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Claude Lévi-Strauss

E’ il padre fondatore dell’antropologia contemporanea, soggiorna al fianco dei migliori scrittori francesi di tutti i tempi accolti nella Pléiade. Claude Lévi-Strauss festeggia i suoi cent’anni nello storico appartamento al sedicesimo arrondissement di Parigi, sulla rive droite della Senna. Etnologo polimorfo, filosofo strutturalista e scrittore esaltante, questo “anarchico di destra” (come si è sempre definito) è una “pietra miliare nella conoscenza dell’uomo”.

4 Novembre 2009 alle 11:00

E’ il padre fondatore dell’antropologia contemporanea, soggiorna al fianco dei migliori scrittori francesi di tutti i tempi accolti nella Pléiade. Claude Lévi-Strauss festeggia i suoi cent’anni nello storico appartamento al sedicesimo arrondissement di Parigi, sulla rive droite della Senna. Etnologo polimorfo, filosofo strutturalista e scrittore esaltante, questo “anarchico di destra” (come si è sempre definito) è una “pietra miliare nella conoscenza dell’uomo”, per usare la definizione di Simone de Beauvoir. Classe 1908, figlio di francesi ed ebreo da parte del nonno rabbino di Versailles, esiliatosi a New York nel 1941 in seguito alle leggi razziali di Vichy, “l’ultimo dei giganti” secondo il Nouvel Observateur e “colui che ha rivoluzionato il pensiero” per Le Point, Lévi-Strauss in questi giorni è stato esaltato da molti in quanto guru della “differenza” e teorico della “conoscenza dell’Altro”. La Repubblica, per citare uno dei grandi giornali che si sono occupati di lui, ne parla come del distruttore degli “angusti schemi eurocentrici che identificavano la civiltà occidentale con la civiltà tout court”. Una specie di relativista ante litteram.

Lévi-Strauss è stato ben altro. Certamente un apologeta della civiltà occidentale, come dimostrano molte sue affermazioni, ma soprattutto il profeta dimenticato dello scontro di civiltà fra l’islam e le altre fedi. Le pagine più fervorose di questo “astronomo delle costellazioni umane” (autodefinizione) sono state cancellate. Come quelle terribili in cui afferma, era mezzo secolo fa, che “la Francia è in procinto di diventare musulmana”.

Una parte di ragione ce l’ha certamente Emmanuel Lévinas, che pure ha moltissimo in comune con lui, quando scrive che “Tristi tropici” è il libro “più ateo che sia stato scritto ai nostri giorni, il libro più disorientato e disorientante”. La sua opera è un ibrido di alessandrinismo e illuminismo. Politica e metafisica, teologia e materialismo, mito e modernità si mescolano in una speculazione stravagante. Lévi-Strauss però ha sempre combattuto la doxa dell’insignificanza della religione ed è lontanissimo dal pensiero unico intriso di prepotenza e di indifferenza. Il sacro oggi non è soltanto distorsione mitica, è il mondo moderno che è stato risacralizzato a viva forza dal purismo dell’islam. E il patologo Lévi-Strauss nel suo capolavoro parla proprio di questo. Lévi-Strauss non ha commesso l’errore di René Guénon, che ci rifila il Dio unico mistico e indifferenziato. E’ stato uno dei primi a spiegare la differenza, forse inconciliabile, fra il monolitismo maomettano e il monoteismo di origine biblica.
Nell’ottobre del 2002, in un’intervista al settimanale francese Nouvel Observateur, Claude Lévi-Strauss affermò che “siamo contaminati dall’intolleranza islamica”. Nessuno gli diede risalto, così come le sue pagine più cupe e sfavillanti sull’islam non hanno fatto scuola. Classicista e modernista allo stesso tempo secondo il suo studioso Vincent Debaene, il grande antropologo francese ha consegnato le proprie intuizioni più acute sulla civiltà coranica ai “Tristi tropici”, il suo libro più celebrato, del lontano 1955. Un volume steso sotto le insegne di una nota tutta apocalittica (“il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui” e “questo non è un mondo che amo”).

In epoca di laicizzazione araba e di nasserismo nazionalista, quando l’islam non aveva ancora conosciuto il grande risveglio suggellato dalla rivoluzione khomeinista in Iran e mentre sembravano compiersi le magnifiche sorti della decolonizzazione, Lévi-Strauss si recò ai piedi delle montagne del Kashmir, fra Rawalpindi e Peshawar. La regione dove oggi si è rifugiata la dirigenza di al Qaida. Dell’islam dice che lo atterrisce “la preoccupazione di fondare una tradizione accompagnata alla frenesia di distruggere tutte le tradizioni anteriori”. L’antropologo comprese che ogni traccia dei culti passati era stata abbattuta e raschiata in una frenesia di fare spazio al “vuoto”. Un termine usato spesso nel libro per indicare la civiltà islamica. Come il vuoto dei due Budda di Bamiyan, in Afghanistan, con i loro bellissimi lineamenti orientali e le tuniche greche e i loro ornamenti che ne ricoprono le vesti – rossa quella del Budda grande, blu quella del piccolo – sono lì a ricordare l’efferata campagna di liquidazione culturale messa in atto dai talebani.

Si dice che soltanto nel 1989 Lévi-Strauss avesse preso atto dell’attacco islamico all’occidente. Falso, basta leggere le ultime pagine di questo libro lirico e struggente e capire che Lévi-Strauss era consapevole fin dall’inizio di una frattura insanabile. Sono parole terribili, non mediate dalla pietas, suonano come una condanna: “Sul piano morale ci si trova di fronte all’equivoco di una tolleranza ostentata, a danno di un proselitismo il cui carattere compulsivo è chiaro. Il contatto con i non-musulmani li mette in angoscia. Il loro genere di vita provinciale si perpetua sotto la minaccia di altri generi di vita, più liberi e più facili del loro”. Lévi-Strauss vedeva una stasi permanente. “Il Profeta li ha condannati a una situazione di crisi permanente, che risulta dalla contraddizione fra la portata universale della rivelazione e l’ammissione della pluralità delle fedi religiose. Tutto l’islam sembra un metodo per produrre nello spirito dei credenti conflitti insormontabili, salvo liberarli poi proponendo loro soluzioni di una grande (ma troppo grande) semplicità. Con una mano li spinge e con l’altra li trattiene sull’orlo dell’abisso”. 

Il cristianesimo ha perso l’occasione di un’osmosi con il buddismo che “ci avrebbe cristianizzati di più e in un senso più cristiano perché saremmo risaliti al di là dello stesso cristianesimo. Fu allora che l’occidente smarrì la sua opportunità di restare femmina”. Lévi-Strauss pensa al Maometto che scacciò il femminile dal pantheon del suo “tawhid”, monoteismo, relegandolo nel purgatorio di un chador claustrofobico.
E’ implacabile la sua analisi della ghettizzazione femminile nelle società islamiche. “Vi preoccupate per la virtù delle vostre spose o delle vostre figlie mentre siete fuori città? Niente di più semplice, velatele e chiudetele in un chiostro. Così si arriva al burqa moderno, simile a un apparecchio ortopedico. Il solo modo per essi di mettersi al riparo dal dubbio e dall’umiliazione, consiste in un annientamento di questo prossimo, considerato come testimone di un’altra fede e di un’altra condotta”. Lévi-Strauss parlava del burqa moderno molto prima che Kabul e Teheran si trasformassero in centrali della sottomissione femminile. “Se un corpo di guardia potesse essere religioso, l’islam sarebbe la sua religione ideale”, ironizza Lévi-Strauss. “Quegli ansiosi sono anche degli uomini d’azione; presi fra sentimenti incompatibili, compensano l’inferiorità di cui risentono con delle forme tradizionali di sublimazione associate da sempre all’anima araba: gelosia, fierezza, eroismo”.

Gigante del pensiero occidentale, Lévi-Strauss ha avuto il dono di capire lo spirito islamico contemplando le tombe (“le uniche cose che hanno lasciato in India”) e i mausolei, l’abolizione della sensualità e le abluzioni rituali, la promiscuità maschile nella vita spirituale e l’arte islamica iconoclastica. In lui non manca neppure un’analisi dell’impossibile separazione nell’islam tra la sfera temporale e quella religiosa. “La politica diventa teologia”. Di fronte alla benevolenza universale del buddismo, al desiderio cristiano del dialogo, l’intolleranza di una parte dei popoli islamici secondo Lévi-Strauss fa sì che l’islam sia inevitabilmente “rimasto cristallizzato nella contemplazione di una società che era reale sette secoli fa. L’islam ha tagliato in due un mondo più civile. Vive in uno spostamento millenario”.

Lévi-Strauss non ha mai usato infingimenti retorici. A volte le sue pagine sulla discendenza del Profeta sono di una inesorabilità sconcertante: quando dice che l’islam si configura come una potenza non meno violenta che anacronistica giacché per affermarsi ha dovuto frapporsi come un ostacolo insormontabile a quell’incontro fra l’occidente e l’oriente che sembrerebbe inscritto nella manifesta affinità delle loro due principali culture e religioni: la giudaico-cristiana e la buddista. E’ impressionante la sincronia fra l’attentato a Mumbai e il centenario di Lévi-Strauss: “Oggi io contemplo l’India attraverso l’Islam – scriveva già in “Tristi tropici” – quella di Budda, prima di Maometto, il quale si erge fra la nostra riflessione e le dottrine che gli sono più vicine come un villano che impedisce un girotondo in cui le mani, predestinate ad allacciarsi, dell’oriente e dell’occidente, siano state da lui disgiunte. Quale errore stavo per commettere sulla traccia di quei musulmani che si proclamano cristiani e occidentali e pongono nel loro oriente la frontiera fra i due mondi! I due mondi sono fra loro più vicini di quanto l’uno e l’altro non lo siano al loro anacronismo (anacronismo dell’islam, ndr).  L’evoluzione razionale è inversa a quella della storia. L’islam ha tagliato in due un mondo più civile. Che l’occidente risalga alle fonti del suo laceramento: interponendosi fra il buddismo e il cristianesimo, l’islam ci ha islamizzati”.

Trentotto anni fa Claude Lévi-Strauss tenne una conferenza su “Razza e cultura” su richiesta dall’Unesco e nel quadro di un programma di lotta contro il razzismo. Vale la pena rileggere alcune delle frasi conclusive di quella conferenza: “Se l’umanità non vuol rassegnarsi a diventare la consumatrice sterile dei soli valori che ha saputo creare nel passato, capace di dare alla luce soltanto opere bastarde, e invenzioni grossolane e puerili, dovrà reimparare che ogni vera creazione implica una certa sordità all’appello degli altri valori, la quale può giungere fino al loro rifiuto se non anche alla loro negazione. Perché non si può, allo stesso tempo, fondersi nel godimento dell’altro, identificarsi con lui e mantenersi diverso. Se è pienamente riuscita, la comunicazione integrale con l’altro condanna, a più o meno breve scadenza, l’originalità della sua e della mia creazione. Le grandi epoche creatrici furono quelle in cui la comunicazione era divenuta sufficiente affinché dei partner lontani si stimolassero, senza essere tuttavia così frequente e rapida da ridurre gli ostacoli indispensabili tra gli individui come tra i gruppi, al punto che scambi troppo facili parificassero e confondessero le loro diversità. Certo il ritorno al passato è impossibile, ma la via in cui gli uomini si sono oggi incamminati accumula tensioni tali che gli odii razziali offrono una ben povera immagine del regime di intolleranza esacerbata che rischia di istaurarsi domani, senza che neppure gli debbano servire di pretesto le differenze etniche occorre capire che le cause sono molto più profonde di quelle semplicemente imputabili all’ignoranza e ai pregiudizi”. Sono parole preveggenti.

In poche righe Lévi-Strauss faceva a pezzi l’assunto dell’equivalenza morale contemporanea per cui, volendo mescolare le diversità sulla base del principio che esse sono tutte assolutamente alla pari – e che nessuna ha il diritto di affermare i propri principi fondamentali bensì soltanto quello di difenderne l’assoluta intangibilità – il relativismo multiculturale finisce per produrre il contrario del suo obiettivo umanitario: un regime di divisione permanente, di “comunitarismo” e di autentica “apartheid” etnica e culturale, che è il brodo di coltura delle ostilità più feroci.

Nel 1985 Lévi-Strauss rilasciò un’intervista in cui era nitidissima ormai la sua visione apologetica dell’occidente: “Ho cominciato a riflettere in un’epoca in cui la nostra cultura aggrediva altre culture – confessò all’epoca lo studioso francese – e a quel tempo mi sono eretto a loro difensore e testimone. Oggi ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia finita sulla difensiva di fronte a minacce esterne, fra le quali figura probabilmente l’esplosione islamica. E di colpo mi sono ritrovato a essere un difensore etnologico e fermamente deciso della mia stessa cultura”. In questo senso ha ragione il quotidiano inglese Times quando scrive che “è il secolo di Lévi-Strauss”. Siamo tutti figli di questo rabbi dell’antropologia.

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