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Kim Jong Il

Mar del Giappone, stratosfera, una notte qualunque. Un satellite spia guarda verso il basso, con il fare annoiato che hanno i satelliti quando le guerre fredde non tornano mai calde. Vede le luci del Giappone, megawatt su megawatt. Ispeziona le luci della Corea del sud, di Seul. Vede una macchia scura, quasi un buco nero, una negazione di modernità, buia come l’Europa medievale.

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6 Aprile 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 4 novembre 2006

Mar del Giappone, stratosfera, una notte qualunque. Un satellite spia guarda verso il basso, con il fare annoiato che hanno i satelliti quando le guerre fredde non tornano mai calde. Vede le luci del Giappone, megawatt su megawatt. Ispeziona le luci della Corea del sud, di Seul. Vede una macchia scura, quasi un buco nero, una negazione di modernità, buia come l’Europa medievale. E’ questione di secondi, poi nuove fiammelle bianche rallegrano i sensori, si fanno più brillanti di giorno in giorno: è la termoluminescenza delle città della Cina.

La macchia scura è invece la Repubblica socialista di Corea. Il paese più isolato del mondo, l’eterna debuttante al ballo della minaccia atomica, il regno della povertà militarista piantato in mezzo alle tigri dello sviluppo asiatico. Un’oscurità insondabile. L’impatto con il guscio elastico delle bugie di regime, alte trecento metri di cemento armato a forma di piramide, annichilisce e paralizza le capacità di analisi anche del più coriaceo dei reporter, mette in crisi i più fini analisti della Cia. Allora, se si vuole un quadro di che cosa sia la Corea del nord, bisogna mettere assieme un patchwork. Incollare brevi istantanee, immagini colte qua e là. Sovrapporre i piccoli frammenti rubati alle gigantesche scenografie dove il regime si magnifica con la marcia in postura. La chiave è tutta nella frase che un responsabile della cooperazione internazionale teneva attaccata alla porta del suo ufficio a Pyongyang: “Quello che c’è non esiste e cio che è vero non c’è”.

Qualche esempio? A Pyongyang ci sono tre hotel di centinaia di stanze per accogliere migliaia di turisti, ma non ci sono i turisti. A Pyongyang c’è lo stadio Primo maggio, il più grande del mondo, 150 mila posti, ma non ci sono gli spettatori. Quando ci sono gli spettatori non c’è la gara, piuttosto una parata. Se c’è la gara non c’è la corrente elettrica, il che non è difficile perché non c’è quasi mai. A Pyongyang nessuno ha freddo anche se non c’è il riscaldamento, chi ha freddo, chi non partecipa alla marcia del mattino, o cambia strada andando al lavoro, sparisce. Anzi non è mai esistito, perché tutti fanno finta di non ricordarsi di lui. O forse non si ricordano davvero, presi come sono a non cambiare mai strada, a non cambiare mai espressione, a non alzare gli occhi, a non avere mai fame, a non perdere fiducia nel leader che non è mai stanco o malato, men che meno sbagliato. Perché i coreani sanno, e chi non lo sa rischia di sparire, anzi di non essere mai esistito, che tutte le autostrade del sol dell’avvenire, che è già oggi, partono da Pyongyang.

Una, a quattro corsie, va verso nord e una, a quattro corsie, verso sud. Sono gigantesche, con asfalto sopraffino. I visitatori che vengono dal barbarico mondo esterno, poche centinaia l’anno, anche prima che alle associazioni umanitarie fosse dato il ben servito, sono obbligati a percorrerle, in un senso o nell’altro. Il ricordo è uguale per tutti che si tratti dell’unico italiano, Geri Morellini, che abbia scritto un libro sulla Corea del nord (“Dossier Corea, viaggio nel paese più isolato del mondo”) o del disegnatore di fumetti canadese Guy Delisle. Un nastro lunghissimo e senza macchine. Attorno i contadini curvi, intenti sulla zappa per consolidare la vittoria proletaria. Dall’autostrada non si può uscire, semplicemente perché fuori non c’è nessun posto dove andare. Per miglia un deserto di pietre gelate dove persone, ricoperte di stracci, zappano tra il pietrisco, che un tempo era foresta, nel tentativo di cavare un altro magro giorno. Nel farlo cantano e, in ogni canzone, o c’è il nome di Kim Il Sung o quello di Kim Jong Il: anche se il regime incentiva quelle in cui c’è il nome di tutti e due. Soltanto raramente, un fantasma più stanco degli altri, si avvicina alla massicciata, si trascina camminando in mezzo alle quattro corsie. La macchina con l’ospite occidentale gli strombazza, lo supera dribblandolo. A quel punto il poveretto potrebbe anche distendersi lì e dormire, se a farlo non rischiasse qualche decennio di rieducazione, tanto prima di veder passare un’altra scintillante Mercedes del regime potrebbe volerci anche qualche settimana.

Le vigilesse di Pyongyang sono invece più fortunate, di vetture negli enormi viali ne vedono passare anche cinque o sei al giorno, senza contare gli autobus di remota origine ungherese. Così, per confortevoli turni di dodici ore, zompettano su una pedana in complicate coreografie per indicare ai pedoni quando attraversare una strada sempre vuota, ai conducenti dei mezzi, che non ci sono, quando partire. Il loro è uno dei mestieri più ambiti, l’equivalente in stile Juche (la filosofia comunista coreana) della nostra velina. La leggenda vuole che le scelga personalmente il Caro Leader e che nessun occidentale resista all’idea di scattare una foto a queste generalesse piacenti con funzione di semaforo umano. Solo che a pensare che anche questa è propaganda viene da sentirsi male. Immaginate di passare la vostra vita su una colonnetta in una megalopoli deserta, con escursione termica che va da meno venti in inverno a più quaranta in estate, di eseguire tutto il tempo con le braccia e il corpo delicate movenze per indirizzare alla sua destinazione il niente. Il tutto tra l’invidia dell’80 per cento della popolazione che vi considera delle privilegiate, delle elette servitrici della rivoluzione che ha creato il paese più ricco e felice della storia. Soltanto comprimendo il pensiero in questi termini, e moltiplicando il tutto per 20 milioni di individui si può capire il dramma di un popolo che muore di fame, che si riscalda quasi esclusivamente a legna e che pensa di essere l’ombelico del mondo. Perché è questo che, nel profondo, tutti quelli che non vivono in Corea del nord non riescono a credere: che i coreani non sappiano. Eppure all’ombra del dittatore grasso, per usare il titolo del libro di Michael Breen che parla del sistema Corea, sono infinite le cose che le persone possono non sapere. Le radio e le televisioni vengono vendute con i sintonizzatori bloccati sui canali di stato e ad averle è soltanto una ristretta parte della popolazione. I computer connessi alla rete sono poche decine, e i giornali confondono per varietà: il Nodong sinmun (quotidiano dei lavoratori, emanazione del comitato centrale), il Klloja (il lavoratore, emanazione del governo), il Nodong chngnyn (gioventù che lavora, emanazione del movimento giovanile del partito). Per farsi un’idea delle notizie di punta che forniscono basta andare sul sito dell’agenzia di stampa ufficiale, la Kcna (kcna.co.jp). Gli scoop di questi giorni sono: i festeggiamenti per i 60 anni dell’unione dei giornalisti della Corea del nord, i seminari tenuti per gli 80 anni del Partito dei lavoratori della Corea, i festeggiamenti in Laos per il medesimo, l’istituzione di un nuovo premio d’onore per gli operai che accelerano la produzione, le riunioni e i festeggiamenti avvenuti in molte città coreane a seguito del riuscito esperimento atomico. Quanto agli esteri un articolo al giorno denuncia l’imperialismo americano e critica i giapponesi, vetero imperialisti. Tipacci che insistono per riavere i loro cittadini rapiti o, ingiustamente, considerano l’essere a tiro di missile balistico una prospettiva seccante. A essere maligni si potrebbe pure notare che, per illuminare il mondo di tanto giornalismo, la Culla dell’autarchia è costretta ad appoggiarsi a un server giapponese non essendo capaci di far da soli, ma sono quisquilie che non turbano i colleghi nordcoreani.

Contando che poi il palinsesto della tv di stato contiene soprattutto opere poetico-liriche, partorite dalla creativa e sentimentale penna di Kim Jong II, non stupisce che una buona parte dei coreani non sappia che gli americani sono andati sulla luna, che la Corea del sud abbia un pil di quasi 30 volte superiore al nord, che ignorino quasi tutto della geografia degli altri paesi e abbiano seri problemi a identificare nomi come: Dante, Lincoln, Robespierre, Elisabetta I, Elton John, Pelè e Alessandro Magno. Stupisce di più che abbiano difficoltà anche con Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao. Questi nomi li conoscono, ma se decidono di leggere le loro opere sono costretti a richiedere un permesso scritto e a recarsi ai depositi dove sono tenute sotto chiave. Sono comunque libri non omogenei alla filosofia Juche creata da Kim Il Sung, versioni precedenti, occidentali o imperfette, e potrebbero far danno sulle menti meno accorte. In compenso però, in dodici anni di scuola obbligatoria (la più lunga al mondo), i cittadini del faro della libertà comunista imparano la biografia di Kim Il Sung e di Kim Jong Il. Scoprono così che i coreani si sono liberati da soli dai giapponesi, appena appena aiutati da un episodio secondario chiamato Seconda guerra mondiale, che hanno coraggiosamente combattuto e praticamente vinto contro gli Stati Uniti e le truppe dell’Onu durante la guerra del 1951-53, appena appena aiutati da qualche volontario cinese, e che la più grande sciagura del comunismo è stata la destalinizzazione operata da Krusciov. Soprattutto imparano gioiosi episodi di miracolismo proletario riferiti al Presidente eterno e, in maniera sempre crescente, al suo erede, il Caro leader Kim Jong Il. Le chicche memorizzate sin da quando i bambini hanno quattro anni sono l’epifania con doppio arcobaleno e stelle del piccolo Jong Il, la sua precocità nel procurarsi un fucile anti imperialista, i suoi innumerabili gesti di sacrificio e la sua fedeltà alla memoria del padre. Pagine e pagine di mitopoiesi della personalità che sono imparate a memoria, esattamente come le 1200 opere attribuite al genitore Sung, non ancora eguagliate dalle 800 attribuite al pargolo. Le prime più sul versante ideologico tecnico, le seconde con sfondo artistico educativo, come l’immortale capolavoro “Mare di sangue”.

La realtà è che nessuno sa veramente chi sia questo Kim Jong Il, di cui si ride per non piangere o a cui ci si inchina per non morire. Conosciamo i suoi occhiali da sole da cattivo di film di serie z, le sue giacchette e il capello cotonato con basetta scalpata. Punti fermi dello stile del dittatore postmoderno che stanno facendo scuola, li scopiazza Ahmadinejad, esattamente come ogni ragazzino di Seul che si senta un po’ ribelle non può fare a meno di farli suoi. Questa è esteriorità calcolata, lo show che parte appena scesi dal treno blindato fa coppia con la boutade al plutonio. Non dice niente della reale pericolosità dell’uomo Kim, della sua natura. Men che meno ne sanno gli stessi nordcoreani che vivono sospesi tra il suo essere leggenda salvifica o demoniaca: avrebbe ucciso il suo fratellino annegandolo, è un uomo mite che non parla mai, è loquacissimo, ha migliaia di film, legge moltissimo, è ignorantissimo, beve moltissimo, finge di bere moltissimo, ha scatti d’ira, è molto più calmo del padre, ha sottomesso i generali, è sottomesso ai generali.

L’unica certezza allora restano le immagini televisive, vere nell’inganno. Lui che ascolta con aria assente ossequiose signorine in abiti tradizionali che gli raccontano, durante le sue visite lampo, i progressi della nazione. Lui ascolta e tace, guarda quasi annoiato, dice una parola, tutti fanno sì con la testa. Lui se ne va, sapendo benissimo che la fabbrica è una ciofeca, che deve dare gli aiuti ai militari per farli mangiare lasciando morire gli altri, che il mondo lo prende in giro ma ha paura di lui, del suo pulsante per scatenare un giorno del giudizio da dio minore. Così tace e nel dubbio prospera, così affama e nell’affamare rende il nord un boccone troppo amaro e inutile perché il sud possa ingoiarlo. La furbizia stolta di chi ha ereditato l’incredibile fusione tra trenta secoli di storia feudale coreana e la guerra fredda, di chi cammina sopra un filo che non può che rompersi. Un arrocco forzato da cui non sa più come uscire. Deve fingere forza all’interno, per i milioni che ancora non sanno la verità, deve chiedere scusa all’esterno ogni volta che esagera, deve prendere gli aiuti internazionali e far credere ai suoi compagni che siano danni di guerra versati da americani e giapponesi. Soprattutto deve fomentare l’odio ma non fomentarlo mai troppo, cavalcare la sciarada dell’atomo. Se sbaglia, e prima o poi tutti sbagliano, il 38° parallelo potrebbe prendere fuoco. E come finirebbe in caso di guerra vera è cosa esente da dubbi: i coreani del nord perderebbero, verrebbero spazzati via.

Quanti si farebbero ammazzare per difendere i falansteri di cemento e i ritratti dei Kim? Non si sa. Quanti danni potrebbero fare prima di farsi ammazzare, con quello che sulla carta è il secondo esercito più numeroso del mondo? Non si sa, forse davvero minimi, ma “forse” è un po’ poco per prendersi certe responsabilità. E allora quelli fuori, il mondo, aspettano seduti sull’embargo. Anche quelli dentro aspettano, anche se non sanno di aspettare. Un giorno in un modo o nell’altro qualcuno toglierà il blocco ai ricevitori delle radioline, o magari farà vedere ai diretti interessati i disegni che Guy Delisle ha fatto su Pyongyang. Con il loro bianco e nero di dolore hanno fatto il giro del pianeta. O, più semplicemente, farà vedere ai nord coreani la differenza tra una giacca a vento e i loro giubbottoni a tre bottoni (fenomeno che ha già provocato parecchie fughe), tra un tostapane e la carbonella, tra un cellulare e una zappa. Anche così non è detto che tutto diventi chiaro. Senza contare che qualcuno continuerebbe a sintonizzare la propria testa sulle frequenze del regime. C’è anche chi lo fa qui in Europa. Basta guardare il sito della Korea Friendship Association, con sede legale in Spagna e con l’immancabile costola italiana. Sono belle paginate a fondo nero e allegri caratteri rossi. Se siete pazienti potrete sfogliare pagine e pagine con tutti i successi del popolo coreano, lodati da apostoli occidentali. Esattamente come moltissimi cinefili aspettano di vedere nelle nostre sale “The School girl’s diary” il primo film nordcoreano che da decenni viene venduto sul mercato di paesi normali. In molti già dicono che il film mostra il lato umano della Corea del nord. Dimenticandosi che il leader che non parla mai, ma mette mano a tutta la filmografia del regime, ha visto abbastanza dell’occidente per toccare il nostro cuore delicato, tra un petardo da quattro kiloton e una scaramuccia di confine. Così qualcuno continua a zappare e aspetta senza sapere di aspettare, qualcuno paga il biglietto, qualcun altro aspetta in un bunker al confine. Il satellite gira. Ammaliato da Kim spera nella sua grande occasione: luci, luci, buio, luci. Luci, esplosioni, esplosioni, luci. Buio, funghi atomici, funghi atomici, buio.

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