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Zahir Shah

“Zendabad podshah”, lunga vita al re, gridavano i sudditi ogni volta che il monarca usciva dal palazzo di Kabul sul cavallo bianco per la solenne parata dell’Indipendenza, oppure modernamente a bordo della sua Cadillac modello imperiale del 1947. L’augurio non è rimasto inascoltato.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 17 giugno 2001

“Zendabad podshah”, lunga vita al re, gridavano i sudditi ogni volta che il monarca usciva dal palazzo di Kabul sul cavallo bianco per la solenne parata dell’Indipendenza, oppure modernamente a bordo della sua Cadillac modello imperiale del 1947. L’augurio non è rimasto inascoltato, e sua maestà Mohammad Zahir Shah al Mutawakkil al Allah (“colui che è nelle mani di Dio”), a 86 anni suonati è ancora in prima linea nelle tormentate cose del suo paese, l’Afghanistan, che segue dall’esilio di Roma. Sogna di pacificare la nazione, stremata da vent’anni di guerre, convocando una Loja Jirgha, l’antica e tradizionale Assemblea afghana che nei momenti di emergenza ha salvato la patria dal disastro. L’uomo che fu re di Kabul ha attraversato il Novecento con una storia personale drammatica e ricca di colpi di scena: dalla salita al trono in circostanze tragiche, dopo l’assassinio del padre, fino al golpe repubblicano che lo ha costretto a rimanere (lui spera non definitivamente) in Italia.

Nato nel 1914, Zahir studia a Parigi, dove il padre è ambasciatore. In Afghanistan sono tempi turbolenti e la monarchia Durrani viene esautorata da un fanatico musulmano di etnia tagika, Batcha e Saqao, letteralmente “il figlio del portatore d’acqua”, che si autoproclama re con il nome di Habibullah. Ma il padre di Zahir, Nadir Shah, ex capo di Stato maggiore, lascia la Francia per marciare su Kabul al comando di un agguerrito esercito. Batcha e Saqao viene prima impiccato assieme ai suoi fedelissimi e poi legato alla bocca di un cannone, che aprendo il fuoco fa in mille pezzi il suo corpo. Nadir Shah diventa re, cambia la vita anche per il giovane Zahir. “Tempi duri, durante i quali si passava la gente a fil di spada e le armi più moderne erano i fucili ad avancarica, da buttare dopo 300 colpi”.

A ricordare è Abdul Shukur. Figlio di un khan, i dignitari locali del passato, Abdul è quasi un coetaneo di re Zahir e ha fatto parte della sua guardia di palazzo. Tempi talmente duri che il futuro monarca assiste alla morte del padre, ucciso da uno studente durante la consegna di un premio scolastico. Così, l’8 novembre 1933, per il diciannovenne Zahir la vita cambia ancora. Sale sul trono, senza immaginare che sarà l’ultimo re dell’Afghanistan. La sua esperienza di governo è limitata a pochi mesi come assistente del ministro della Difesa. “La prima volta che l’ho visto era uno sbarbatello, ma nessuno osava rivolgergli la parola”, ricorda Shukur, allora cadetto. “Una volta all’anno il re pregava in pubblico nella moschea Idgah di Kabul. Facevo parte della guardia d’onore e mi passò davanti. Indossava una divisa verde militare. Era talmente giovane da non avere abbastanza barba”.

Catapultato sul trono, Zahir rimane per lungo tempo sotto l’opprimente tutela degli zii, che occupano la poltrona di capo del governo. Il giovane re ha solo compiti di rappresentanza, e vive agiatamente confinato nel palazzo di Arg, nel cuore di Kabul. Metà della residenza era stata costruita dagli inglesi, il resto l’avevano fatto architetti vagamente ispirati allo stile francese. Zahir si distrae seguendo il boskashi, una specie di polo afghano in versione cruenta, dove i cavalieri si contendono una pelle di montone e non mancano i colpi bassi. La leggenda vuole che un tempo si usasse, come trofeo da portare in meta, la testa di un nemico.

Con l’Italia Zahir ha un rapporto antico e affettuoso. Risale a prima della Seconda guerra mondiale, quando l’Afghanistan simpatizza per l’Asse in odio all’antico nemico britannico. Insegnanti, geometri e consiglieri militari, provenienti da Roma e Berlino, invadono il paese. Un colonnello tedesco riorganizza la polizia, mentre gli italiani forniscono equipaggiamento e addestramento all’aviazione reale. Scoppia la guerra in Europa, e da Kabul partono missioni di sabotaggio dei Servizi segreti nazisti verso l’India britannica. Gli Alleati cominciano a esercitare pressioni su Kabul, chiedono l’espulsione dei cittadini dell’Asse. Zahir Shah si impunta e non vuole consegnare italiani e tedeschi, che finirebbero rinchiusi in campi di prigionia. Come accade oggi con il super terrorista Osama bin Laden, che si nasconde in Afghanistan, anche allora l’ospite era sacro.

“Il re convocò una Loja Jirgha, che decise di esaudire i desideri britannici a patto che gli ospiti dell’Asse tornassero sani e salvi in patria” ricorda Zelmai Rassoul, medico personale e segretario del re afghano. Nel 1941, 206 tedeschi e italiani lasciano Kabul con un salvacondotto. Saranno le prime preoccupazioni della vita sul trono, ma Zahir Shah viene subito soprannominato dal popolo “il re calvo”. In compenso si fa crescere un paio di baffetti da sparviero, che ancora oggi gli garantiscono una certa regalità. Protagonista di vicende convulse, l’uomo ha sempre avuto un animo mite e nobile, a cominciare dalle esecuzioni capitali. Nell’Afghanistan di metà Novecento l’ordine di giustiziare il condannato dovrebbe essere firmato, in ultima istanza, dal sovrano. Per ogni caso di pena capitale Zahir chiama i familiari della vittima, cercando di strappare il perdono per il condannato. Se non ci riesce, lascia Kabul per un impegno dell’ultima ora e fa firmare l’esecuzione da qualcun altro.

Ufficialmente capo delle Forze armate di un paese guerriero, il re non è mai andato in battaglia, pur facendo incetta di medaglie. Viene decorato con l’ordine dell’Indipendenza, della Fedeltà, del Coraggio e del Gran Khan. Dopo la Seconda guerra mondiale l’Afghanistan si barcamena fra Est e Ovest, cercando di non scontentare né russi né americani. Di tutti i leader mondiali incontrati in quegli anni cruciali, Zahir Shah ricorda il fascino di due soltanto, il generale De Gaulle e il primo ministro cinese, Zhou Enlai. Intanto, nel 1953, diventa premier suo cugino Mohammed Daoud. Si conoscono da bambini, hanno studiato assieme a Parigi. Daoud ha anche sposato una sorella del re. Ma i contrasti sulla conduzione del paese iniziano presto e non mancano. Solo dieci anni dopo, però, Zahir Shah si smarcherà dai parenti, costringendo il cugino alle dimissioni e nominando un primo ministro che non fa parte della famiglia reale.

Col nuovo governo il re tenta il colpo d’ala, preparando una Costituzione ispirata agli ideali francesi, che ammorbidisce l’influsso dei precetti islamici sullo Stato. È la breve primavera di Kabul, con la sua iniziale libertà politica e d’espressione, anche se le leggi democratiche più importanti resteranno sempre ibernate. Nascono anche le prime cellule comuniste, soprattutto nell’università e nelle Forze armate, tra gli ufficiali che seguono corsi di addestramento a Mosca. Ma nulla fa in tempo a germogliare. Nel 1973 il re è in Europa per controlli medici. Durante una partita di pallavolo a Kabul si è ferito a un occhio e va a farsi curare a Londra. Già che c’è, dall’Inghilterra vola a Firenze per farsi controllare una vecchia frattura. Il cugino Daoud sa approfittare dell’occasione e prende il potere.

“Il 17 luglio, giorno del colpo di Stato, il re si trovava in barca, per una breve vacanza a Ischia”, racconta il suo fido segretario. “Si rese subito conto che se fosse tornato ci sarebbe stato un bagno di sangue”. Così accetta l’ospitalità italiana e prende dimora a Roma, nella speranza di tornare presto in patria. Ma cinque anni dopo il sogno si infrange. Daoud resta a sua volta vittima di un golpe comunista. Gli uomini di Mosca assediano il palazzo presidenziale, lo espugnano dopo una feroce battaglia e massacrano il presidente con tutta la famiglia, compresa la sorella di Zahir Shah. Il re è sconvolto, ma non può reagire. Si rassegna a mettere radici a Roma, si sistema in una villa con giardino all’Olgiata, certo non di lusso regale. Nella sua stanza ha una nicchia per la preghiera rivolta verso La Mecca. L’arredamento riproduce un po’ di Afghanistan grazie a tappeti e dipinti regalati da amici di corte.

Zahir ama le miniature, gioca a scacchi ed è appassionato di archeologia. Visita in lungo e in largo l’Italia, ne studia l’arte, si immerge nelle letture. Soprattutto la storia di Roma e i classici greci. Intanto i sovietici invadono l’Afghanistan e inizia la lotta partigiana dei mujaeddin. Il Fronte islamico nazionale, un gruppo della resistenza guidato da Sayyed Ahmad Gaylani, si dichiara filomonarchico. Gli altri comandanti però, tra cui il famoso Ahmad Shah Massoud, non vogliono ritrovarsi il re fra i piedi, una volta liberata Kabul. Roma diventa un viavai di diplomatici, si spera che l’ex monarca, considerato al di sopra della parti, favorisca la pace. Americani e russi lo tirano per la giacca, ma Zahir non rientrerà a Kabul neppure dopo la sconfitta di Mosca e l’ingresso nella capitale dei mujaeddin.

Lontano dai campi di battaglia, Zahir ha rischiato ugualmente di finire morto ammazzato. Siamo verso la fine dell’occupazione sovietica, un attentatore che si spaccia per giornalista portoghese ottiene di incontrarlo all’Olgiata. Durante l’intervista estrae il pugnale tradizionale afghano, colpendo al petto Zahir. La lama viene fermata dal portasigarette, nel taschino interno della giacca. Un secondo fendente lo colpisce alla nuca, mentre tenta di difendersi. Lo salva il fido cugino Abdul Walì, ex capo di Stato maggiore, che l’ha seguito nell’esilio e ha sposato la principessa Belquis, figlia di Zahir. Quando nell’Afghanistan senza pace compaiono i talebani, il re decide di dover rientrare in scena. Invia Walì in missione nell’area, poi un suo emissario viene assassinato mentre si reca a Kandahar per incontrare il mullah Omar, il misterioso leader guercio dei talebani.

L’idea di giocare ancora una volta la carta di Zahir Shah, buona per tutte le stagioni, stavolta viene all’Italia. Dallo scorso anno il re si è fatto promotore di un piano di pace che prevede la convocazione in Afghanistan di una Loja Jirgha con i rappresentanti di tutte le fazioni in lotta per arrivare a un governo di transizione e libere elezioni. I talebani non ne vogliono sentir parlare, ma la diaspora e l’opposizione armata sono entusiasti. A battersi con l’anziano re ora c’è il figlio più giovane, Mir Wais, che ha 44 anni e vive a Roma. Con gli altri quattro eredi maschi Zahir è stato sfortunato. Daoud, forse il più amato, ex pilota da combattimento, è morto cadendo accidentalmente da un balcone. Un figlio vive negli Stati Uniti e altri due, che stanno in Italia, non sono particolarmente amati negli ambienti della diaspora. All’alba del nuovo secolo, l’uomo che per quattro decadi del Novecento è stato re non vuole tornare sul trono. Oltre al sogno di pacificare la sua disgraziata nazione semplicemente spera, come ha confidato, “di trascorrere gli ultimi anni in Afghanistan e venir sepolto in patria”. 

In breve
È nato a Kabul nel 1914, ha studiato a Parigi. Suo padre, ex capo di Stato maggiore, diventa re in seguito a un colpo di Stato. Zahir sale al trono l’8 novembre 1933, a soli 19 anni. Nel 1963, nel clima del disgelo, trova la forza politica di imporre una svolta riformista al suo governo. Ma nel ’73 suo cugino Daoud, ex premier, lo depone con un golpe. Da allora Zahir vive in esilio a Roma. Da qui ha seguito, provando infinite mediazioni diplomatiche, prima l’invasione sovietica dell’Afghanistan, poi la guerra civile e ora la resistenza antitalebana.

Fausto Biloslavo, triestino, è stato reporter di guerra in Afghanistan, Africa, Medio Oriente e Balcani.
 

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