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Gianni De Gennaro

Sua Eccellenza il Signor Capo della Polizia è chiamato Gianni e non Giovanni: «Solo mia madre mi chiamava Giovanni, soprattutto quando s’arrabbiava. Faceva così: “Gio-va-nni!”». Sua Eccellenza il prefetto De Gennaro – classe 1948, nato la vigilia di ferragosto a Reggio di Calabria – ha una faccia da duro. La sua è una faccia che parla. Sua Eccellenza il Signor Capo della Polizia quando s’incazza pesante ruggisce a colpi di “servi pastori!”, che poi è il suo insulto fondamentale.

12 Ottobre 2002 alle 12:00

Sua Eccellenza il Signor Capo della Polizia è chiamato Gianni e non Giovanni: «Solo mia madre mi chiamava Giovanni, soprattutto quando s’arrabbiava. Faceva così: “Gio-va-nni!”». Sua Eccellenza il prefetto De Gennaro – classe 1948, nato la vigilia di ferragosto a Reggio di Calabria – ha una faccia da duro. La sua è una faccia che parla. Sua Eccellenza il Signor Capo della Polizia quando s’incazza pesante ruggisce a colpi di “servi pastori!”, che poi è il suo insulto fondamentale. Un duro da rappresentazione dunque. Non è Giuliano Gemma, forse più un Al Pacino, ma è più appropriato dire che è l’Ermete Zacconi della Polizia di Stato. E’ attoriale lui. In fondo c’è pure una filmografia su di lui. E’ un situazionista in quel complicato virtuosismo dell’estetica che è l’ordine pubblico: è un Capo da spendere in condizioni di “movimentismo”. Non è certo un Capo da status quo. E’ infatti uno che la situazione se la sente tutta, lui. «Se la sente tastare», dice un nostro amico malavitoso ma suo malgrado ammiratore. Se qualcuno per esempio irrompe in scena facendo uno sproposito, lui è capace di “riposizionare” tutto. Con “sprezzo del pericolo” si prende il suo tempo: toglie dal naso gli occhiali pince-nez e spara. Sempre che ci sia bisogno di sparare, sempre che non si possa discutere ogni sproposito.

Prefetto di Prima classe, Gianni De Gennaro parla in tono piano, con ovvia phoné da Magna Grecia, e starebbe benissimo con un gessato, un abituccio di quelli della concorrenza, tanto per intendersi. Sbirri e mafiosi sunu figghi di frati. Sua Eccellenza, che certamente condivide l’atavica idea meridionale di Giuda come “confidente di questura”, corregge il proverbio: «Sbirri e mafiosi non sono figli di fratelli, ma figli della stessa madre, la necessità. Entrambi abbiamo la pistola, la differenza è nell’uso che se ne fa. Io, appunto, la mia tendo a non usarla». Ma l’Eccellenza sì che sa usare il ferro, è diventato un proverbiale colpo da manuale il suo, quando – viste le premesse di una sicura strage – strappò l’ambasciata di Belgio dalle grinfie di un pazzo facendogli semplicemente un uno-due. “Uno” fu lo sguardo, “due” fu il colpo in piena fronte. Un solo bang, “con sprezzo del pericolo”, trenta ostaggi liberati, e poi l’eterna gratitudine delle Loro Maestà di Belgio, che hanno iscritto De Gennaro Giovanni nell’albo delle onorificenze di Stato. Niente male come attestato: in fondo il Belgio è pur sempre la patria di Georges Simenon. Le monarchie sono monarchie: è commendatore dell’Ordine di Leopoldo II, ben più dunque di Cavaliere di una Repubblica, seppure italiana, di cui però – e non guasta – è anche “Gran Croce al Merito”. In questo caso il “merito” è per aver consegnato alla giustizia pericolosi latitanti come Zaza, Vernengo e Lucchese. Koh Bah Kim, un trafficante dalle dimensioni spettacolari, uno da Spectre per capirsi, andò a prenderselo in Thailandia. Il “merito” infine, per aver riaccompagnato a casa tanti rapiti: Esteranne Ricca, Carmine Del Prete, Patrizia Tacchella e Augusto De Megni.

Un decentratore scientifico
Sua Eccellenza arriva presto al mattino, non mangia nulla, non fa mangiare nulla ai collaboratori, che infatti lo collaborano senza orari impiegatizi; e mentre perfino il ministro se ne va (alle 20,30 circa), dentro il fortilizio della serenità nazionale lui ci resta fino a tardi tardissimo. Non si accorge dell’ora a meno che per uno scatto di scrupolo non dica a qualcuno: «Ma non hai una famiglia? Non ci vai a casa?». Il malcapitato magari se ne va, ma dopo soli cinque minuti squilla la chiamata della batteria del Viminale. Inconfondibile il dettato: «Dove stai?». I suoi lo raccontano come uno tutto al contrario dell’accentratore, anzi, un decentratore scientifico, solo vuole sapere “dove si sta”. Sua Eccellenza non è solo il Capo della Polizia che avanza su Lancia Thesis, Sua Eccellenza è anche il Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, ed è questo il dettaglio che a volte scardina il progetto masculo, leggendario e romantico di una vita sbirra spesa sul marciapiede. Questo è appunto il motivo fondamentale per il quale, in questa grande stanza («Mi sembra una piscina, una palestra, ci posso correre dentro…»), arriva di tutto: dalle cose serie alle perdite di tempo.

Le cose serie: quelle che hanno il retrogusto della malinconia innanzitutto, quelle per le quali è valsa la pena di stirare a tavoletta su una Giulietta. Avevano il cavalluccio marino sulla griglia del muso. Erano quelle che mettevano la saracinesca sulla notte: «Alle due di notte, dentro una Roma tutta nuova, alle spalle del quartiere Salario, guardando un tale trascinato da quattro cani al guinzaglio, e poi altri due che correvano in tuta da ginnastica, cominciavo chiedendomi: “Ma questi qui che ci fanno in giro a quest’ora di notte?”. E finivo chiedendomi: “Ma che ci faccio io con questa meravigliosa Giulietta a quest’ora di notte?”». Era la stagione di “Roma a mano armata”, la scena di un film con i poliziotti che andavano per le spicce per farsi poi rimproverare dalle fidanzate psicologhe, immancabilmente pietose, freudiane e niente affatto brutali. La Roma con i pantaloni a zampa d’elefante, allora. Col giovanissimo poliziotto De Gennaro che mette agli arresti per una storia di droga nientemeno che Franco Califano (ma se nessuno potrà mai perdonare i Carabinieri per l’arresto di Pinocchio, verrà perdonato De Gennaro per aver messo i ferri addosso a questo mito della gastroenterologia pop?). Era la stagione del commissariato di Castro Pretorio, dove De Gennaro era approdato dopo due anni di routine ad Alessandria – città di Paolo Conte dove tutti non vedono l’ora di scendere al mare, non certo di delinquere. E fu solo quel commissariato collocato sul collo di via Veneto che gli restituì finalmente il divertimento del mestiere dopo una troppo lunga attesa. «Voglio fare il poliziotto per davvero» disse lui a Fernando Masone. Gli rispose allora: «Vediamoci tra due anni».

Allo scadere esatto dei due anni, De Gennaro ritornò da Masone, si lasciò alle spalle Alessandria e cominciò davvero. Fu tutto improvvisamente, e velocemente, vero. La Dolce Vita è già finita da un pezzo, resta un poco di ricotta incrostata sugli incroci di quelle strade dall’asettico nome geografico: spacciatori, truffatori, magnaccia, ragazze dai facili costumi e gaudenti fessi. Troppo fessi. Arrestano la bellissima Lory Del Santo (droga) e lei chiede: «Dove stiamo andando?». A Rebibbia. «Bellissimo, come nei film». Come nei film, meglio di un film. E’ in questo contesto che De Gennaro fabbrica a uso della propria speciale metodologia la metafora del night: «Tutto è allettante in un night: le luci, i drink, le ragazze. L’atmosfera maliziosa, i divani, la seduzione della musica, quindi una storia d’amore risolta nell’affare di un minuto con l’industrialotto convinto di aver fatto innamorare una bellissima ragazza che invece è solo una della nuova quindicina, la musica è un nastro ripetuto alla nausea, i divani sono slabbrati e i bicchieri sono sbrecciati». Sua Eccellenza il Signor Capo della Polizia espone il teorema con una certa scelta drammaturgica: «Quando alla fine si accende la luce, sulla moquette affiorano macchie oscene, e con esse altro che bava, affiora tutto il laido squallore del night». Il teorema è geometrico: «Tutto è spiegato nel night. Nessuna bella ragazza si innamora di un industrialotto, tutte le casse di whisky sono pignorate, tutta la moquette è macchiata e la musica è sempre la stessa musica». Basta dunque ficcare le dita tra i cuscini di ogni divano e si trova sempre il pegno di chissà quale mistero, di chissà quale debolezza. Questa metafora del night risolve un non piccolo problema spirituale. Niente moralismi? «Niente moralismi, un dovere etico semmai». Come il «dovere del medico».

Il poliziotto è infatti, medico: quando De Gennaro ritagliò per sé quella sorta di Fbi italiana che è la Dia, la spiegò alla stampa con un esempio clinico, e perciò amorale: «La squadra mobile è il pronto soccorso, la questura è l’ospedale, noi siamo la clinica universitaria. Curiamo i casi interessanti». I casi interessantissimi. Come nei film, meglio di un film. Le cose serie appunto. Perché c’è gente che si chiude ermeticamente al passato eppure ha un gran bel mondo alle spalle, avventure degne del più spericolato degli avventurieri. Quello che sembra un pensionato fermo al tabacchino di via Maqueda a Palermo per giocare i suoi numeri al Lotto non è solo un cliente della piccola sorte, uno che ci tenta col gioco per fare piccioli, ma un compare della grande sorte, quella difficile sorte che – nella scommessa della morte, la morte di ognuno di loro – ha fatto la storia di questo paese. Questo signore che potrebbe benissimo esser stato un barbiere, uno scritturale, un pacifico piccolo borghese, la sera torna a casa («Ho scoperto tardi, nella seconda metà della mia vita, la gioia della famiglia») e vede scorrere sullo schermo della tivù quel se stesso che pochissimi hanno conosciuto.

Faccia tagliata da due rughe verticali, naso appoggiato al baffo, fisico asciutto, sguardo vigile, sguardo chiaro, alto, il pensionato che mostra un eloquio lucido, logico e limpido, è in realtà un ex ispettore della squadra mobile di Palermo. Averne fatto parte – quindi esserne per sempre parte – è un titolo di merito nella storia della guerra alla criminalità organizzata. Gli sbirri della mobile di Palermo sono sbirri pesanti, di quelli che mangiano pane e pistole. Sono gli sbirri che si materializzano all’ombra di ogni dove quando magari qualcuno vorrebbe non darsene pensiero. Allevati da Arnaldo La Barbera (sono andati al suo funerale affittando un aereo intero), questi uomini e queste donne sono stati i moschettieri di Gianni De Gennaro, e il pensionato che ci racconta il suo “dottore De Gennaro”, si rivede nelle fiction tivù quando offre un trucco ai suoi famosi colleghi dell’Fbi. Non c’erano i computer, i dati si collezionavano con i “pizzini”. Lavoravano di cimice e ascoltando le telefonate di quella che fu “Pizza connection”, e questo pensionato ebbe l’intuizione di cominciare a fare il computo di tutte le coincidenze scrivendo religiosamente tutto. Per esempio il perché zio Vicienzo chiamasse sempre di giovedì, alle tre del pomeriggio americano. Per esempio il perché in tutte quelle telefonate si parlasse di certe pancere, e cosa fosse infine tutto quel va e vieni di paesani dall’aeroporto Punta Raisi a New York, quando appunto insospettabili massariote si facevano cucire dentro le pancere carichi di eroina tanto da giustificare, in Sicilia, l’esistenza di raffinerie capaci di produrre miliardi di miliardi e quindi “merda di merda”. In tutto questo c’era “il dottore De Gennaro”. Il pensionato quasi si giustifica: «Scusate, io lo chiamo ancora così. Per me resta “il dottore”, quello che all’obbiettivo ci arrivava subito, quello che stava sempre due passi avanti rispetto a tutti, quello che aveva la dote fondamentale di ogni bravo poliziotto: il fiuto». Un grande cane da caccia, una grande caccia e senza che materialmente De Gennaro fosse formalmente presente a Palermo con un incarico stabile, presente piuttosto nella velocità dell’emergenza: a Palermo, come a New York, in Israele come in Australia. Come nella preistoria del maxiprocesso, così nella storia infausta delle stragi del 1992 Gianni De Gennaro – che il controllo del territorio se l’è costruito fabbricandosi una squadra di uomini a propria immagine e somiglianza – in quella città che coincide con la narice del coccodrillo con la coppola disegnato da Giorgio Forattini, ha lasciato la sua più forte impronta.

Come l’impronta e il marchio di orgoglio stampato nel destino di questo incredibile pensionato che si vede trasformato in un personaggio da far recitare accanto a Michele Placido, e vede passare nel filo del racconto tutte le cose che gli sono cambiate davanti agli occhi per aver scelto di seguire il “dottore” diventato “capo” – diventato anzi, per come lo chiama lui, “il Capo della nostra amministrazione”. Grazie a questo “dottore” il pensionato, che forse ha solo la terza media, ha conosciuto il mondo, ha parlato le lingue, ha viaggiato fin dentro la pancia nera del crimine (dentro i grovigli della “Piovra”) per portarvi dentro la sorpresa del gioco più antico del mondo: la normale e sempre più sofisticata guerra del bene e del male: «Partivamo sempre. Con lui non c’era mai sosta perché il “dottore” non è mai stato uno che “manda”, ma uno che “va”. Andare, non mandare. Sempre in prima persona. Ho trascorso la mia vita sugli aerei, sulle automobili, in ogni luogo dove fosse necessario andare. Le nostre giornate erano impostate sempre e solo sul lavoro. Non ci siamo mai fermati. De Gennaro non è mai stato fermo». E’ partito sempre, questo pensionato apparentemente innocuo, vincendo tutte le sue partite. Con una sola piccola disdetta mai risolta: «Tutto quello che vediamo nei film è infinitamente secondario rispetto alle cose vere. La Mafia lascia sempre uno spiraglio aperto a tutte le supposizioni in ogni suo crimine. Nulla è chiuso, dopo ogni processo, arriva la domanda: “Cosa ci sarà dietro?”. Dietro non c’è altro che il potere. I criminali non vogliono altro che il potere. Il controllo di tutto. Gli stessi soldi, per dire, per loro sono solo uno strumento per allargare il potere. E non è vero che i mafiosi sognano per i loro figli una vita onesta. Non è vero. Se non hanno figli, addestrano i nipoti».

Il primo pentito

Ha una memoria infallibile, il pensionato, e non si lascia trascinare da spiegazioni sociologiche: solo da chiare spiegazioni raccolte sul campo. Ricorda tutte le giornate del suo servizio, ricorda il primo pentito, Leonardo Vitale, ricorda quando questi salì le scale della Questura per offrire il suo racconto e venne creduto pazzo, spedito a Barcellona Pozzo di Gotto. Ricorda le mani dei chimici rosicchiate dagli acidi per la lavorazione dell’oppio, e ricorda tutte le sfumature, i toni e le cadenze delle innumerevoli telefonate poi trascritte in quei foglietti che hanno fatto il bagaglio dell’Fbi. Ma il suo orgoglio è “il dottore”. E aggiunge: «Avrei piacere a salutarlo. Non so se si ricorda di me. Vorrei passare a trovarlo». Ovviamente si saluteranno. Ovviamente il Capo si ricorda tutto. Ogni piccolo dettaglio, ogni pomeriggio passato al chiuso di un furgone per un interminabile appostamento, perfino il menù delle pizze italoamericane.

Pietro Grasso, il capo della delicatissima Procura di Palermo – che Gianni De Gennaro se lo ricorda da poliziotto, lo scoprì “leggendolo” – s’incuriosì per il suo “specialissimo modo di redigere la documentazione investigativa, sempre eccellente” e lo ritrova oggi come “il migliore Capo della Polizia, il migliore che possiamo avere”. La storia della loro collaborazione è un vero e proprio romanzo. Parte dall’epoca del maxi processo e si allunga fino a queste giornate. Uno stava chiuso nel bunker per seminare d’inchiostro pile di faldoni con le motivazioni così da non fare uscire dal carcere i mafiosi, l’altro stava chiuso in un andito, nascosto alla vista pubblica, per catturare e fare entrare in gabbia tutti gli altri malacarne rimasti in libertà. Sua Eccellenza, da investigatore, pur non travalicando i suoi compiti, non sempre ha condiviso l’operato di magistrati eccessivamente affezionati alle chimere, ma con Grasso, un signore disegnato dalla matita ottocentesca di Leo Longanesi, la sintonia è “stereofonica”. Ci dice Grasso: «Non bisogna fermarsi mai, la nostra vita, il nostro lavoro, è una corsa per non diventare pazzi. E’ una guerra contro il tempo». Corrono per non diventare pazzi perché, sono cose che capitano, può succedere di uscire un attimo per andare a comprare al figlio un giubbotto in un negozio e trovarsi davanti un tizio che saluta a sfottere: «Dottore Grasso, non si ricorda di me?, siamo stati vicini di casa per un anno intero». Accadde all’epoca del maxiprocesso. Quel tale era stato un “vicino di casa” avendo alloggiato per un anno nel banco degli imputati, di fronte a Grasso che scriveva, scriveva e scriveva, le circostanziate e dettagliate motivazioni. Era uscito per scadenza di qualche termine, e adesso sfotteva, ma – la legge è legge, e finirà senz’altro bene: «Ci dissi ’u surci alla noce, dammi tempo: ché ti trapano».

«Il migliore dei capi possibili»

Grasso spiega la trama del suo lavoro, e quindi la trama della sua necessità di avere “il migliore dei capi della Polizia che possiamo avere”, con una favola liquida e galileiana. Traccia dei cerchi concentrici e con le dita segna tutti i luoghi apparentemente invisibili della contaminazione criminale: il fulcro incandescente del male e poi, a seguire intorno, la cerchia dei complici, degli affiliati, dei clienti, degli avvicinabili e, peggio ancora, la cerchia dei superficiali: «Quando si abbassa la guardia, quando cala la tensione sul fulcro e cioè quando viene meno “l’ordine pubblico”, dai loro luoghi invisibili alzano la testa tutti gli altri pensando di poter ricominciare a fare mestiere del loro essere complici, affiliati, clienti, avvicinabili e, peggio, i superficiali».

Tutte le comparse della biografia di De Gennaro sono personaggi da racconto. E’, per esempio, uno scenario come ognuno se lo immagina l’ufficio “americano”. Foto di padre Pio compresa, vignetta autocaricaturale compresa: la scena della testa di cavallo sul letto, quella già vista nel celebre atto del Padrino al monento della “proposta che non si può rifiutare”. In quest’office lavorano i luogotenenti dell’Impero distaccati nella periferia d’Italia e – come un film, meglio di un film – gli agenti sono marcantoni hollywoodiani, come pure i capi, però più piccolini, perché infine sono quei furbissimi italo-americani meridionali che hanno trasferito l’abitudine di bere acqua dalle quartare di terracotta in quei bicchieroni in ceramica con il manico e l’aquila disegnata sopra. L’allegro capo degli anni d’oro della Drug Enforcement Administration, un giovane nonno con pince-nez, spavaldo pensionato ricco di storie che non ci vuole raccontare subito perché forse “sono altre storie”, celebra il suo amico Gianni come “il più americano dei poliziotti” e ce lo descrive riassumendo tutte le sue qualità di sbirro: «Non perde mai la calma, affronta tutto sapendo costruire immediatamente la scala delle priorità. Niente lo agita». La descrizione sconfina nella spiegazione del metodo: «La nostra è una lotta con un nemico avvantaggiato in troppe cose. Scende in guerra senza regole, al contrario di noi che, invece, dobbiamo fare tutto all’interno delle regole, la bravura dunque, la vera capacità del poliziotto sta solo in questo: abbassare la soglia delle regole per aggirare le trappole del nemico». La potenza di uno sbirro è nella virtù situazionista di portare al minimo le regole, rasentare il confine dove la faccia dei contendenti si confonde, dove il colpo è sempre uno scatto di sorpresa. E meno male che i ricordi chiusi “nello scrigno della memoria” (è un’espressione di Vincenzo Parisi adottata da De Gennaro), emergono anche schegge d’allegria. Quando per esempio, in Australia, con Francesco Cirillo in missione segretissima, tallonati al bar dell’albergo da un aborigeno molesto e ’mbriaco che gli chiedeva chi fossero e di quale affare s’occupassero, Cirillo disse: «Advocate» volendo dire «Avvocato». Il questore Cirillo, che con Sua Eccellenza ha un legame tribale e perciò antico, con questo spavaldo svarione nazionalpopolare ci si balocca: «La parola non esiste, adesso lo so anch’io, si dice “lawyer”, ma lui che l’inglese lo parla benissimo mi ci sfotte a sangue. Ormai mi chiama “advocate”».

L’altro episodio su cui ridere si ricollega al sodalizio ventennale con Giovanni Falcone. Al primo incarico non si capirono, ordinato di pedinare un pericoloso trafficante, Sua Eccellenza si appostò con macchina fotografica dietro a una pianta. Nella concitazione del frangente si dimenticò di far avanzare la pellicola e fece venti scatti tutti sovrapposti. Quando Falcone visionò il materiale, calò gli occhiali dal naso e disse: “Delle due l’una: o sei colluso o sei una testa di minchia”.

Dal Fuan a MicroMega
E meno male che da questa grande stanza di Sua Eccellenza il Signor Capo della Polizia planano le cose serie che hanno costruito la leggenda dell’investigatore, perché poi, al netto degli onori, sulla bilancia si aggiunge il peso delle perdite di tempo. Per esempio, qualche conflitto di competenza tra le altre parrocchie della forza pubblica. E magari le solite confusioni generate dalle umane debolezze chiamate “vanità” (si trova sempre un qualcuno lesto a spedire nel cielo di uno stadio un lacrimogeno). Nicola Cavaliere, il questore di Roma, che sembra quel tipo di delegato immaginato da Luigi Pirandello (magnifici baffi, squisita cortesia), fa un sospiro grande come un disappunto pensando a tutto il tempo che deve perdere il suo capo: «Verrà il tempo in cui finalmente, il Capo della Polizia farà solo il Capo della Polizia». Traduzione: «Verrà il tempo in cui ognuno avrà le rogne di sua strettissima competenza». E quelle sono sempre poltrone che saltano, teste da far zompare nel salto delle responsabilità, altro che guardie e ladri: solo e semplicemente cazzi amari della pubblica amministrazione. Gianni De Gennaro, che s’è letto le tecniche di don Arturo Bocchini (il fondatore dell’Ovra), erede di due signore scuole, quella di Vincenzo Parisi e, soprattutto, quella di Fernando Masone, è il poliziotto archetipo di una certa idea della forza pubblica – che poi è la solita: quella che acchiappa i banditi – ma è anche un personaggio inedito nella letteratura con la polvere da sparo dentro: altrimenti non ci si potrebbe spiegare la scaltrezza che gli è cresciuta dentro, quella che gli ha consentito di sopravvivere.

Leouca Bagarella, il più spietato dei killer (ancora oggi alla mobile di Palermo lo ricordano con raccapriccio) e Vittorio Mangano s’erano prefissati il compito di farlo fuori. Carta canta, è il 24 luglio 1993 e il “dottore De Gennaro” è nel mirino. La prosa è tutta del verbale: «Che sia venuto meno l’interesse di Cosa Nostra a perseguire l’obiettivo già prefissato in quanto quando la Commissione adotta una decisione importante è che questa venga eseguita. Per quanto concerne le modalità di esecuzione ognuno è libero, pur di raggiungere il risultato, di attuare ogni canale possibile indipendentemente dal fatto che altri vi stanno lavorando». Se fosse possibile costruire un flash back intorno a lui immaginandolo nel lampo di un istante, dallo schermo del cinema Italia sbucano quei ricordi di un romanzo nel quale gli altri possono immergere solo timide occhiate, mentre lui direttamente la pelle, perché intorno gli arrivano le voci di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Ninni Cassarà, Beppe Montana, Rocco Chinnici, tutti i morti del presentimento. In questo crucifige ci sono naturalmente anche gli scampati alla tempesta. Bruno Contrada, innanzitutto, il poliziotto condannato per mafia e sbattuto in galera “a causa di Caino”. Caino in questo caso dovrebbe essere proprio De Gennaro, così nel racconto delle cronache, quando alla giustizia si affiancò la mala giustizia, quando al veleno si aggiunse il veleno della delegittimazione, ma queste sono storie sempre bisognose di “pane, pacienza e tempo”. All’indomani del disastro di Genova, quando tanti chiedono la testa di Gianni De Gennaro, è proprio lo sbirro Contrada a dettare questo telegramma: «Nel frastuono di voci dissonanti, voglio che una sola si senta et sovrasti su tutte: quella della mia assoluta dedizione – passata presente futura – at Polizia Stato et suo Capo. Bruno Contrada dirigente generale P.S.».

Sua Eccellenza è tutto questo nell’incastro: sopravvissuto al tritolo, sopravvissuto alle pistolettate, il Signor Capo della Polizia – che ha scritto articoli per l’Unità, per Micromega, ma che certamente ebbe una sua vicinanza al Fuan al tempo degli studi – sopravvive alle insidie della politica. Come Giano bifronte, De Gennaro è contemporaneamente un uomo di destra con molti estimatori a sinistra (e molti nemici), un uomo di sinistra con molti estimatori a destra (e molti nemici). E’ riuscito a scampare sempre anche al “promoveatur ut amoveatur”. Lo volevano “prefetto di Palermo”. Con tutte le insidie del caso.

Ogni nuovo ministro che arriva al Viminale si propone la sua liquidazione, e non per difetto bensì per soggezione rispetto alla qualità della formazione, alla quantità delle informazioni, alla pesantezza di questa personalità che infine sfugge a qualsiasi controllo. Sua Eccellenza il Signor Capo della Polizia è dunque “inaffidabile”. Ma nel senso che non è affidabile per gli interessi degli uni e degli altri. Per dirla con un neologismo di Paolo Mieli, è un “terzista”, uno che non sta né qua né là, uno insomma (per dirla con la formula di Francesco Merlo), che deve dare “sani dispiaceri” a tutti. Signor Capo, Sua Eccellenza c’è diventato con la nomina del 26 maggio del 2000. C’era Giuliano Amato al governo, al Viminale c’era Enzo Bianco, all’opposizione l’attuale presidente del Consiglio: e fu un parto delicato scegliere lui, un parto bipartisan propriamente. «Servo le istituzioni, non le persone». Fu questo il suo lasciapassare nella visita alle sette chiese. E infatti non possono fare a meno di lui gli uni e gli altri. Gioca solo e non perde mai. Gioca per lo Stato. I ministri, ministri della “discrezione” solitamente, lo chiamano con tutti i tatti, tipo, “se non le dispiace”, “potrebbe”, “grazie”. De Gennaro, invece, risponde sempre con l’immediata esecuzione operativa: “Agli ordini!”. De Gennaro che alza la puntata nello scacchiere della trama italiana si sente “agli ordini del Signor Ministro”. E’ come il governatore della Banca d’Italia, ma quando si dice “chi controlla i controllori?” ebbene, la risposta è: lui.

Proprio lui che nel pieno delle tempeste – l’autunno del Corvo, ossia le accuse di aver fatto uso disinvolto dei pentiti – non ha mai fatto querele, facendo anzi tesoro del comandamento di Parisi: «Un funzionario dello Stato quando ha fatto il proprio dovere e ha la coscienza a posto non si costituisce neppure parte civile». Sua Eccellenza il Signor Capo della Polizia, infatti, non è chiacchierato, non è mascariato, ma, peggio, è temutissimo. Carlo Azeglio Ciampi si fida molto di lui («Da cattolico metto prima di ogni cosa il Padreterno, subito dopo il Capo dello Stato» ci dice). Luciano Violante adesso gli manda addosso Massimo Brutti, ma non può fare a meno di lui. Silvio Berlusconi l’ha digerito, Gianfranco Fini lo chiama “comandante”, Pierferdinando Casini lo adora, e l’ingrato Giancarlo Caselli, il magistrato che avrebbe voluto prenderselo al fianco fino in fondo, fino cioè al disastro del processo Andreotti, ormai dissemina di rancori e malignità la distanza che li separa. Non gli perdona sostanzialmente di aver a propria volta preso le distanze lui, quando appunto De Gennaro andò dritto da Giulio Andreotti per un atto di “deferenza” verso le istituzioni (e Andreotti, infatti, descrive con parole di stima e rispetto il De Gennaro indicato da altri, tra cui questo giornale, come il “signore dei pentiti”).

«Ho visto di tutto»
Sua Eccellenza sta sempre dove nessuno immagina che possa stare. Non assomiglia al Capitano Bellodi di Leonardo Sciascia, non è macerato da ingombri esistenziali, non se ne starebbe mai a contemplare “Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo» di Albrecht Dürer (a meno che non ci fosse un collegamento con un’indagine); non è neppure quel fumettazzo americano che gli hanno cucito addosso certi cronisti, non si fa prendere la mano dalla messa in scena di delitto e castigo, se c’è da farsi recuperare dalla Volante il motorino del figlio – pur sempre un motorino che gli è stato rubato – lo fa, ma va sempre oltre. Mettiamola così: è veramente potente. «Sa come mescolare l’acqua con l’olio» dice di lui un suo amico, e cioè X.X, l’ex capo dell’ufficio italiano della Drug Enforcement Administration. Enzo Bianco, che ha lavorato con lui da ministro degli Interni, si accende in un sorriso pensando a come De Gennaro fa vedere i sorci verdi a tutti. Indica una foto (sono ai piedi di un caccia bombardiere) dov’è in compagnia di Louis J. Freeh, leggendario comandante dell’Fbi e celebre superman in carne e ossa, e ci fa questa sintesi: «Gianni e lui, per dire, sono della stessa razza». Ed è un mondo dietro il mondo quello di Sua Eccellenza.
Vedere la vita attraverso i vetri di una Volante è come guardare al microscopio il macroaffanno delle faccende: quell’impasto di cacca e dignità che è l’esistenza civile dove il delinquere è il sottopassaggio dell’istinto, l’istinto di tutti. «Ho sempre chiare le distanze. Nella mia vita ho visto di tutto, perfino servitori dello Stato infedeli, magistrati felloni, politici piccoli piccoli» (Sua Eccellenza ha invece un ricordo entusiasta dei politici americani con i quali ha avuto occasioni di collaborazione). «Ho visto di tutto, non credo a quei colleghi che se la tirano tanto con discorsi tipo “io arresterei perfino mio figlio”. Ho visto troppo, ma ho tenuto sempre chiare le distanze. So bene che una persona, anche un criminale, può cambiare. Ognuno può non essere lo stesso di un anno prima, quello stesso uomo di un minuto prima. Nel bene come nel male. Posso perfino diventarci amico, seguire il suo percorso di trasformazione ma…». Ma? «… un infame resta un infame. Una volta mi trovavo al telefono entra un mio amico in stanza e allora mollo giù la cornetta. Senza cerimonie. Il mio amico mi dice “prego, continua pure la telefonata”. Io lo rassicuro, “non ti preoccupare, era solo un infame”. Naturalmente lui se ne meraviglia: “ma come, dai dell’infame a un pentito?”. Beh, un infame è un infame». Sempre chiare le distinzioni, chiara la strategia come quando ebbe tra le mani Giovanni Brusca per chiedergli conto infine, tanto per gradire, de “il patrimonio”. Giusto come garanzia di sincero e toccante pentimento. Fu questo un atto criticatissimo sul momento, ripreso anni dopo da tutti (cominciò Ottaviano Del Turco), come panacea alla dannazione velenosa del pentitismo.

Sua Eccellenza, che le proposte di andare a lavorare all’estero le ha avute tutte (comprese certe favoleggiate attenzioni da parte di Vladimir Putin – si dirà: «Il signore sì che se ne intende») accetta comunque le carte del proprio potere solitario. Affastellando il dover fare con i fastidi del ruolo – dichiarando a chiare lettere di «essere solo un servitore dello Stato», dichiarando di essere «pronto a dimettersi per indegnità qualora venisse provata una sola infedeltà nei confronti delle istituzioni» – siccome è uno che la prende a ridere, apparecchiando la serenità di una giornata si concede un rito canzonatorio. Gli chiedono: «Capo, come va?». E lui su questo motteggia, con Gianni Togni: «Guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’». L’oblò di Sua Eccellenza – in questa ampia ma essenziale stanza dove campeggia una stupenda tela raffigurante la Vergine, dove c’è il ritratto del Capo dello Stato ma anche la foto di Giovanni Paolo II – è un finestrone perennemente spalancato sulla fontana del Viminale, che accoglie tutta la brulicante metafora della gente che pensa ai fatti propri senza sapere di essere custodita, memorizzata, e anche guardata a vista. E’ una stanza dove lui torna sempre e da dove si assenta solo dopo essersi assicurata la presenza di Antonio Manganelli, il Vice Capo vicario, forse l’unico con cui si confida, un uomo ricalcato su se stesso e su quello stampo assai fondamentale in queste stanze e che è chiamato “sbirreria”.

Il vero Grande Fratello

E’ impressionante verificare come in realtà non ci sia nulla che sfugga all’occhio di Sua Eccellenza. E’ il vero Grande Fratello: una Panda bianca che se ne va, vista dallo schermo di una questura (ma anche un passante, uno che se ne va, o un altro che viene), se ne va con il suo bravo fiato sul collo (non si sa mai). E’ il vero custode del territorio sovrano, Sua Eccellenza. E niente sfugge al suo orecchio. Pasquale Squitieri che il physique du rôle per certe cose ce l’ha, al telefono ci dice: «E’ un figlio di puttana formidabile: quando gli dicono Fouché non sanno di fargli un complimento. E’ un grande poliziotto. Quello, stai sicuro che ce l’abbiamo addosso anche in questo momento. Ci sta ascoltando». L’orecchio, dunque. Tutti quegli intercalari gutturali, le vocali aperte delle parlate dei quartieri, i colpi di minchia registrati su chilometri di nastro. Essere Capo, infatti, comporta uno specialissimo compito: riuscire a contare tutti i peli del culo. Riuscire, cioè, a contarci dentro i più remoti respiri, i pensieri, i presagi, le strategie. Tutto ciò nel culo di chiunque, compreso quello del committente istituzionale, qualora all’interno dello stesso Stato ci fosse una traccia di infedeltà.

Sotto lo sguardo di Gianni De Gennaro, in più occasioni, nell’importante fetta di storia segnata dalla guerra alla Mafia, nel passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica, più d’uno ha avvertito il fremito di un imbarazzo (non si sa mai). Una volta, uno statista dal gusto dada glielo disse: «Gianni, al Capo della Polizia tocca il gioco più difficile: fare politica senza avere garanzie dalla politica». Soprattutto in materia di ordine pubblico.

Figlio di un magistrato della Corte dei Conti, figlio di una famiglia di avvocati e uomini di legge (nato più che bene, con una nonna che se ne partiva per la capitale – Napoli, naturalmente – per i soggiorni di mondanità), De Gennaro è giusto quel tipo che è cresciuto a Roma in una scuola di gesuiti, ma solo per collezionarne (per fortuna) un’infinità di provvedimenti disciplinari. Lui accoglie l’effervescenza dei ribelli. Da quella scuola una volta organizzò una fuga, una vera e propria evasione, trascinandosi dietro Luca Cordero di Montezemolo sotto il naso dell’allievo anziano Mario D’Urso. «Ero un ribelle» ricorda, ma lo ricorda a se stesso per meglio specchiarsi nel figlio, Giulio, il “no global” di casa. Padre e figlio si sono ritrovati a Genova durante il G8. Uno di qua, l’altro di là. Uno armato di telecamerina digitale per fare giornalismo antagonista; l’altro, appunto, a fare il Signor Capo della Polizia, armato di pedagogia: «Bisogna pur dare qualcosa se dopo c’è la necessità di proibire. Come nell’esecuzione dell’ordine pubblico così in casa». Non osiamo immaginare le discussioni: «Una guerra costruttiva, se così si può dire». L’altro figlio, Francesco, che è il maggiore, è invece un giovane brillante avvocato. Dice ancora il papà: «Si dice yuppie?» Sì, rende l’idea. Dura la vita del padre. E’ fatta di ansie mimetizzate nei sorrisi, di risate nascoste nei rimbrotti.

Cosa dovrebbe fare questo potente castigatore se dal figlio si sentisse dire: «Papà, andiamo in vacanza in Giamaica»? Cosa dovrebbe fare se poi il programma di viaggio gli venisse sfacciatamente spiegato meglio? «Pensa papà, un mare stupendo, il rhum, donne meravigliose…». Sua Eccellenza ci pensa, alza il sopracciglio e chiude il discorso (non senza ridere): «Ma che mi dici, macché donne: queste sono cose tue, io non ho più l’eta… io”.

Ma è un calabrisi di sostanza, De Gennaro: ha formato una signora famiglia come ce ne sono poche nell’Italia dei personaggi in vista. Niente chiacchiere e niente distintivi. La moglie, Carla, è una piemontese altolocata nello stile, una signora così chic da permettersi il lusso di andare al lavoro nell’anonimato di un autobus; i figli sono due ragazzi felicemente tagliati fuori dall’orgia del generone romano. Niente chiacchiere, niente distintivi. Niente mondanità. Come Signor Capo della Polizia, Gianni De Gennaro è tuttora un ribelle: «Tutto ciò che comincia con “lib” mi piace. Libertà, liberale, libertario, libertino. Magari “lib” come “libri” no, non posso proprio dire di praticarli i libri, ma la radice “lib” la prediligo su ogni cosa».

Lui – questo Carmelo Bene della Polizia di Stato – è fatto in modo tutto cinematografico. Cammina col passo elastico della sciabola: a memoria d’uomo gli si ricorda solo una botta di sciatalgia, risolta con due iniezioni peridurali – ma solo per consentirsi un volo in elicottero e non mancare al saluto ai congressisti del sindacato. Non ha un filo di grasso addosso, Sua Eccellenza il Signor Capo della Polizia: si piace ed è piacevole nei modi. E’ rigoroso nell’apparecchiare la sua apparizione ma si concede vantaggi mentali ad alto voltaggio: sparisce in quella zona del silenzio che è il suo carattere e poi fa il Capo. A suo tempo ebbe anche il fermacravatte, certamente in omaggio allo stile “commissario Merli”, ma adesso non più, perché adesso è lui lo stile: resta in camicia ondeggiando nei movimenti del rapace, nessuno potrebbe mai scambiarlo per un testimone di Geova, perché è un pezzo d’uomo dell’azione lui, un vero grugno con cui possibilmente non litigare, adocchiato e bramato dalle femmine.

«Proprio un bell’uomo»
Piace alle signore: Edwige Fenech, che è un monumento della femmina in quanto tale, produttrice de “L’Attentatuni”, una fiction scavata su un capitolo cruciale della biografia di De Gennaro (è lui che ha catturato gli assassini di Giovanni Falcone), se ne uscì rapita dal colloquio con questo poliziotto, colpita «dagli occhi viola». Carmen Llera, che è un monumento delle faccende intriganti, lo ricorda alla festa dei quarantott’anni di Francesco Rutelli, ricorda il passaparola sommerso delle donne: «Proprio un bell’uomo». Piace alle donne, il dottore De Gennaro – ma giura di non saperne. Ci scherza sopra: «Non me lo dicono mai che gli piaccio». Jole Santelli, sottosegratario alla Giustizia, gran bella anche lei, lo stima e gli vuole una gran bene perché, insomma, sono pur sempre due calabresi messi al Nord. E siccome tutto ha un senso, anche in contrappasso, in tutto questo turbinio di fascino è finita che l’unico fermo immagine, tipo mano nella mano, Gianni De Gennaro ce l’ha con Marcello Pera, il presidente del Senato con cui proprio la Santelli aveva creato un canale preferenziale facendoli incontrare. Mano nella mano a un ricevimento all’Ambasciata americana.

Nonostante la premessa, nonostante la vistosità del ruolo, De Gennaro è comunque fuori da ogni mondanità. Invitato, si limita a spedire fiori per tenersi alla larga dal balletto del chi c’è e chi c’era (scatenando irresistibili congetture). Si concede solo la compagnia dei butteri che incontra vicino casa (Sua Eccellenza ha una passione smodata per i cavalli, ha fatto rifare il maneggio di Villa Borghese per le sue “pattuglie ippomontate”. Il copyright è di Enzo Bianco), e ogni tanto va a farsi una cena con il suo amico Vittorio, il pastore sardo. Taglia per mare con la barca. Raggiunge la Capraia, s’arrampica in cima, dove c’è un ristorante che gli piace tanto. Cose così, gusti rasposi. Così come gli piacciono le automobili, vedi quel Duetto rosso che ancora pochi anni fa si teneva come un gioiello. Un bellissimo modello in effetti. Adesso se ne va in moto, in lungo e in largo come un velocista dal vago stile teppista, distanziando la scorta, perché Sua Eccellenza è pur sempre un ragazzo degli anni Sessanta. Sangue calabrisi, è una testa indurita nella cerca della solitudine. Si posiziona in un luogo, chiama al telefono i suoi, la sua famiglia, chiama quella famiglia allargata che è la sua Polizia e immancabilmente dice: «Dove stai?».

E’ propriamente attoriale. Lui non è Gianni De Gennaro che fa Sua Eccellenza. Lui è il Signor Capo della Polizia che fa Gianni De Gennaro.

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