanziera. Lo battezza anche Edy Reja: ‘Non pensavo fosse così forte’. Al primo dribbling un’ovazione, al primo tiro un delirio, ai primi errori sotto porta va bene lo stesso, riproverà, alla prima scivolata tradito dalle sue scarpe numero 40 che perdono contatto con l’infido terreno di San Siro, parte il coro d’ appoggio: ‘Pato, Pato’”. Era contro il Napoli, il 13 gennaio 2008. Neanche due anni fa e anche qui non te ne rendi conto fino a quando qualcuno non te lo ricorda. Perché la precocità non ha smesso di stupirci, perché i giovani ci piacciono ancora anche se per qualcuno sono troppo inaffidabili. Pato adesso è uno spot per davvero.

E’ la pubblicità progresso dei nati negli anni Novanta
, sbertucciati perché figli della fine del Novecento, inconsapevoli di che cosa fosse il mondo prima della loro nascita, spacciati per contenitori vuoti per il nulla. Alexandre è la dimostrazione che ogni generazione può avere qualcuno a cui ispirarsi, senza bisogno di cercare di riempire di un significato diverso dalla contemporaneità la sua storia: è leggero, sorridente, tranquillo, però è anche alto, forte, robusto, muscoloso. E’ nato sognando di giocare con le console e con i joystick, embè? Chi non accetta può anche uscire da questo mondo. Perché il pianeta sarà di questi ragazzi, che piaccia o che non piaccia. Allora prendiamoci Pato e godiamocelo come se lo sono goduti a Madrid qualche settimana fa: impressionante nel confronto con Kaká, unico nel modo di giocare. Un giorno Ancelotti disse: “Se questo ragazzo capisce che deve sfruttare la velocità che ha, diventerà il più forte di tutti”. Deve aver cominciato a capirlo. Leonardo se lo guarda: punta l’avversario, lo salta, lo umilia.

Sembra tutto un allenamento: la sfida con se stessi.
Il calcio lo si vede così, a quell’età: un paio di scarpe, il campo, il pallone, una maglietta, il sogno. Gli avversari sono birilli, i compagni ombre, conti tu, i tuoi piedi, la tua velocità, il dribbling. Gol, gol, gol: lo stadio trema, le orecchie ti scoppiano, le urla ti inseguono, i flash t’accecano. Tu sei un grande, il migliore, la star. Sei il calcio.
Allora adesso trascina a 19 anni una squadra con un pallone d’Oro, tre campioni del Mondo, uno che ha vinto tre Champions con tre squadre diverse. Il più giovane e il più coraggioso. Da subito, anzi da sempre. Aveva dieci anni: si fece male a un osso, i medici gli fecero una radiografia e scoprirono che aveva un tumore al braccio. Doveva essere operato entro un paio di mesi per non rischiare di diventare cancro. La famiglia di Pato non poteva permettersi le spese di quell’operazione, ma il dottor Paulo Roberto Mussi, amico di famiglia, lo operò gratis.

L’anno dopo, nel 2001, si trasferì a Porto Alegre,
Rio Grande do Sul, per tentare di entrare nella sua squadra preferita, il Grêmio. Tuttavia la sua famiglia decise di farlo firmare per l’Internacional. Non c’è molta storia dopo. Perché c’è lui, quello che vediamo: da allora sono passati sette anni e mezzo. Sono stati contemporaneamente la trasformazione da bambino a ragazzo, da promessa a certezza, da amatore ad atleta. Il Milan, la Nazionale. Tutto in un arco di tempo in cui noi sì e no diventiamo poco di più di quello che siamo. Pensavano sparisse con l’addio di Kaká: finiti i movimenti, finiti i passaggi, finiti i gol. E’esploso: meglio di prima. Perché corre e punta l’avversario, butta avanti il pallone tanto lo prende comunque. Gli altri dietro. E’ la playstation reale: si carica, si finta, si tira, si salta, si colpisce di testa. Gol, poi una corsa sotto una tribuna a salutare qualcuno. A 19 anni la stanchezza non c’è, non può esserci, non riesce neanche ad arrivare ai polpacci. Pato non ha imparato a giocare sulla sabbia come dicono le favole classiche dei brasiliani campioni. Ha cominciato sul campo di calcetto: giocava cinque contro cinque, un aborto di calcio, uno sport diverso. Era troppo piccolo il campo quando ha cominciato a crescere lui. Adesso sembra piccolo anche questo.

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