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Abbas Abul

“Il suo mito è Saddam Hussein. Dà l’impressione di essere veramente affascinato dal leader iracheno, al punto che ne parla sempre. Sembra quasi che da grande voglia diventare come il rais”. Questo sostiene Ahmad Rafat, giornalista di origini iraniane, fra i non molti ad aver intervistato il capopopolo palestinese Mohammed Abbas, quando stava rintanato nei meandri di Beirut. Il fisico tozzo, i baffoni alla sovietica, gli occhi scuri come la pece, oggi Abbas è gentilmente ospitato a Baghdad.

22 Dicembre 2002 alle 00:00

“Il suo mito è Saddam Hussein. Dà l’impressione di essere veramente affascinato dal leader iracheno, al punto che ne parla sempre. Sembra quasi che da grande voglia diventare come il rais”. Questo sostiene Ahmad Rafat, giornalista di origini iraniane, fra i non molti ad aver intervistato il capopopolo palestinese Mohammed Abbas, quando stava rintanato nei meandri di Beirut. Il fisico tozzo, i baffoni alla sovietica, gli occhi scuri come la pece, oggi Abbas è gentilmente ospitato a Baghdad. Nonostante sia rincorso da un mandato di cattura internazionale per il sequestro dell’Achille Lauro, che gli è costato una condanna all’ergastolo in Italia. Abbas ha 54 anni e non smette di lanciare proclami bellicosi, ma la sua vita è stata una continua e ambigua altalena fra ramoscello d’ulivo e kalashnikov, pace e guerra. “È un personaggio vecchio stile, che assomiglia molto ai comunisti italiani di un tempo, fedeli all’idea e militanti nelle ossa”, prosegue Rafat. Con i giornalisti ama parlicchiare in inglese, per dimostrarsi uomo di mondo. Ma poi passa subito all’arabo. E nella lingua madre si lascia andare, parla a voce alta, interrompe l’interlocutore, salta da un tema all’altro.

L’impressione che offre è quella di un rozzo tribuno mediorientale,
colpisce la quantità di tazze di tè che consuma, ne sorseggia una dietro l’altra, quasi si trattasse di un tic. Quando non c’è la tazza, tra le labbra compare una Marlboro, l’altro suo tic preferito. Aspira a fondo, tra i baffi, come un vecchio palestinese. Veste occidentale, ma odia la cravatta. È quasi sempre in giacca e pantaloni di fattura modesta, che aumentano la somiglianza con un funzionario sovietico da Guerra fredda. Sembra che il suo vero nome sia Mahmud, ma abbia preferito Mohammed, come il Profeta. È nato a Haifa, oggi una delle maggiori città israeliane. E il suo destino è legato fin dall’inizio alla Naqba, la Catastrofe dei palestinesi in fuga dopo la prima guerra contro gli israeliani. Nel 1948, ancora in fasce, è nato da soli dodici giorni, è già sulla via dell’esodo. La famiglia Abbas trova rifugio in un campo profughi in Siria, dove Mohammed cresce inseguendo il mito di Ahmed Jibril, il fondatore del Fronte popolare di liberazione della Palestina-Comando generale. Abbas si divide fra gli studi a Damasco e la militanza. Nel 1974 si laurea in Lettere, ma è già il braccio destro di Jibril e va a rappresentare il movimento in Libano, allora santuario dei palestinesi. Allo scoppio della guerra civile con i cristiani maroniti, Abbas è in prima linea, ma nel ’76 rompe con il suo capo appiattito su una linea filosiriana. Con il nome di battaglia di Abul Abbas fonda il Fronte per la liberazione della Palestina. Soldi e armi arrivano dall’Iraq, inaugurando un’alleanza che non è venuta mai meno. Anche la Libia aiuta la nuova fazione, ospitando i miliziani in campi di addestramento.

La copertura politica arriva invece da Arafat,
che cerca di unificare il più possibile la diaspora guerrigliera. Nell’81 Abbas ottiene dei seggi nel Consiglio nazionale, il parlamentino palestinese; nell’84 Arafat lo chiama nel Comitato esecutivo dell’Olp. “Dal punto di vista operativo il suo gruppo ha dimostrato una certa creatività nei metodi di attacco”, scrive con involontaria ironia un rapporto sul terrorismo in Medio Oriente. Ma in effetti, i guerriglieri di Abbas, per penetrare in Israele dal Libano, utilizzano addirittura mongolfiere e deltaplani. Nonostante la fantasia, va quasi sempre a finire che i commando si schiantano al suolo oppure vengono intercettati una volta a terra. Nel 1978, però, Abbas si inventa per primo la pratica degli scudi umani catturando 51 caschi blu a Tiro, roccaforte palestinese in Libano. Nel maggio 1990, con l’aiuto di Gheddafi, il vulcanico guerrigliero tenterà pure un attacco a Israele via mare. Una nave libica trasporta al largo di Tel Aviv, dei piccoli motoscafi zeppi di terroristi. Un gruppo di palestinesi viene intercettato e annientato prima che raggiungere la spiaggia. Gli altri finiscono inchiodati sul bagnasciuga. Due anni dopo Abbas ci riprova sul Mar Rosso, con uomini rana che riescono a raggiungere la cittadina turistica di Eilat. Lo sbarco finisce con una sparatoria, che neutralizza i terroristi. Rimane ucciso pure un agente della sicurezza israeliana.

Una lista di sanguinosi insuccessi, ma a rendere Abbas famoso
e poi ricercato in tutto il mondo c’è il sequestro dell’Achille Lauro. Alle 13 e 10 del 7 ottobre 1985, gran parte degli 80 croceristi a bordo della nave italiana stanno pranzando, quando un commando di quattro terroristi palestinesi, armati fino ai denti, sequestra l’Achille Lauro. Si erano imbarcati a Genova, ma al momento del blitz la nave si trova fra Alessandria d’Egitto e Port Said. I sequestratori dichiarano subito di far parte del Fronte di liberazione palestinese e chiedono il rilascio di 50 compagni dalle carceri israeliane. In realtà, si scoprirà poi, il piano prevedeva un’azione suicida nel porto israeliano di Ashod, ma qualcosa è cambiato all’ultimo momento. Il governo italiano di Bettino Craxi chiede aiuto ad Arafat. Il furbo capo dell’Olp invia in Egitto, per trattare con i terroristi, Mohammed Abbas e il suo vice. I Servizi italiani sono sospettosi su Abbas, ma in quel momento non immaginano che si tratti proprio dell’eminenza grigia del sequestro. Nel frattempo i terroristi uccidono un passeggero, costretto su una sedia a rotelle: Leon Klinghoffer, 69 anni, ebreo americano. Abbas è perfettamente a suo agio nell’ambiguità e doppiezza del ruolo di negoziatore e leader del Fronte, inizia a parlare via radio con i sequestratori. “Comandante siamo felici di sentire la sua voce”, esordisce uno dei terroristi. Gli egiziani garantiscono un salvacondotto e i palestinesi abbandonano la nave per venire imbarcati su un Boeing diretto a Tunisi.

La crisi sembra risolta, ma alle 22 e 30 del 10 ottobre scatta l’operazione Yamamoto
, dal nome dell’ammiraglio giapponese il cui aereo fu abbattuto da velivoli americani sul Pacifico, durante la Seconda guerra mondiale. Due caccia F14 a stelle e strisce intercettano il 737 egiziano, costringendolo ad atterrare nella base Nato di Sigonella, in Sicilia. Gli americani vogliono mettere le mani sui terroristi, compreso Abbas, che secondo informazioni israeliane è il capo del commando. A Sigonella i soldati della Delta Force, giunti in volo, circondano le prede. Craxi non ci sta e ordina ai carabinieri di difendere l’aereo egiziano a ogni costo. Con il dito sul grilletto, il generale Carl Stiner, che comanda la task force statunitense, chiede la consegna dei terroristi. Abbas e i suoi sono pronti a vendere cara la pelle. In piena notte i terroristi dell’Achille Lauro vengono fatti scendere e consegnati alle autorità italiane, ma rimane il problema di Abbas. “Faceva caldo e per questo avevano lasciato il portellone aperto. Quando sono salito a bordo Abbas mi è venuto incontro stringendomi la mano.
Era in maniche di camicia e mi fece subito un’impressione negativa, di personaggio grossolano”. Inizia così il racconto dell’allora consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Antonio Badini, oggi responsabile della Farnesina per l’area Mediterraneo- Medio Oriente. Craxi aveva inviato lui a Sigonella, per sbrogliare la matassa. “Nell’aspetto sembrava dimesso, ma non aveva paura o almeno non la dimostrava. Il tipico palestinese, un po’ temerario”, ricorda Badini. “Però la situazione gli era sfuggita di mano.

Si rendeva conto che la Delta Force voleva catturarlo.
Sembrava non conoscere l’ubicazione di Sigonella, gli era stato spiegato che si trovava in Sicilia, ma la mia impressione è che non capisse bene dove fosse”. Attorno ad Abbas le guardie del corpo sono in allerta, anche se tengono le armi nascoste. L’incontro dura mezz’ora. “I suoi pensieri non erano molto articolati e si esprimeva spesso a monosillabi”, ricorda Badini, “però ti guardava sempre fisso negli occhi. Abbiamo ricostruito il sequestro. Non ha mai ammesso i suoi veri rapporti con i terroristi, però si era capito fin da Port Said che li conosceva bene”. Craxi decide di lasciare andare Abbas, che da Sigonella vola a Roma, inseguito dal generale americano. L’ambasciatore egiziano consegna al capo dei sequestratori un passaporto con false generalità e lo fa trasbordare su un volo di linea jugoslavo che parte per Belgrado. Per i prossimi undici anni Abbas vivrà in fuga, con una condanna all’ergastolo della giustizia italiana, ancora oggi pendente, e una taglia sulla testa di 250 mila dollari dei Servizi americani.

Dopo la Jugoslavia va in Ungheria, a Mosca, in Bulgaria, nello Yemen del Sud e in Algeria. “Cambiavo sempre paese, senza mai dormire a lungo nello stesso posto, nascondendo a tutti dove stavo andando. Avevo talmente tanti passaporti falsi che mi confondevo sui nomi di copertura” racconterà anni dopo. Infine trova rifugio a Baghdad, dal suo vecchio protettore, Saddam Hussein, assieme alla moglie e ai tre figli. Nel 1991, quando scoppia la guerra del Golfo, Abbas si schiera a spada tratta al fianco del rais. Il mondo però cambia, e il veterano del terrorismo annusa l’aria degli accordi di pace di Oslo fra palestinesi e israeliani, che prevedono un colpo di spugna sugli atti terroristici compiuti prima del 1993. Tre anni dopo si presenta nella striscia di Gaza, con il ramoscello d’ulivo in mano, grazie a un permesso speciale accordatogli dallo Shin Bet, il Servizio segreto israeliano per gli affari interni. Abbas fa ancora parte del parlamentino palestinese e vota a favore del cambiamento della Carta costitutiva, che prevedeva la distruzione dello Stato d’Israele.

A Gaza apre un ufficio chiamando a raccolta gli esterrefatti veterani
delle imprese terroristiche del passato. “Diamo una possibilità alla pace”, spiega in un’intervista: “Cinquant’anni fa il popolo palestinese è stato cancellato dalla carta geografica. Adesso siamo tornati”. Si scusa per le vittime civili degli attentati, ma sostiene a muso duro: “Non siamo terroristi. Sono orgoglioso di avere partecipato alla lotta palestinese”. Tenta anche di presentare un lato più umano della sua controversa personalità ammettendo: “Non ho avuto il tempo per comportarmi realmente da padre”. I suoi figli Khaled e Omar studiano all’università a Montreal, in Canada, e non hanno alcuna intenzione di seguirlo a Gaza. La parentesi di pace non dura molto. Abbas decide che è ora di tornare alla linea dura. Due anni fa rispunta a Baghdad e minaccia di riprendere gli attacchi contro Israele. “Di fronte all’intransigenza del nemico e all’uccisione dei nostri bambini dobbiamo rispondere nell’unica maniera che capiscono”, spiega riferendosi agli attacchi kamikaze. Nel novembre dello scorso anno gli israeliani arrestano una cellula legata ad Abbas, che si è già macchiata di omicidi e attentati. Preparavano un sanguinoso e rocambolesco, come al solito, attacco all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv.

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