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Non ci sono parole per Pirlo

E’ quando prende la palla e non la guarda nemmeno, ma l’accompagna a destra o a sinistra, la ferma, la fa ripartire, la tocca tenendo gli occhi dall’altra parte. E’ quando lancia lungo, profondo, preciso che sa già dove arriverà il compagno che sta tagliando. E’ adesso: ti ricordi, lui è tutto quello che non sei stato tu. Quello che l’allenatore dai pulcini alla prima squadra ha in mente quando dice quella cosa che dicono tutti, perché forse dev’essere scritta sul manuale dei mister.

24 Giugno 2009 alle 10:47

E’ quando prende la palla e non la guarda nemmeno, ma l’accompagna a destra o a sinistra, la ferma, la fa ripartire, la tocca tenendo gli occhi dall’altra parte. E’ quando lancia lungo, profondo, preciso che sa già dove arriverà il compagno che sta tagliando. E’ adesso: ti ricordi, lui è tutto quello che non sei stato tu. Quello che l’allenatore dai pulcini alla prima squadra ha in mente quando dice quella cosa che dicono tutti, perché forse dev’essere scritta sul manuale dei mister: “Guarda i compagni prima di ricevere il pallone”. C’hai provato tu e altri settanta milioni di ragazzini nel mondo. E’ finita sempre uguale, con la testa bassa perché pensi a controllare la palla prima di capire a chi la puoi dare. Allora una volta che la tieni in mezzo ai piedi e ne hai tre addosso, devi fare il passaggio più scontato. Poi vedi Andrea Pirlo e capisci tutto: il calcio è questo qua ed è la differenza con quelli che tirano due calci a un pallone. Magari vincono, ma restano sempre pretoriani delle sfide per strada, col portiere volante e il vale-tutto-anche-la-sponda, mezzi figli di Pasolini e mezzi fratelli di Mark Lenders: geniali, ma approssimativi; spesso efficaci, ma rozzi; probabilmente fantasiosi, ma individualisti. Pirlo è il talento confezionato: libero, ma impostato come un calcolatore. E’ la sintesi, come se tutti quelli che ha incontrato nella vita abbiano preso il suo genio e l’abbiano dosato senza disperderlo o umiliarlo. E’ la dimostrazione che si può essere campioni mischiando quello che si ha dentro e quello che si può imparare da quando arrivi alla scuola calcio fino a che non ti metti la maglia del Milan. E’ un istinto razionale: un ossimoro nella vita, ma non su un campo di calcio. E’ la modernità, uno che studia il pallone come oggetto per capire dove bisogna colpirlo per avere quell’effetto là, che sa che la palla Adidas prende questo giro, mentre quella Nike prende quell’altro. E però danza, mica martella. E’ Rivera, solo che invece di aver cominciato perché aveva qualità, ha scoperto di avere le qualità perché ha cominciato, perché il padre gli ha messo un pallone in mano a tre anni e a sei l’ha vestito con una tuta e le scarpe e l’ha portato in un club.

Pirlo è un mostro che troppo spesso finisce per non essere glorificato abbastanza. Perché all’appariscenza ha preferito l’eleganza: i tifosi del Milan lo amano, ma forse non lo capiscono fino in fondo. A San Siro s’è visto e si vede ancora qualcuno che storce il naso quando sbaglia partita, che lo giudica senza grinta o anche troppo poco goleador, che lo paragona a Gattuso o a Kakà, senza voler neppure comprendere che lui sta esattamente in mezzo, ma non può fare né uno né l’altro. Pirlo è il calcio. Basta. Se uno non riesce a capirlo, sono problemi suoi. Vuoi uno che si faccia il campo da solo, superi tutti e vada a segnare? Ce ne sono tanti: parti da Totti e vai a scendere, fino a Pasquale che se vuole può prendere il pallone sulla sinistra e, tra un rimpallo e uno stop sbagliato, può arrivare in porta. Vuoi uno che segni in qualunque modo? Devi solo scegliere tra Inzaghi e Trezeguet, passando per Zampagna. Vuoi uno che stia in mezzo a rompere e rimettere in piedi? C’hai Ringhio e c’hai De Rossi e c’hai Cambiasso. Andrea è più simile a Van Basten: non è questione di ruolo, ma di geni e statistica. Quelli come Andrea poi sono rari perché fanno un mestiere che pochi bambini sognano: quando cominci vuoi essere o quello che segna e se capisci che non sei buono, allora scegli di diventare quello che mena. “A me fa impazzire fare un assist”. Cioè gli piace far fare gol a Inzaghi o a Gilardino più che farlo. Anche lui, però, era nato trequartista da avanspettacolo. Però invece di fare come fanno tutti gli altri che poi diventano attaccanti, ha scelto di tornare indietro. Un certo Battistini che lo aveva allenato nelle giovanili del Brescia era stato il primo a provarlo lì. Ancelotti l’ha assecondato, cosa poco scontata. Era più facile tenerlo dietro le punte, era meno rischioso, meno azzardato. Pirlo si sarebbe scontrato con se stesso: o nuovo Baggio, oppure nuovo Alessio Pirri, cioè la differenza che passa tra un calciatore unico e uno dei tanti che restano aggrappati al passato da eterne promesse perché il futuro non è grande abbastanza.

Venti metri indietro hanno regalato al pallone un giocatore unico, hanno ridato alla sobrietà calcistica il centro del mondo. Hanno rimesso la testa alta in mezzo, dove serve, perché è proprio lì che il mister dei Pulcini insisteva: “Guarda a chi devi dare il pallone, prima di averlo”. E’ l’uomo con la bacchetta, adesso. Il tempo, il ritmo, le pause: si passa da lui. Corre la palla, non gli uomini. E’ così che deve andare ed è così che va, con un tocco o con due, non di più. Con il passaggio in profondità che sembra una cosa tramontata e che riappare improvvisamente quando lui stoppa e poi mette dentro in verticale. Il professore, come lo chiamò la prima volta Ancelotti la prima volta che lo provò in quel ruolo. Fu Pirlo a chiederglielo: “Entrai nel suo spogliatoio e con molta franchezza gli esposi il mio piano. Lui mi disse: ‘Ok, proviamo. Ma ricordati che qui al Milan, in quel ruolo hanno giocato grandi campioni. Anche io’. Ci facemmo una risata e andammo a lavorare. Poi, dopo la prima partita al trofeo Berlusconi, Ancelotti mi fece un complimento incredibile. Disse che avevo giocato come un professore: diventai tutto rosso”. Ora arrossiscono gli altri, che di Andrea sono avversari o compagni. E’ imbarazzante, per loro.

Imbarazzante marcarlo ogni volta che tu gli vai addosso e lui s’è già liberato del pallone. Imbarazzante pensare che sono in pochi a poter fare quello che fa lui. Tipo Germania-Italia 0-2, a Dortmund, il 4 luglio dell’anno scorso. Minuto 118: stop di petto, destro, sinistro, sinistro, tiro, deviato in corner. E subito dopo angolo, respinta, a lui: controllo di sinistro, poi destro, destro, destro, testa alta, mezzo tacco-mezzo interno dentro per Grosso. Quel gol che ha spinto l’Italia in finale è suo quanto del terzino miracolato: Fabio ha calciato quello che Andrea ha inventato. Perché non si spreca nulla quando si passa dalle parti sue. Se lo ricorderanno i compagni, ma difficilmente lo farà la gente che a quelli come Pirlo presta davvero attenzione solo quando mettono la palla a terra prima di una punizione. Perché vogliono capire se la mette a giro, oppure fa quell’altra cosa lì. S’è inventato l’ascensore, quel tiro mutuato dalla tecnica di Juninho Pernambucano: la palla colpita con solo tre dita, proprio in quel punto preciso che la fa schizzare prima in alto e poi di botto in basso, facendo uno zig-zag strano e imprendibile. Quella che è arrivata in Italia in un pomeriggio a San Siro. Gattuso stava parlando, mentre la palla era già piazzata. Quello niente: “Oh”. Andrea aveva un dito sul labbro, come se qualcosa gli desse fastidio. Non stava ascoltando. Rino di nuovo: “Oh”. L’altro zitto ancora: punizione, tre passi, tiro, gol. Allora il compagno lo guardò, stavolta senza parlare, ma facendo una smorfia col muso, tipo “mamma-mia”, e muovendo la mano a paletta, facendola roteare, come quando vuoi dire senza dirlo che non c’è niente da dire. Spettacolo. Poi negli spogliatoi: “Quando vedo giocare Pirlo, quando lo vedo col pallone tra i piedi, mi chiedo se io posso essere considerato davvero un calciatore”. Glielo racconta ancora, quando vuole prenderlo in giro. Pirlo si nasconde: anche se sono amici, non è uno dalle grandi risate. Si autodefinisce timido e tranquillo, aggettivi che a volte qualcuno ha storpiato per fargli fare la figura del cretino.

Dicono che non sembri molto sveglio, complice uno sguardo e un atteggiamento compassati e una parlantina poco frizzante tradita dall’accento bresciano e da un timbro basso. Fregatura: in un mondo pieno di presuntuosi simpaticoni che tutti vogliono mettere in riga, ce ne è uno che è il contrario, ma finisce per passare per fesso. Qualche critica l’ha fatto arrabbiare, poi ha imparato a essere impermeabile: “Ce ne sono state talmente tante che se me la fossi presa mi sarei rovinato la salute. A volte devi fare finta di niente, non devi ascoltarle proprio, altrimenti davvero rischi di non campare più”. Vive a Brescia, dove è nato e dove è certo continuerà a vivere anche dopo, quando smetterà di giocare. E uno pensa che possa accadere prima o poi e magari ritiene che non sia neppure così lontano quel giorno: però Andrea non ha ancora 29 anni. Ha cominciato presto: era in campo a 16 anni, esordiente in serie A. Erano lui e Roberto Baronio, tutti e due bresciani, figli di una società che li aveva allevati per poi venderli. Baronio era quello più forte: due anni più grande, capitano della Primavera. In un torneo di Viareggio c’erano tutti e due: Andrea aveva un caschetto da scodella. Era tutto tecnico e dribblomane, mezza punta. Li avevano spacciati così: Roberto, quello di ordine e di personalità, numero otto; Andrea quello telentuoso e tendenzialmente più imprevedibile, numero dieci. Domenica scorsa si sono rivisti in campo ed è stata la nemesi: Baronio è entrato nella Lazio quando il Milan vinceva già 5 a 1. Di fronte, ora che il ruolo è lo stesso. E’ il destino a essere opposto: Baronio s’è preso il dieci per sentirsi di nuovo uno degno, perché sa a trent’anni non ha più grandi chance; Pirlo quel numero se l’è tolto da una vita: ha scelto il 21, anonimo, riservato, insignificante perché tanto dieci lo è di fatto. Bisogna ringraziare anche Marco Tardelli. Se non avesse sbagliato tutto lui, questa storia sarebbe stata diversa. Semplicemente aveva capito il contrario: Andrea gli fece vincere un Europeo Under 21, quand’era ancora fantasista. Il ct aveva un’idea: Pirlo attaccante. L’opposto.

Lo prese l’Inter, dove qualche tempo dopo arrivò proprio l’ex ct: si conoscevano, poteva puntare su di lui, poteva affidarsi a uno giovane che Capello aveva già adocchiato. Panchina e tribuna: Tardelli forse lo giudicava troppo leggero per fare la mezza punta o la punta in serie A. Lo avevano già mandato a Reggio Calabria in prestito, quell’anno doveva essere il suo: mister conosciuto, l’esperienza fatta, i gol e gli applausi nella Reggina. Tardelli gli fece fare quattro presenze, prima che a gennaio 2001, Andrea andasse di nuovo via, a casa, a Brescia, da Roberto Baggio. L’anno di una meraviglia: primo aprile, Torino, Juventus-Brescia. Lancio di quaranta metri: da Andrea a Roby, finta e gol che tolse la possibilità alla Juve di vincere quello scudetto. Era pronto, Pirlo. Così pronto che l’estate l’Inter chiuse l’affare: scambio Pirlo-Guglielminpietro. Al Milan Andrea, all’Inter l’argentino Guly, poi inghiottito da un oblio senza fine. Pirlo, invece, è diventato Stanley Kubrick. S’è reinventato e ha cominciato a creare.

Perfezionista e maniacale: per trovare un passaggio sbagliato, devi metterti di impegno. Liedholm una volta raccontò scherzosamente che negli anni Cinquanta, il pubblico di Milano lo applaudì per festeggiare un suo tocco sbagliato dopo due anni di precisione assoluta. Andrea fallisce un lancio ogni girone di campionato, non di più. Diventa una notizia che quasi ti fa pensare di fargli tirare il fiato una volta ogni tanto. Ancelotti non lo toglie mai, neppure ora che Ambrosini c’è e grazie al cielo non è rotto. Pirlo, però, c’è sempre e non vincerà il pallone d’oro, anche se il calcio farebbe un favore a se stesso dandogli il premio. Andrà a Kakà e va di lusso. Un po’ s’assomigliano, anche se uno fa l’atleta di Cristo e l’altro invece è stato educato a una fede diversa, più terrena e lombarda. Simili perché bravi ragazzi: Andrea vive da sempre con la stessa donna, che era la fidanzatina e ora è la moglie. Hanno due figli. Silenzioso Pirlo, come Ricardo. Tranquillo. Uno che non ha mai litigato né con un compagno, né con un avversario: “Se mi danno una gomitata non faccio nulla. Se è involontaria. E anche se vedo uno che me la dà apposta, cerco di farmela passare”. Pure il cognome. Kakà fece fare a Luciano Moggi una battuta infelice: “Uno con quel nome non lo comprerei mai”. Pirlo combatte da sempre con quella vocale che fa la differenza e con il sarcasmo degli altri. L’ha sconfitto, dice. Ha cancellato anche la reputazione del freddo, quello che non si emoziona.

Lo rivedi sempre nelle immagini del Mondiale di Germania: quello che ai rigori sia abbraccia a Cannavaro come un ragazzo si tiene stretto al fratello maggiore è lui. Quello che al gol di Grosso si scioglie nell’urlo più forte è lui, quello che piange di gioia quando c’è il giro di campo è lui. Freddo? E’ il destino dei riservati che passano sempre per glaciali. Ad Andrea l’etichetta gli era stata data un giorno perché aveva segnato il diciannovesimo rigore di seguito senza sbagliare. Come fa? “Guardo il portiere, aspetto che si muova e poi la piazzo”. Su un rigore aveva fatto imbestialire Pagliuca: Andrea gli aveva fatto lo scavetto, il colpo sotto che frega il portiere che va a terra e si fa scavalcare dal pallone lento lento. Quel giorno a San Siro, Gianluca voleva menarlo: “Mi ha voluto umiliare”. Invece no. Pirlo ha sempre detto che non lo farebbe mai, altro che storie. Non è insensibile alla figuraccia, lui che è vero per un periodo intero ne ha messi dentro uno dopo l’altro e però è stato pure in grado di sbagliarne due nella stessa partita. Tipo Beccalossi, quello che il comico Paolo Rossi racconta così: “Io non posso dimenticare una partita che era Inter-Slovan Bratislava. Io l’ho vista, chi l’ha vista sa di cosa sto parlando. A un certo punto l’arbitro diede un calcio di rigore all’Inter. Per chi s’intende di calcio, ma anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore, nella semifinale di Coppa Uefa, di tirare un calcio di rigore. Lui guardò tutto lo stadio negli occhi e disse: ‘Lo tiro io…’ e io pensai con tutto lo stadio: questi sono gli uomini veri. Prese la palla e la mise sul dischetto del calcio di rigore. Lo fece con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai e poi mai sbagliato. E sbagliò. E io pensai: per me resta un uomo. Ma quando cinque minuti dopo, e chi ha visto quella partita sa che non mento, ridiedero un calcio di rigore all’Inter, per chi s’intende di calcio, ma a questo punto anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore che ha appena sbagliato un calcio di rigore, di riassumersi la responsabilità di ritirarlo. Lui guardò tutto lo stadio negli occhi. E tutto lo stadio fece: ‘No, puttana Eva…’. ‘Lo tiro io’ E mise la palla sul dischetto del calcio di rigore con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagliò. E io pensai: per me resta sempre un uomo. Un po’ sfigato ma pur sempre un uomo”. Pirlo ha fatto lo stesso nel 1998 a Wrexham: al secondo e al 22° minuto di Galles-Italia Under 21. Errore ed errore. C’era Tardelli in panchina, poveraccio.

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