cerca

Claudio Lotito

All’inizio, una ramazza. Poi i telefonini: a Claudio Lotito ne sono stati contati almeno quattro. “Uno per la Lazio, uno per la famiglia, due per le aziende”. Parla di più, lui. Apre e chiude parentesi immaginarie che durano minuti interi, s’attorciglia nella citazione, fa l’inciso dell’inciso. Poi piazza la sua parola preferita: “Avulso”.

14 Maggio 2009 alle 00:00

All’inizio, una ramazza. Poi i telefonini: a Claudio Lotito ne sono stati contati almeno quattro. “Uno per la Lazio, uno per la famiglia, due per le aziende”. Parla di più, lui. Apre e chiude parentesi immaginarie che durano minuti interi, s’attorciglia nella citazione, fa l’inciso dell’inciso. Poi piazza la sua parola preferita: “Avulso”. “Io sono avulso da questo mondo”, ma anche “questa è una situazione avulsa dal resto”, oppure “una volta lo sport era quasi avulso dal carattere economico, oggi è un mercimonio”. Allora il pubblico è avulso, le televisioni sono avulse, i calciatori sono avulsi, il mercato è avulso.

Lotito tratta, compra ma soprattutto vende: fa il duro e poi molla. Alla fine Oddo l’ha lasciato andar via, così come Cesar, Liverani e gli altri. Incassa perché la Lazio ha bisogno di liquidità, euri in contanti per pagare i 21 anni di rate che restano per chiudere la partita col fisco. Prende per versare. Però prima tira sul prezzo, ovviamente: regala niente, neppure i centesimi, anche quando dall’altra parte c’è l’amico Adriano Galliani. Di fronte ai soldi non ci sono sentimenti: “Mi comporto sempre nella stessa maniera, non guardo in faccia a nessuno. Credo che tutti l’abbiano capito chi sia Lotito. Io sono io. Slegato da qualsiasi centro di potere, fuori dalle mischie, estraneo ai condizionamenti”.

Avulso, quindi. Così avulso che prima del 2004 nessuno sapeva chi fosse. Il suo nome uscì a un certo punto come quello giusto per la salvezza della Lazio che stava fallendo. Buio, più o meno. Chi è sto Lotito? “Il genero di Mezzaroma”. Claudio faceva l’imprenditore di successo da anni: nel 1987 aveva fondato la prima impresa di pulizia, la Snam. Poi altre tre: la Linda, l’Aurora e la Bonadea. Più una società di vigilanza. Appalti e milioni. Regione, provincia, comune, banche, ospedali, Asl. Però zero fotografie, nessun segno di riconoscimento, alcuna segnalazione mondana, nessuna voce, se non qualche piccolo incidente di percorso durante l’epoca di Mani pulite. Lotito come tanti, tranne che per il matrimonio: la moglie è Cristina Mezzaroma, figlia del celebre costruttore romano ex socio di Franco Sensi nella Roma. Nell’estate di tre anni fa questo circolava: le prime informazioni, compresa qualche maldicenza. I maligni erano verdi, diessini, rifondaroli. Sospettavano. Dicevano che era proprio difficile che vincesse tutto lui. Tiravano fuori il complotto: l’amicizia con l’allora governatore Francesco Storace. Prima che lo facesse Lotito, arrivò la replica del presidente del Lazio: “Il momento di maggiore espansione del fatturato del gruppo Lotito con le aziende della regione è tra il 1995 e il 2000, quando governava il centrosinistra. Non dubito che fossero regolari anche le gare dell’epoca”.

Altro veleno. Quello del presunto tifo per la Roma: pareva l’avessero visto più volte in tribuna Montemario e non quando giocava la Lazio. Cattiverie, respinte con perdite da altre indiscrezioni: sulle divise delle guardie giurate della Global Security, la sua società di vigilanza che alla regione Lazio andava per la maggiore, c’era un’aquila biancazzurra. Altro che romanista, laziale da sempre, come avrebbe ripetuto qualche tempo dopo in una intervista: “Ho cominciato a tifare bianco-celeste all’età di cinque anni, per merito del fidanzato della mia tata. L’amore per il calcio, però, è arrivato dopo. Ho anche giocato a livello amatoriale: facevo il portiere, il mio idolo era Yashin”. Abituato a parare, Lotito ha apprezzato anche l’idea di incassare. Gli ultrà non lo amano anche per questo. Lo chiamano Lotirchio. Lui non apprezza: “Falso. Non accetto posizioni distruttive, combatto i tifosi di professione. Amo gli empatici, sospinti dalla passione. E poi non mi riconosco, per la vita privata. Non lascio avanzi nel piatto. Nel lavoro applico dettami morali ed etici. Ma non sono tirchio, è una bufala giornalistica”.

Però risparmia. Per scelta, quasi per missione: quando è entrato nel mondo del pallone, il signor Lotito s’è affrettato ad auto definirsi il moralizzatore. Non gli piaceva il sistema, non gli piacevano gli stipendi, non gli piacevano i calciatori, gli allenatori, i dirigenti: “Nell’Ottocento i ricchi si davano alla caccia alla volpe: era di moda. Poi fu la volta delle scuderie e dei cavalli. Nel secolo scorso, negli anni Cinquanta, ricchi e arricchiti si sono buttati nel calcio, il vezzo è diventato acquistare un club. Senza badare ai conti”. L’idea di sor Claudio era questa: mettere mani al canovaccio pallonaro, ridurre gli stipendi, cancellare le spese inutili, annullare i vitalizi che i presidenti passavano sottobanco ai capi ultrà. “A volte si ha l’impressione, e mi riferisco alle tasse, ai pagamenti dell’Iva, al rispetto dei contratti, alla verità dei bilanci, che nel calcio le leggi non esistano. Un territorio franco. C’è la tivù, ci sono i miliardi facili, il tifo impazza… siamo forse in un territorio franco? Io mi batto per il ripristino della legalità, per il rispetto delle norme. E con una legge uguale per tutti”. Infatti il debito della Lazio con il fisco è stato rateizzato grazie a una norma statale, anche se un po’ nascosta nei meandri di articoli e commi. A chi glielo ricorda, Lotito risponde sempre un po’ piccato. Non ama molto il contraddittorio: gli piace discutere, ma deve parlare quasi sempre lui. Parte e comincia: primo, secondo, terzo; latino, greco. Quando era ospite al Processo del Lunedì, si arrendeva persino Aldo Biscardi.

Mettetevi l’anima in pace: il discorso è complicato, quasi sempre. Molte cose da dire e la paura di non riuscire a stare nei tempi. Allora iperboli, circonlocuzioni, nessuna pausa. “Io mi confronto. Io ascolto. Io non mi lascio prevaricare. Io decido”. Il tono sempre alto, per paura di non essere ascoltato bene. Max Giusti lo imita alla perfezione: impettito, con gli occhialini senza montatura, il capello brizzolato e l’atteggiamento sempre serio. Serioso, Lotito. Quando si guarda nello specchio dell’altro lui in televisione dice di sorridere: “E’ simpatico, il mio imitatore. Ma noi abbiamo una forte responsabilità, l’obbligo di promuovere un’azione di insegnamento civile. E di liquidare il paradigma negativo, il dispendio dei soldi, l’edonismo. Lo sport dev’essere un elemento catartico com’era in Grecia”. Catartico è un’altra parola che adora, viene subito dopo “avulso”. Una volta con la Gialappa’s Band, però, gli scappò un catarsico: “Lo feci apposta, per provocarli. Per favorire la coagulazione tra sport e umorismo”. Perché è ovvio che lui non sbaglia: racconta spesso che a scuola era il migliore della classe, così bravo che gli altri compagni lo volevano picchiare. Non ne sbagliava una e quindi metteva in difficoltà gli altri alunni pecoroni. I professori, invece, lo stimavano. Gli volevano dare un premio, anche. Qui la biografia ha un buco: c’è chi dice che la targa era quella di miglior studente del centrosud. A 48 anni, Claudio ricorda un’altra versione: “Non ero il migliore del centrosud, ma di tutta Italia. La miglior pagella: la media del 9, ahò!”. Un fenomeno che lo spirito dell’insegnamento di buone maniere e saper vivere l’ha imparato in famiglia e poi l’ha studiato all’università.

Il padre era un dirigente di polizia di origini umbre, la madre una signora di San Lorenzo di Amatrice. Dopo il Classico, la facoltà di Pedagogia fino alla laurea: è lì che Lotito ha affinato le tecniche del moralizzatore. Le ha portate nel calcio, spiegandole poi a Cesare Lanza in un’intervista: “Bisognerebbe procedere a una rivoluzione poetica nel mondo del pallone. Il calcio dovrebbe interpretare Manzoni. Il romanzo, per Manzoni, doveva essere utile, come scopo, cioè deve insegnare qualcosa. E vero, come soggetto. E infine interessante, come mezzo: non deve annoiare. Il calcio dovrebbe attenersi agli stessi indirizzi”. Poi pure il fanciullino di Giovanni Pascoli: “Dobbiamo valorizzare il bambino, che è in noi: dobbiamo essere spontanei, trasparenti, nell’amministrare il calcio. Io sono un volitivo e combattivo. E vorrei citarle Dante… quei versi immortali: ‘Fatti non foste a viver come bruti, ma a seguir virtute e conoscenza’. Canto ventiseiesimo dell’inferno”.

Nell’iperbole da reminescenza studentesca, Claudio Lotito rischia di perdersi. Quando lo capisce, scende al livello più basso: “Sto mondo va cambiato. Nel pallone ho trovato più prenditori che imprenditori, più magnager che manager. Quando sono arrivato alla Lazio, giravano cifre folli: il presidente guadagnava cinquecento mila euro, l’amministratore un milione, l’allenatore s’era fatto aumentare l’ingaggio fino a 3,5 milioni”. L’allenatore era Roberto Mancini. Un nemico. Non si sono mai presi e spesso si sono azzannati. Questioni di soldi, più che altro. Cause, avvocati, querele. Il tecnico dell’Inter telefonò a Cesar per convincerlo a trasferirsi a Milano, Lotito si infuriò e chiese cinque milioni di risarcimento. Mancini giocò al rilancio: “Mi deve 530 mila euro di stipendi che la Lazio non mi ha mai dato”. La causa l’ha vinta il Mancio, ma la lite è continuata. Lotito non sopporta il mister interista. Poco dopo le prime schermaglie, gli chiesero se alla fine di Inter-Lazio avrebbe salutato l’allenatore: “Non mi sembra che ci sia un rituale che prevede il saluto tra un presidente e un tecnico. Comunque se lo vedrò e lui mi saluterà, io lo saluterò.

L’educazione non va mai dimenticata. D’altronde io saluto tutti, anche gli uscieri”. L’anno dopo, a battaglia legale finita e persa, gli fecero la stessa domanda. E lui: “Ma perché mi continuate a chiedere se saluterò Mancini? Comunque non credo di essere obbligato, mica è il Papa”. Altro capitolo: la religione. Per Giovanni Paolo II, il presidente della Lazio volle un minuto di raccoglimento durante l’allenamento della squadra. “Vengo da una famiglia molto religiosa: qui in tasca ho il vangelo e il rosario. Li porto sempre con me. Quel che ho fatto l’ho costruito con le mie mani, ma è stata la divina provvidenza a mettermi sulla strada giusta”. E’ anche per la fede che Lotito detesta la volgarità e l’immoralità. In fondo si sente un missionario, l’uomo giusto per riportare il pallone alla decenza. Ci crede, il signor Claudio. “Non mi spaventa nulla”. Parla di valori ed è convinto di lavorare per il bene della collettività. Anche nel caos delle inchieste estive sul pallone e la presunta cupola di Luciano Moggi, Lotito s’è messo subito dalla parte della vittima. La sua squadra era accusata di aver cercato di aggiustare delle partite. Hanno beccato la sua voce che chiede aiuto al macchiettistico ex vicepresidente della Federazione, Innocenzo Mazzini: “Bisogna che te li lavori tutti e due…”. Cioè i designatori arbitrali Pierluigi Pairetto e Paolo Bergamo. La Lazio aveva avuto troppi sfavori. E’ su questo che ha puntato la sua difesa: la squadra tartassata che chiede solo un po’ più di giustizia. Condannata la Lazio, inibito il presidente. L’arbitrato del Coni ha messo tutto apposto, Lotito ha ripreso a fare quello che faceva. Tutto. Nel suo linguaggio da affabulatore toscano di seconda fascia, Mazzini una cosa giusta l’aveva detta nelle intercettazioni: “Tanto nella Lazio fa tutto Lotito”. Quando ha comprato il club, il re delle pulizie ha ritrovato la ramazza e ha cancellato un po’ di personaggi. Le deleghe le ha prese lui. Due anni e mezzo dopo, l’organigramma della Società Sportiva Lazio dice ancora così: presidente, Claudio Lotito; direttore area relazioni esterne e comunicazione, Claudio Lotito: direttore area marketing e commerciale, Claudio Lotito.

Non gli piacciono altri protagonisti. E’ per questo che deve aver maturato l’idiosincrasia per i capitani. Dal luglio del 2004, la Lazio ne ha avuti cinque: c’era Paolo Negro, venduto; poi toccò a Giuliano Giannichedda, venduto; allora Cesar, venduto; la fascia finì a Fabio Liverani, venduto; alla fine Massimo Oddo, venduto. Luciano Zauri può anche cominciare a farsi le valigie. Il prossimo potrebbe essere lui. Il presidente non è uno che dà spazio. Anche nella vita privata. Dicono che la villa da 1.600 metri quadrati a Cortina non abbia visto entrare architetti e arredatori, ma solo operai. Riparazioni, decorazioni, gestione dei lavori, li avrebbe fatti di persona mastro Claudio. “E’ vero. Ho scelto le piastrelle dei bagni, sono andato dal tappezziere e ho scelto anche le stoffe. A mia moglie l’ho consegnata chiavi in mano. Io sono fatto così. Sono stato sempre fatto così”. Per la Lazio vale come per la villa, allora anche gli allenatori devono adeguarsi alla filosofia dell’uomo solo al comando.

Il primo che scelse fu Mimmo Caso, personaggio mediaticamente poco rilevante. E’ un uomo di campo, impacciato di fronte alle telecamere, di poche parole. Perfetto, se non avesse avuto il vizio di perdere un po’ troppo spesso. Per il dopo, Lotito scelse Giuseppe Papadopulo, altro mister di basso profilo. Il bello è che in realtà il presidente aveva pensato di prendere Gigi Maifredi, che non allena più seriamente dai tempi del fallimento della Juventus, ma era tornato sulla scena. Meglio di no, evidentemente. Meglio andare sul sicuro. Papadopulo e dopo di lui, Delio Rossi, cioè uno Zeman con l’ego un po’ inferiore. Con la stessa logica, la Lazio ha rinunciato a Paolo Di Canio: troppo numero uno, troppo capopopolo. All’inizio parevano andare d’accordo. Incastri di latino. Il presidente aveva promesso al giocatore il futuro con uno slogan: “Pacta sunt servanda. Tutto vero: la mia parola vale più di un contratto. Ma il patto da rispettare riguardava l’anno scorso… e l’ho mantenuto”. Paoletto se ne è andato. Lotito c’è, il latino pure. Il mercato anche: si vende sempre e si acquista poco. I tifosi hanno cominciato dall’anno scorso a contestarlo. Piano, poi sempre più forte.

L’estate scorsa, quando la squadra rischiava di finire in B per calciopoli, lo hanno anche minacciato. Resiste, lui, che continua a credere nel ridimensionamento totale del pallone. Per questo s’è tolto pure Pasqualino Foggia, che non gli costava tanto, ma non veniva usato. Allora meglio mandarlo in prestito alla Reggina che almeno gli paga l’ingaggio: “Vincere le scommesse è una mia dote. Vincerò anche quella sulla Lazio. Da quando l’ho presa dormo tre ore a notte per risanarla. Me so invecchiato de vent’anni”. Dice che però non potrebbe mai mollare. Adesso no: uno che accolla 23 anni di rate col fisco non può andarsene quando ne mancano 21. Colpa del senso di responsabilità: “I greci lo chiamavano Polis. Io come imprenditore ho ricevuto tanto dal territorio in cui opero. Ho ritenuto che fosse giunto il momento di ricambiare”. Vorrebbe costruire uno stadio nuovo, a Roma. Ha già trovato il posto: Walter Veltroni prima gli aveva detto no, adesso forse ci sta pensando. La moralizzazione è contagiosa. Anche col sindaco, se gli capita, Lotito tira fuori una citazione. Magari è avulsa, ma chissenefrega: “Non nego che il latino e il greco possono essere utilizzati per stordire l’interlocutore. Ma lo sport non può essere disgiunto dalla cultura. Nel calcio ci so’ troppi analfabeti”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi