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Kharim Aga Khan

Chissà per chi brilla ora il Begum Blu, il favoloso diamante a forma di cuore e color oltremare, che fu donato da Kharim alla moglie Sarah Frances Crocker-Poole e da lei messo all’asta presso Christie’s dopo il divorzio.

18 Novembre 2001 alle 00:00

Dal Foglio del 18 novembre 2001

Chissà per chi brilla ora il Begum Blu, il favoloso diamante a forma di cuore e color oltremare, che fu donato da Kharim alla moglie Sarah Frances Crocker-Poole e da lei messo all’asta presso Christie’s dopo il divorzio. Ora Kharim divide la vita con la bionda Inaara, che prima della non evitabile conversione si chiamava più prosaicamente Gabriele zu Leiningen, e che l’anno scorso ha dato alla luce il piccolo Mohamed. In luogo d’impossibili risposte, tornano alla mente vicende sentimentali del fiabesco passato della famiglia, che un destino bizzarro vuole sempre legata all’Italia. La nonna di Kharim era una morettina torinese, si chiamava Theresa Magliano e faceva la ballerina. Le sue gambe, il suo sguardo, dal palco dell’Opera di Montecarlo folgorarono Mohamed Sultan, quarantottesimo imam degli ismailiti e loro terzo Aga Khan. Un Moulin Rouge alla rovescia, dove l’étoile non s’innamora dello scrittore scapigliato ma di un maharaja musulmano. Il più speciale dei maharaja, il discendente del Profeta: quello che a ogni giubileo, seduto su una bilancia a forma di trono, riceve dai notabili riuniti a Bombay l’equivalente del proprio peso in oro. Dopo averla sposata, Mohamed Sultan prosegue il suo viaggio nella Belle Epoque, tra la Costa Azzurra e Parigi. Conosce Utrillo, Proust. Conosce un’altra soubrette, la slava Tamara Karsavina. Intanto, a Torino, il 17 giugno del 1911, Theresa dà alla luce Alì, che verrà svezzato nell’aria nordica della Normandia. Poi viene la Grande guerra, e le tensioni politiche – sia indù, sia islamiche – richiamano l’imam in India, dove Nehru e Gandhi lottano per l’indipendenza e i pellegrini di ritorno dalla Mecca s’infiammano d’ortodossia.

Storicamente legato ai britannici, amico di gioventù del figlio minore della regina Vittoria, con la quale ha preso più d’un tè, Mohamed accompagna il principe di Galles e lord Mountbatten in visita per le strade del subcontinente, tra folle ostili e desiderose d’autonomia. Nel 1923 lo raggiunge il figlioletto Alì, che fa conoscenza con i paterni appannaggi e hobby reali: cavalli da corsa, hockey, caccia allo sciacallo. Tre anni dopo Theresa muore di tibicì e il vedovo maharaja, pingue cinquantenne, con candida zazzera e occhiali a fondo di bottiglia per l’ipovedenza congenita, in una delle sue incursioni sulla Côte sposa Andrée Joséphine Caron, commessa in una pasticceria di Aix-les- Bains. Alì forse non è entusiasta della matrigna boulangère, ma si consola comprandosi un’Alfa blu, la sua prima spider, e fasciato in sari bianco fulmina Lady Margaret Wigham. Ma l’aristocratica appartiene a una famiglia che lo considera “negro” ed è disgustata all’idea di “nipotini mulatti” che scorrazzano sul prato. Alì ha maggiore fortuna con Lady Joan-Yarde Buller: per lui, che ormai è un celebre playboy d’Oriente, lei lascia il marito, un Guinness. Così il 17 dicembre del 1936, a sette mesi dal matrimonio, nasce Kharim. Ma la brillante vita sentimentale di Alì non termina certo in modo così tranquillo. Il pezzo forte deve ancora arrivare, e infatti il 17 maggio del 1949 ecco che “la donna più bella del mondo sposa l’uomo più ricco della terra”, come titolò il Corriere della Sera, forse esagerando un po’. Fu Orio Vergani, con furba nonchalance, a intrufolarsi nella villa detta Château de l’Horizon, ad Antibes, dove l’ingresso “est interdit” ai giornalisti e i notabili ismailiti portano in dono sacchetti di diamanti, maneggiandoli alla stregua di ceci.

La donna più bella del mondo è Margerita Cansino, figlia di danzatori di flamenco, attrice sotto il nome di Rita Hayworth. L’atomica hollywoodiana è scoppiata con “Gilda”, è fresca di separazione da Orson Welles. A impalmarla è Alì che vanta, come snocciola Vergani, vittorie in cento concorsi ippici internazionali, brevetto aereo, record in motoscafo. L’11 luglio del ’57 Mohamed si spegne nella sua villa sulle rive del lago di Ginevra. Tra i riti esoterici dei notabili di Bombay e quelli dei notai svizzeri, viene letto il testamento. Con qualche sorpresa, e saltando il passaggio dinastico, a diventare quarantanovesimo imam e quarto Aga Khan è il nipote Kharim, che ha solo vent’anni e sta studiando con profitto ad Harvard. Difficile dire quanto sia dispiaciuto ad Alì. Facile capire cosa l’abbia tradito, facendogli perdere i diritti di primogenitura: il vizio del gioco e la condotta dissipata, la poca propensione a servire la comunità come si addice a un vero leader. Forse la miglior biografia del padre di Kharim è racchiusa nel (fallimentare) film“Champagne Safari”, ispirato alla sua storia con Rita Hayworth. Fare l’imam degli ismailiti è invece un lavoro duro, occorrono doti personali, impegno e sobrietà. E qui finisce la storia di famiglia e inizia quella di Kharim, IV Aga Khan. Sulle prime, papà Alì gli dà una mano: il mancato imam allontana da sé ogni sospetto di frustrazione o peggio di ribellione e si prodiga per fare accettare la nomina di Kharim tra i fedeli in fermento e pronti alla protesta. Evita così una spaccatura dinastica, eterna grana musulmana che fu già all’origine della scissione tra sunniti e sciiti e che, da una costola di questi ultimi, generò proprio la setta degli ismailiti. Oggi minoritari nell’islam, sparsi nei cinque continenti, gli ismailiti hanno una storia lunga e a tratti fosca. Conosciuti anche come Fatimidi, in virtù dell’asserita discendenza dalla figlia del Profeta, attorno all’anno Mille furono i potenti califfi dell’Egitto. Giunsero fino a minacciare gli Abbasidi di Baghdad, ma la loro espansione si fermò tra Aleppo e le montagne della Persia. E fu qui che si trasformarono, qualche tempo dopo, nella terribile e leggendaria setta degli Assassini. Il castello di Alamut, in Persia, fu la prima roccaforte, un vero nido d’aquila. Oggi li chiameremmo fondamentalisti, i loro nemici principali erano i sovrani islamici. Si specializzarono negli omicidi di califfi e visir. Tentarono, e per poco non ci riuscirono, persino di uccidere il grande Saladino, che era curdo. Le imprese della setta, i cui sicari dediti all’hashish (da cui “hashishin”) erano fanatici votati a morte, sconfinano nel mito, nella leggenda del Vecchio della Montagna. Ci pensarono l’invasione mongola prima e i mamelucchi d’Egitto poi a debellarli, nel 1273.

L’ismailismo diventò così una semplice eresia minore, di scarsa rilevanza politica, dell’islam. E lo rimase fino al 1830, quando Aga Hassanaly Shah, il 46esimo imam degli ismailiti, si guadagnò il titolo onorifico di Aga Khan dallo scià di Persia. Nel 1843, il primo Aga Khan decise di stabilirsi in India. Più di cent’anni dopo, accompagnato il feretro del nonno nel mausoleo di Assuan, tra il Nilo e il deserto, dove il vecchio amava svernare, il 49 imam Kharim viene celebrato il 20 ottobre a Dar es-Salaam. Migliaia di ismailiti hanno il privilegio del “deedar”, la “visione diretta”. Kharim è, a suo modo, un uomo pratico e d’azione. Durante una vacanza, dal ponte d’uno yacht che lo scorrazza per il Mediterraneo, scruta approdi. Cerca la riservatezza che vale quanto il paradiso per una stirpe da sempre oggetto di leggende. La trova nella costa sarda che gli isolani chiamano “Valle dell’Inferno” e che Piovene descrive come “il nostro paesaggio più romantico, ma di un romanticismo vittorughiano o byroniano, di quello che suppone l’uomo seduto su uno scoglio eccitando a contatto della natura i suoi burrascosi pensieri”. Acquista una proprietà, ma presto si rende conto che per raggiungerla da Olbia ci vogliono ore di mulattiera tra i rovi. Decide d’investire nel turismo e di dotare d’infrastrutture l’area. D’ostacolo allo sviluppo è anche la fiera mentalità “ostile all’ospitalità commerciale”. Ancora Piovene: “Lo straniero era un ospite, cui si doveva offrire tutto ciò che si aveva, lo scarso pane ed il povero alloggio. Ma ripugnava offrirgli di più e di meglio ricevendo danaro in cambio”. Compra ettari su ettari da chi si porta dietro il nipote studente per contare i soldi e da chi quando gli offrono un miliardo risponde “ma quale miliardo, almeno settecento milioni voglio!”. Pochi rifiutano di vendere, solo Angelo Sanna, detto “ziu Agnuleddu”, resterà arroccato nella sua selvaggia isola di Culuccia, tra capre e cinghiali, fino alla recente morte, respingendo assegni in bianco. Kharim chiama a sé giardinieri, artigiani e architetti, come il francese Jacques Couelle, cui si deve l’hotel Cala di Volpe. Il 49 iman sarà un re Mida musulmano, capace di trasformare le pietraie in pietre preziosa, Polto Mannu in Porto Cervo e la Valle e’Infernu in Costa Smeralda. Navigando su legni che lo proteggono dalle curiosità dei rotocalchi, Kharim brucia discretamente e lentamente amori con Sylvia Casablancas, Patricia Rawlings, Shanaz di Persia e altre ereditiere tra cui Anouska von Meertz, baronessa che si rifiuta di convertirsi all’Islàm per sposarlo. Finché gli occhi si posano sull’indossatrice Sarah Crocker-Poole, divorziata nel ’67 da James Crichton Stuart, marchese di Bute, figlia di un colonnello del valoroso reggimento Lancieri del Bengala, nata a Delhi nel 1940 e cresciuta in India. Ne fa sparire tutte le foto in circolazione. Ottiene la sua conversione con relativa formula, la professione manifesta di fede: “Non esiste altro dio all’infuori di Iddio, Maometto è l’inviato di Iddio”. L’alìm della moschea di Parigi può suggellare l’unione. Sarah orientalizzata da un sari, Kharim col suo bel viso inglese, dove i tratti iranici dei discendenti che lasciarono la Persia per un grave dissidio con lo scià sono ormai stemperati in vari incroci con pallide beltà. Nascono Zarah nel ’70, Rahim nel ’71, Hussain nel ’74. Il suo primo giubileo d’imam, quello d’argento, viene celebrato nell’82, a Singapore. Kharim coglie l’occasione per mandare in pensione la pacchiana bilancia, adottata dall’avo Mohamed al suo arrivo in India, nel 1837, e la sostituisce con un meno vistoso e più pratico chèque. Sarah va cancellando la sua fama di femme fatale e fa ora soltanto la begum, come si chiamano, con un termine persiano che vuol dire principessa, le mogli degli imam. Del resto Kharim non brucia di passioni mondane. Si vede a volte all’ippodromo, ha ereditato una scuderia di purosangue e l’ha portata ai massimi livelli, con cinque allevamenti in Normandia e Irlanda. Osserva i risultati dei suoi quattrini messi in garresi, ma senza la passione del padre o del nonno. La sua vera passione son piuttosto le attività dell’imamato, che sono culturali ed economiche, ma sempre dominate da un sottile filo religioso.

Nella sua ormai pluridecennale carriera, l’Aga Khan ha costantemente e puntualmente enfatizzato la propria visione dell’islam come una fede spirituale, improntata alla compassione e alla tolleranza, alla dignità umana, essendo l’uomo la più nobile creatura di Allah. Ad esempio ha fondato l’università di Karachi, imperniata sulla medicina, dà il via a varie iniziative educative rivolte soprattutto alle donne tradizionalmente svantaggiate nella società musulmana. Avvia, nientemeno, una “crociata per l’educazione”. E poi banche, assicurazioni, progetti di sviluppo rurale per svariati miliardi all’anno, che senza essere riservati agli ismailiti cadono a pioggia nei paesi dove la comunità è sparsa, Afghanistan compreso. Un Development Network, una Rete, una al-Qaida del Bene, attraverso la quale l’imam, dalle sedi di Parigi e Ginevra e con frequenti viaggi, coadiuvato da un team tecnico, dipana il suo ruolo di guida, d’artefice di sviluppo, secondo la visione dell’uomoin cui il “batin”, lo spirito, dialoga col “zahir”, la materia. “Il collasso del comunismo ha mutato in Asia e in Africa tutti i parametri: politici, sociali, religiosi. Non posso restare inerte. Devo inventare risposte all’altezza dei tempi. E cosa direbbero le comunità se mi vedessero assorbito da attività che con i nuovi problemi del Terzo Mondo non hanno nulla a che fare?”, risponde a chi gli rimprovera d’essersi defilato rispetto agli affari di famiglia, che ha voluto ben separare dal Network. Con un patrimonio personale valutato da Forbes in migliaia di miliardi di lire, intimo degli Agnelli, chiamato His Highness da Queen Elizabeth, se non le frequentazioni, ha abbandonato, per così dire, le speculazioni. Un Imam, dopo tutto, ha problemi più urgenti. Vedi la migrazione in Canada della comunità ismailita perseguitata in Uganda dal feroce marabutto moderno Idi Amin Dada. L’Aga Khan’s Award for Architecture, pari a un miliardo, è oggi il più importanti del settore dopo il Pritzker Price, per progetti nei paesi musulmani, come la ristrutturazione della parte vecchia di Hebron, l’ospedale di Chopda Taluka in India, l’Art Center di Lahore in Pakistan. Il premio è stato assegnato l’ultima volta a un’opera che ben rappresenta la concezione dell’islam del IV Aga Khan: la moschea della Grande Assemblea Nazionale di Ankara. Firmata da Behruz Cinici, vuole essere luogo di laicismo innovatore ma non ateo, tempio del razionalismo delle linee, dove però c’è anche posto per una parete di vetro in direzione della Mecca che rivela un giardino di fontane e fiori da mille e una notte.

di Antonio Armano

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