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Mansour bin Zayed Al Nahyan

Uno lo prenderà, alla fine. Forse, chissà, magari. Chi, come e perché non ha più importanza. Qui deve comprare per se stesso, per i suoi soldi, per il futuro, per la faccia: uno, a questo punto basta che sia qualcosa più di zero. L’album ha una “x” su ogni nome: Buffon, Cannavaro, Chiellini, De Rossi, Ronaldinho, Cristiano Ronaldo, Tevez, Drogba, Kakà, Eto’o.

16 Aprile 2009 alle 00:00

Uno lo prenderà, alla fine. Forse, chissà, magari. Chi, come e perché non ha più importanza. Qui deve comprare per se stesso, per i suoi soldi, per il futuro, per la faccia: uno, a questo punto basta che sia qualcosa più di zero. L’album ha una “x” su ogni nome: Buffon, Cannavaro, Chiellini, De Rossi, Ronaldinho, Cristiano Ronaldo, Tevez, Drogba, Kakà, Eto’o. I campioni più o meno sondati, proposti, cercati o immaginati sono rimasti utopie mediatiche. Non vanno, non possono, qualcuno non deve. Allora si può scendere, si deve fare: fenomeni di scarto o calciatori di risulta, macerie di carriere di lusso diventate normali. La formazione dei sogni è un’invenzione già finita: certa sui titoli dei tabloid e millantata nella realtà. Quanto vale una bufala? Euro e sterline vanno e andranno ancora: settanta, ottanta, centootto. Manchester la casa di tutti, il City è il club del vanto di Mansour bin Zayed Al Nahyan, sceicco affamato di pallone e di notorietà, signore del mercato immaginario, burattinaio del teatro dell’illusione. Funziona perché qualcuno ha deciso di abboccare sempre.

La fiera si fa con un’idea: se uno è teoricamente in vendita, il Manchester City lo prende. Perché i soldi ci sono, lo stadio anche, la gente pure. Perché non buttarsi? Vero o non vero è il dettaglio finale, perché la comunicazione è partita, il giornale l’ha scritto, il sito l’ha ripreso, la tv l’ha analizzato. Allora uno s’immagina che l’affare sia fatto. Certo, certo, certo. Va così, come se fosse una campagna marketing, come se ci fosse lo ius primae noctis del calciomercato: tutte le vergini e le non vergini al City, nuova pseudo potenza mediatica e teoricamente calcistica. Poi la verità è che il ManC è mediocre, diversa, operaia, seconda in città e quindi ultima, appena salva in campionato. Un’eterna fallita, che l’allenatore sia Mark Hughes oppure Sven Goran Eriksson. Dicono che Scolari sia il prossimo, oppure Mancini. Vada chi vada, uno lo avrà: un nome, un campione di riflusso o uno che tutti credono lo sia ancora. Forse Ronaldinho è l’unico possibile, oggi. Perché lo vuole lui, prima che il club, perché la fine della carriera deve significare soldi e gratitudine, stipendio da re e trattamento da pallone d’oro. Il resto è una boutade continua, un gioco di voci e sussurri, una specie di insider trading pallonaro che porta un nome alla volta, spaccia il grande affare, trasforma una trattativa ipotetica in una mediazione già avviata. Serve per far avere dignità e prestigio al City e ai suoi padroni.

L’affare Kakà è stato il peggiore e il più riuscito: la trattativa, i 15 milioni al calciatore e i 108 al Milan. Forse si poteva fare veramente o forse no. Mansour è diventato un signore con una faccia. L’uomo di Ricardo, il benefattore arabo che ridà dignità all’anima depressa di Manchester. Prima e dopo Kakà, il gioco: butta un nome e vediamo che cosa viene fuori. Cristiano Ronaldo è stato il primo, per sfregio ai signori del Manchester United. L’offerta era di 150 milioni. Era finta, ma fastidiosa, era un segnale, una promessa, un avvertimento: ci siamo anche noi, stavolta. Qualcuno ci crede, forse troppo. Il City non era niente ed è qualcosa, un vorrei ma ancora non posso. La storia di Kakà ha cambiato le carte o così hanno cercato di farci credere. Fallito il corteggiamento a Ricardo all’improvviso tutti si sono ritrovati a tirare su il ponte levatoio. Il Barcellona ha deciso di aumentare la clausola rescissoria per Leo Messi da 150 a 200 milioni di euro, gli altri hanno detto ai loro calciatori di evitare trattative fatte col City solo per aumentare il loro valore. Il Manchester United c’è rimasto peggio di tutti, spaventato dall’onda d’urto potenziale dei dollari dello sceicco. Alex Ferguson ha aperto le porte del suo ufficio all’Old Trafford: “Se Kakà è stato valutato 108 milioni, allora Cristiano Ronaldo ne vale almeno 135”. Cioè quindici in meno della presunta offerta fatta qualche mese prima. Il che ha dimostrato che non c’era stato nulla di vero, ma anche che il City e le sue follie spaventano, destabilizzano il mercato, disturbano gli affari. Allora hanno cominciato ad agitarsi gli allenatori e gli altri padroni del pallone. Il tecnico dell’Arsenal, Arsene Wenger, ha parlato di cifre e numeri assurdi, di follie, di mondo alla rovescia.

Mohammed Al Fayed, proprietario del Fulham, ha tirato fuori la questione del salary cap: se devono avere un tetto i manager, che lo abbiano anche i calciatori. L’invidia fa male, divora il fegato, si mangia le budella: i soldi di Mansour bin Zayed Al Nahyan terrorizzano. Così la leggenda aumenta, cresce, si gonfia. Come la storia del suo portafoglio: “Il patrimonio della sua famiglia è stimato oltre i mille miliardi di dollari e il suo personale, come egli stesso ha ammesso, consiste in molti e molti miliardi di dollari”. La frase gira ogni volta che qualcuno cerca informazioni sullo sceicco di Abu Dhabi. Identica, precisa, immodificabile: la fonte dev’essere vicina all’emiro e la scelta delle parole vuol dire che ce ne ha, ma quanti non si può dirlo. Tanti, basti sapere questo. Il mondo del pallone impazzisce, ficcanaso e ansioso di scoprire se è tutto un bluff oppure se questo a 38 anni è l’Abramovich mediorientale, ma una decina di volte più ricco. Cerca cerca e troverai. Si sono messi tutti a caccia di informazioni. Hanno trovato spezzoni di verità e frammenti di bugie, una manciata di aneddoti, quanto basta di mitologia. Allora: per comprare il Manchester City ci ha messo quattro giorni, il tempo di una trattativa veloce, fatta da miss Amanda Staveley: 210 milioni di sterline, 237 milioni di euro, la buonuscita di Thaksin Shinawatra, ex premier thailandese, proprietario dei citizens con qualche problema giudiziario a Bangkok e costretto da un giudice a lasciare l’Inghilterra.

Il City l’ha preso per farne una grande, dicono. I giornali inglesi hanno detto anche altro: lui non parla, lui non rilascia interviste, lui non c’è. Allora ecco il sospetto: e se fosse la mano islamica nello sport britannico? Se fosse una colonizzazione sportivo-culturale? Perché lo sceicco ha tanto, tantissimo: il 5 per cento della Ferrari e una quota di Mediaset (il 2 per cento direttamente, il resto attraverso Barclays), s’è sparsa pure la voce che sfumato l’affare Kakà volesse comprare il 40 per cento del Milan. Ovviamente era una bufala anche questa, però architettata, congegnata, studiata: verosimile, quantomeno. Quindi vera per un po’, fino alla smentita ufficiale, fino a quando qualcuno non è stato costretto a dire che non era vero proprio nulla. Ci sta, ci sta tutto. Possibile, quindi fattibile ogni cosa. I soldi ce li ha, gli interessi anche. Perché lo sport è la passione e il mezzo di comunicazione alternativo più facile da usare, col risultato più immediato. A lui piacciono soprattutto i cavalli: ha gareggiato in tutti i concorsi ippici internazionali. Poi persino gli scacchi. Ha acquisito qualche mese fa il torneo di Linares, che tutti chiamano “la Wimbledon della scacchiera”. L’anno prossimo si giocherà in Spagna e negli Emirati Arabi Uniti. Si compra, si vende e si vede. Senza parlare, Mansour entra ovunque. L’Inghilterra parla di lui, ora lo conosce l’Italia e anche la Spagna: il terrorismo del mercato calcistico è l’arma della notorietà. “Il Manchester City sulle tracce di Messi”. Allora tutti vogliono sapere chi mette i soldi e quindi spunta lui, invisibile e presente, misterioso e limpidamente spendaccione. Chi è, che fa, come vive.

L’hanno raccontato quelli del Guardian: “E’ uno dei più influenti esponenti della dinastia regnante di Abu Dhabi, un personaggio chiave nelle architetture del potere politico e finanziario del paese. Suo fratello, lo sceicco Khalifa bin Zayed Al Nahyan, è il sovrano di Abu Dhabi. La moglie, la ricchissima Manal bin Mohammed bin Rashid Al-Maktoum, è figlia dello sceicco Mohammed bin Rashid Al-Maktoum, primo ministro degli Emirati e sovrano di Dubai. E lui, a 38 anni e con alle spalle studi universitari negli Stati Uniti, riveste una fila di incarichi lunga come una pergamena reale: ministro per gli Affari presidenziali, presidente della First Gulf Bank e della International Petroleum Investment Company, e via elencando. Fa capo a lui la Abu Dhabi Investment Authority, il maggior fondo sovrano mondiale, veicolo privilegiato attraverso cui il paese investe nel mondo i proventi del petrolio. Per lo sceicco Mansour gli interessi sportivi rappresentano anche un segno della malcelata rivalità con Dubai, ormai diventata un centro del jet set mondiale. Il suo obiettivo è quello di elevare lo status di Abu Dhabi facendone un polo internazionale di eventi agonistici. Manchester serve a completare, a sentirsi globali. Il City non ha la storia dello United, non ha il fascino del Chelsea, non ha l’appeal dell’Arsenal, non ha la tradizione del Liverpool. Hanno comprato per comprare e per essere in questo mondo. I reds erano in vendita, ma costavano troppo evidentemente. Lo sceicco fa gli affari che servono. Per esempio nell’ottobre 2008, con i primi colpi della crisi finanziaria globale che si sono abbattuti su Barclays Bank ha tirato fuori 3,5 miliardi di sterline, seguiti poi da altri 7,3 miliardi ed è diventato il primo azionista del secondo gruppo bancario britannico. Così per avere la banca che ha inventato il bancomat.

Il City è un business gradasso, fatto con la mediazione di una signora furba e intelligente, Amanda Staveley, che adesso tutti chiamano Lady take over: ha fatto comprare a due americani il Liverpool e poi il Manchester City allo sceicco Mansour. Ha 35 anni ed è dietro a tutti gli ultimi affari della City, pallonari e finanziari. E’ figlia di un grande proprietario terriero britannico, è cresciuta nelle migliori scuole del Regno, ma s’è fermata a un passo dalla laurea a Cambridge. Ha rifiutato un matrimonio con la famiglia Windsor, ha fatto la ristoratrice e l’organizzatrice di conferenze ed eventi, poi è arrivata a Londra e s’è piazzata. Ha alzato telefoni e allacciato i contatti con i petrolieri e i padroni del Golfo Persico. Lei è la mente degli affari e degli intrecci del medio oriente nel mondo del pallone europeo. “Solo lei poteva riuscire a far comprare la squadra del Manchester City”, ha scritto l’Independent. La transazione gli ha procurato una provvigione di 40 milioni di sterline che potranno raddoppiare se le riuscisse la prossima mediazione: con la sua Pcp capital partners ha per le mani la trattativa per la cessione del Liverpool alla famiglia Al Kharafi del Kuwait (Nasser Al Kharafi vale 9 miliari di sterline) che già un anno fa avevano avviato una trattativa poi fallita, per prendere la squadra. 

Mansour s’è fidato di Amanda e di Al Fahim, il suo consulente e architetto dell’operazione Manchester City. Hanno pensato che fosse più furbo prendere una vecchia e perdente squadra di Manchester e provare a fare il salto in città e in Inghilterra e in Europa. La strategia è ancora quella degli acquisti. Può essere solo quella per ora: se prendo un campione, arriveranno gli altri. Quanto vuoi, caro? L’ingaggio non è mai un problema, la cifra da versare al club anche. A Cannavaro avrebbero offerto tanti soldi quanti non ne potrebbe prendere oggi neanche da due squadre messe insieme. Se sia vero, però, è un altro discorso. I calciatori stanno zitti, reggono il gioco, i procuratori fanno da spalle: se il City offre X, gli altri club si devono adeguare. Però uno, almeno. Uno ci vuole, per evitare che il bluff diventi manifesto, per non sgonfiare la macchina, per alimentare la commedia delle illusioni. Uno è quello che gli serve: l’immagine che sia la calamita, perché Robinho non basta e non può bastare. Non è quello giusto per la testa e per lo spirito. Se ne voleva anche andare, addirittura. Anzi se ne era andato dopo il fallimento della trattativa per Kakà. Poi è rientrato tutto, sotto la coperta della fuga per motivi di famiglia, sotto la protezione dei mezzi di comunicazione messi in allarme per limitare i danni della fuitina.

E però così è la situazione: al City e allo sceicco serve un campione per averne altri, ma nessuno va e ogni nome è una bugia, una forzatura, un tentativo. Niente Ronaldo allora Kakà, niente Kakà allora Messi, niente Messi allora Eto’o, niente Eto’o allora De Rossi, niente De Rossi allora Buffon, niente Buffon allora Chiellini, niente Chiellini allora Drogba, niente Drogba allora Tevez, niente Tevez allora Ronaldinho. Uno tira l’altro, tanto nessuno smentisce e se anche smentissero domani ci sarebbe un altro nome da tirare fuori. I millantatori fanno così: Mansour ordina un acquisto e quelli dicono di sì, poi falliscono ma spargono colpe ovunque e riaprono la diga della prossima illusione. Così un altro e un altro ancora. L’hanno fatto un acquisto: Bellamy, trent’anni, gallese. Poi un altro: Given, trent’anni, irlandese. Poi un altro: De Jong, ventuno anni, olandese. La squadra dei sogni, certo: decima in campionato, fuori da tutte le coppe. Faranno un acquisto, forse. Provando nel mucchio uno verrà fuori anche per sbaglio. Poi al lupo al lupo: il City farà il mercato, il mercato non gli crederà. La bufala, la bugia: chiederanno a Maradona di andare a fare l’allenatore e a Pelé di fare il direttore sportivo. Quanto tempo gli date? Può sognare anche l’Alto Adige, così. San Marino può preparare una squadra per la Champions. Amanda sta già facendo fare un altro affare, questo forse è già diventato vecchio. Il City e i suoi signori: sei mesi di prime pagine, sei mesi di bollette di cellulari buttate via. “Abbiamo preso tizio”. Chi? Chi non vede, ha smesso di credere. Almeno con gli scacchi avranno i migliori.

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