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Seyed Ali Hossein Khamenei

In Iran basta alzare lo sguardo per incontrare il suo. L’ayatollah Khamenei ti accoglie all’aeroporto e non ti lascia più. I suoi murales giganteggiano nelle strade. Le sue foto ti scrutano al bazaar, ti accompagnano in ogni ufficio, a scuola e al ristorante. La sua espressione severa ti è familiare.

8 Aprile 2009 alle 00:00

In Iran basta alzare lo sguardo per incontrare il suo. L’ayatollah Khamenei ti accoglie all’aeroporto e non ti lascia più. I suoi murales giganteggiano nelle strade. Le sue foto ti scrutano al bazaar, ti accompagnano in ogni ufficio, a scuola e al ristorante. La sua espressione severa ti è familiare. Ma la sua essenza è difficile da catturare. Nonostante i suoi trent’anni di vita pubblica Khamenei è una figura misteriosa, tanto ubiqua quanto inafferrabile. Tanto che, per i giornalisti stranieri in visita a Teheran, la Guida suprema della Repubblica islamica non rappresenta quasi mai una storia da raccontare. Privo di un carisma evidente, Khamenei appare sempre uguale a se stesso, millimetricamente fedele alla sua effigie, immoto e prevedibile come la sua barba grigia e gli occhiali dalla grande montatura scura. Le sue parole sono spesso taglienti, come quelle con cui ieri ha definito Israele un “cancro” e il presidente americano, Barack Obama, “una copia di Bush” e “un sostenitore del terrorismo”.

Ma non colpiscono quanto le roboanti invettive di Mahmoud Ahmadinejad o i gesti attentamente calibrati del “mullah khandan” (il mullah sorridente, come viene soprannominato in farsi) Khatami. Controcanto ora dei riformisti, ora dei falchi, Khamenei campeggia sullo sfondo mentre Hashemi Rafsanjani, Khatami e Ahmadinejad si contendono la ribalta. Questa tendenza a “sparire” è la cifra dei suoi ultimi vent’anni. Forse anche il segreto del suo successo. Quando nel 1981 gli fu offerta la poltrona di presidente di primo acchito declinò spiegando che la sua salute cagionevole (argomento di dibattito ancora oggi, Khamenei viene spesso descritto come un malato in fase terminale) non gli avrebbe consentito di svolgere le sue funzioni con l’energia necessaria.

Nel giugno di quell’anno aveva scampato la morte per un soffio: una bomba nascosta in un registratore dai Mujaheddin-e-Khalq era esplosa a pochi metri da lui durante una conferenza stampa. Khamenei fu ferito e perse l’uso della mano destra. Nel discorso con cui infine accettò l’incarico disse: “Sono un individuo con molti difetti e mancanze, sono soltanto un piccolo seminarista”. Qualche anno prima di quella consacrazione, il “piccolo seminarista” aveva condiviso una cella con un “comunista”, il giornalista Hushang Assadi, che ha rievocato così il primo incontro: “Sedeva su un mucchio di coperte nell’angolo della cella. Era molto magro con una lunga barba nera. Si era fatto un turbante con la camicia. Quando la guardia carceraria chiuse la porta dietro di me, Khamenei sorrise e mi fece posto sulle coperte accanto a sé. La sera, rivolto verso una piccola finestra, sussurrava passaggi del Corano, recitava preghiere e benedizioni inframmezzate da un pianto amaro. Era un comportamento religioso che mi rincuorava. Quando mi lasciavo andare allo sconforto, Khamenei mi diceva: ‘Alzati Hushang, camminiamo’”.

Avevano stretto amicizia. Khamenei rideva delle sue barzellette (“ma non quelle osé, che non gli piacevano”) e fumava le sue sigarette. Dopo tre mesi li separarono. “Tremava. Mi tolsi la giacca e gliela diedi. Ci abbracciammo e le nostre lacrime si mischiarono. Khamenei disse: in una Repubblica islamica nessuna lacrima solcherà il viso di un innocente”. Era il 1978. Tre anni dopo, mentre il seminarista diventava presidente, il comunista Assadi tornava a varcare le porte di una prigione, trascinato dalle guardie del suo vecchio amico. Seguirono 666 giorni di isolamento e torture.

Ma chi è davvero Seyed Ali Hossein Khamenei? Un leader schivo e riluttante, un luogotenente che veste panni troppo importanti per lui? O un falso modesto che nasconde la sua ambizione dietro un’umiltà di maniera? Dissertazioni dotte delineano il ritratto di un despota incerto, isolato dalla realtà circostante, manipolato, di volta in volta dalla lobby degli affari o da quella del fucile, o il profilo di un kingmaker in un complesso di interessi volti a perpetuare l’ortodossia rivoluzionaria. Gli analisti iraniani puntualizzano che focalizzare l’attenzione su Ahmadinejad o Khatami è ingannevole perché in Iran i presidenti sono funzionali a un gioco delle parti utile soltanto a moltiplicare le opzioni di Teheran: che si parli di nucleare o dei rapporti con Washington, a decidere è sempre Khamenei. E tuttavia, circoscriverlo in una rete di definizioni non basta a decifrarlo.

Per capire Khamenei bisogna allontanarsi da Teheran e percorrere gli 850 chilometri che la separano dalle vie di Mashad. E’ nella città santa dei safavidi tra cupole d’oro e pellegrini che vive l’anima segreta di Khamenei. E’ a Mashad che Khamenei è nato e cresciuto, è Mashad che ha nutrito la sua fede e forgiato la sua visione del mondo ed è a Mashad che Khamenei continua a tornare in cerca di conferme. Capitale della regione di Khorasan, terra di poeti, mistici e filosofi che si apre verso l’Afganistan e il Turkmenistan, Mashad è cresciuta intorno al santuario dell’imam Reza (ottavo imam sciita), il luogo di culto più sacro dell’Iran, il più grande e lussuoso del mondo sciita. Khamenei nasce nel 1939 nella parte più povera della città, secondo di otto figli. “Abbiamo avuto una vita difficile – ha detto della sua infanzia – A volte non avevamo niente da mangiare. Mia madre si dava da fare per portare qualcosa in tavola e spesso la cena era a base di pane e uvetta.

La casa aveva soltanto una stanza e un buio seminterrato. Quando un ospite veniva a trovare mio padre, noi lasciavamo la stanza e scendevamo nel seminterrato finché l’ospite non se ne andava”. Figlio di un mullah, il giovane Ali Khamenei frequenta una maktab, una scuola religiosa e successivamente il seminario di Mashad. A 18 anni parte per Najaf, ma ci resterà poco, perché – recitano i biografi – “il padre lo richiama a sé”. Dal 1958 al 1964 è a Qom dove scocca la folgorazione per l’ayatollah Ruhollah Khomeini. Ma dal 1964 al 1979 è nuovamente a Mashad, fatta eccezione per un periodo di carcere a Teheran e uno di esilio nel Sistan-Balucistan. La sua è una formazione religiosa apparentemente convenzionale. Non riesce a compiere il cursus honorum che gli varrebbe il titolo di ayatollah, il “segno di dio”, la considerazione dei suoi pari e una schiera di seguaci. Poi ci sono interessi più mondani.

La politica irrompe precocemente a turbare i suoi studi già nel 1951 dopo un celebre discorso di Mojtaba Navab Safavi, leader dei fedayeen-e-islam che invoca già un “governo islamico” e tuona contro lo scià e l’imperialismo occidentale. Politico è il suo orientamento anche in seminario dove entra a far parte di cenacoli intellettuali molto più terreni che spirituali. E’ l’anticamera di una carriera tutta in ascesa, sempre più lontana dal pulpito e più vicina al potere che lo porterà a diventare prima discepolo di Khomeini e, successivamente, cofondatore del Partito islamico repubblicano, guida della preghiera del venerdì di Teheran, viceministro della Difesa, supervisore delle Guardie rivoluzionarie, comandante in capo delle Guardie rivoluzionarie, rappresentate del Leader supremo nel Supremo consiglio per la Difesa, membro del Majlis (il Parlamento), capo del Consiglio per la rivoluzione culturale, capo del Consiglio per il discernimento dell’interesse superiore del regime, capo del Consiglio per la revisione della Costituzione, presidente e infine Guida suprema. Ma l’educazione di Khamenei è soprattutto un prodotto delle suggestioni che ha respirato nella sua città natale.

Tutti gli iraniani hanno un rapporto viscerale con la poesia, ma a Mashad questa passione ha contagiato anche il seminario. Khamenei inizia a scrivere versi quando è soltanto un ragazzo. E’ trascinato dall’amore per la letteratura persiana e incuriosito dai romanzi stranieri. Anche l’ex compagno di cella Assadi racconta che durante la prigionia furono i libri il principale argomento di conversazione. Secondo alcune testimonianze, Khamenei vanta di averne letti più di duemila. Un’ammissione interessante se si considera che, nell’ambiente clericale della sua generazione, leggere testi non religiosi poteva essere considerato inappropriato o addirittura “haram”, illegale. Quando il leader supremo tuona contro la cultura occidentale parla di qualcosa che conosce. La paura ossessiva che una “rivoluzione di velluto” spazzi via il regime è anche il frutto delle sue buone letture. Tra gli intellettuali europei, nessuna ha suscitato in lui maggiore fascinazione e al contempo sgomento dell’ex presidente ceco Vaclav Havel, ritenuto “altamente nocivo”.

Nonostante la circospezione, alla letteratura, Khamenei non rinuncia. E nel suo ufficio hanno luogo con cadenza regolare degli appuntamenti di poesia. Come la regina d’Inghilterra anche Khamenei ha i suoi “poet laureate”. Li ascolta in silenzio, con gli occhi socchiusi, poi inizia a commentare. I suoi aedi vengono incoraggiati a leggere tematiche etiche e religiose, sono accettate le virate verso l’epica, sempre tenendo presente che l’ispirazione deve piegarsi all’“efficienza”, onorare l’islam e i valori autenticamente iraniani.

Però Mashad non è solo la patria del grande poeta persiano Ferdowsi, Mashad è soprattutto uno sguardo particolare sulle cose. Rispetto a quella di Qom, la sua scuola teologica si distingue per una lettura esoterica del Corano. Vi dominano le scienze arcane, l’occultismo e una visione antirazionalista. Una tendenza inaugurata alla fine degli anni Venti dall’ayatollah Mirza Medhi Gharavi Isfahani, che diffidava della filosofia e della logica – “scienze straniere, non islamiche e fallaci” – e metteva in guardia i suoi discepoli dal sillogismo: “Pretendere di condurre la mente umana a una deduzione è un inganno perché è impossibile conoscere il mondo senza la guida divina”. A Mashad signoreggiano i moqaddasim, gli “uomini sacri” che sottomettono giuristi dell’islam e ayatollah con un carisma fatto di piccoli miracoli (keramaat) e innumerevoli arti di divinazione. Appaiono poco in pubblico ed evitano i luoghi affollati, limitando la vita sociale a un gruppo di favoriti. Pene di cuore, malattie, avventure economiche, scelte politiche, nessun ambito dello scibile è imperscrutabile per loro. Altra usanza praticata è quella di ottenere dal moqaddas, il permesso di usare “uno dei nomi di dio” in ossequio alla credenza secondo cui la ripetizione della parola eletta, “zekr”, sprigionerebbe una forza spirituale in grado di avverare gli auspici del fedele.

E’ in questo humus culturale dove coesistono erudizione, misticismo e superstizione che si sviluppa la corrente apocalittica e nascono tre gruppi estremisti, significativi per la formazione dei rivoluzionari, come la scuola della separazione, l’associazione hojatieh e i velayati. Ed è significativo che a Mashad tra il 1967 ed il 1968 graviti anche Ali Shariati, l’ideologo della Rivoluzione che in quegli anni insegna nel Khorasan. Khamenei lo incontra in un circolo poetico tra il ’57 e il ’58 e gli rimarrà amico fino alla morte anche quando, dopo la Rivoluzione, l’establishment religioso lo taccerà di eresia. Affascinato dall’occulto, Shariati sosteneva di riuscire a materializzare gli spiriti.

Ma l’incontro che più di ogni altro condizionerà il futuro di Khamenei è quello con l’amico Vaez Tabassi. Fondatore del corpo dei pasdaran del Khorasan, Tabassi è un membro dell’Assemblea degli esperti e anche del Consiglio per il discernimento dell’interesse del regime, ma la sua influenza è tutta legata al controllo del santuario di Mashad, luogo che amministra dal 1979, e a cui entrambi devono, in buona misura, la loro fortuna. Privo delle credenziali teologiche che consentono a un religioso di guadagnare, da un lato, il rispetto dei suoi pari e un largo seguito di fedeli e, dall’altro, la riscossione delle tasse religiose che determinano la portata delle sue ambizioni, Khamenei è stato salvato dall’appoggio finanziario del santuario di Mashad, accreditato dagli analisti iraniani come uno dei più floridi imperi economici del paese. Con un’estensione maggiore a quella della città del Vaticano, il “Sacro Recinto” non è soggetto allo scrutinio del governo di Teheran, tutte le esportazioni e le importazioni sono tax free e il saldo di bilancio annuale si aggira intorno ai due miliardi di dollari. Soltanto la Guida suprema ha autorità sul santuario e, tra le fondazioni iraniane, il “Sacro Recinto” brilla per generosità nei sussidi a Hamas e Hezbollah. “Era un tipo preciso, metodico – racconta Assadi – In prigione ognuno aveva diritto a una sigaretta al giorno e lui era un grande fumatore. Io non avevo quel vizio e quindi gli regalavo la mia. Lui divideva le sigarette in sei parti facendo attenzione che fossero tutte uguali”.

Istantanee di un’altra era: ma quanto resta di quel “piccolo seminarista”? Dopo due decadi al vertice della piramide del potere, a Teheran Khamenei è ancora un uomo solo che diffida di sedicenti alleati, nomina propri rappresentanti nelle istituzioni e nei media e fa sempre assegnamento sulla rete di Mashad. Il peccato originale della sua ascesa “politica” continua a tormentarlo. Khamenei allevia la solitudine affidandosi ad antichi rituali che ingabbiano in una cornice di gesti e parole l’ansia di una natura superstiziosa. Per accordare una benedizione assaggia un piatto e poi lascia che i suoi seguaci lo finiscano. Per prendere una decisione difficile apre a caso il Corano e legge la prima riga della pagina destra e interpreta il volere divino. Quando i dubbi lo attanagliano visita un moqaddas come Mohammed Taqi Bahjat, l’imam della moschea di Fatemiyeh a Qom. Più del tumore è la depressione il suo male oscuro e voci insistenti attribuiscono titubanze e contraddittori bizantinismi a una cura a base di oppio. Per chi in occidente si affanna a leggere le sue intenzioni, ora che è in voga il “behavioural change”, Khamenei rappresenta un enigma.

Nel maggio 2003 sentenziò che il conflitto tra Iran e Stati Uniti era “qualcosa di naturale e inevitabile”. Nel febbraio 2006 e nel maggio del 2007 ha vagheggiato l’idea di un dialogo con Washington, nel 2008 ha suggerito che “rompere con l’America è stata una delle nostre politiche più importanti, ma non abbiamo mai detto che le relazioni non saranno mai riallacciate”. Khamenei ha anche emesso una fatwa contro l’uso di armi nucleari. Ma rispondendo alla domanda di un fedele ha dichiarato che, nell’interesse della Repubblica islamica, una guerra offensiva può essere ordinata da un giureconsulto qualificato, cioè da lui. “Per conquistare l’indipendenza e un’autentica sovranità nazionale – ha spiegato Khamenei – una nazione deve essere pronta a pagare un prezzo”. Se è ondivago con le parole, Khamenei non lo è nei convincimenti. “Marg bar Amrika” (morte all’America) è uno slogan che aderisce ancora come un guanto alle sue scelte ideali. Nonostante le pressioni interne dei mullah tycoon da un lato, e di una popolazione assetata di benessere e libertà dall’altro, l’engagement non è tra i piani di Khamenei. Poi però c’è la politica: per l’ex “piccolo seminarista” tra l’islam e la Repubblica islamica è la seconda a dover essere tutelata a ogni costo.

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