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Winston Churchill

8 gosto 1946. Winston è felice a Chartwell, per quanto si può esserlo quando il mondo va a rotoli. L’ho trovato nello studio le cui pareti sono interamente ricoperte dalle sue tele. Dopo avermi salutato, si è arrampicato su una poltrona posta su una specie di piattaforma e ha contemplato il quadro che stava dipingendo e che aveva messo all’estremo opposto della stanza. “Il deserto è troppo caldo”, ha detto scendendo da quel trono e aggiungendo un po’ di bianco con qualche pennellata decisa.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 29 settembre 2002

8 gosto 1946. Winston è felice a Chartwell, per quanto si può esserlo quando il mondo va a rotoli. L’ho trovato nello studio le cui pareti sono interamente ricoperte dalle sue tele. Dopo avermi salutato, si è arrampicato su una poltrona posta su una specie di piattaforma e ha contemplato il quadro che stava dipingendo e che aveva messo all’estremo opposto della stanza. “Il deserto è troppo caldo”, ha detto scendendo da quel trono e aggiungendo un po’ di bianco con qualche pennellata decisa. Gli ho detto che doveva aver molto da fare. “Sì, questo mi dà qualcosa da fare, è un’occupazione”. Ha fatto una pausa per esaminare ciò che aveva fatto. “E devo avere una occupazione. Elliott Roosevelt ha scritto un libro molto stupido: mi attacca”. Si è accostato al cavalletto e ha aggiunto altre due o tre rapide pennellate. “Non m’importa di ciò che dice”, ha aggiunto quasi distrattamente senza distogliere gli occhi dal quadro. “Non è un granché come cervello. Dice che per colpa mia l’invasione dell’Europa attraverso la Manica è stata rimandata di due anni”. Poi si è voltato verso di me. “Poco tempo fa ho chiesto a Monty se avremmo potuto invadere la Francia prima di quando lo abbiamo fatto. E mi ha risposto: ‘Sarebbe stata una pazzia. Non potevamo farcela senza i mezzi da sbarco’”.

Sembrava che Winston pensasse più al quadro che a Elliott Roosevelt. Era il vero Winston, magnanimo e per nulla disposto a lasciarsi turbare da un piccolo incidente. Ha trillato il telefono. Era Clemmie che ci chiamava a tavola. Si è messo un impermeabile sopra la tuta e ha disceso molto lentamente il pendio che conduce alla casa. Ho ammirato il bel paesaggio. “Dovrebbe vederlo quando c’è il sole sul Weald”. Si è fermato per prendere fiato. Gli ho chiesto della sua salute. “Due sere fa ho discusso con Randolph fino alle due. Ci siamo riscaldati. Lui urlava e io urlavo, e così mi sono accorto che qui le cose non vanno tanto bene”. Ha indicato il cuore. Gli ho chiesto se gli faceva male. Ha esitato. “No, ma mi accorgevo di avere un cuore; è stato, più in piccolo, come quando a Washington ho cercato di aprire la finestra. Ma se rispetto i miei limiti sto molto bene. Penso di poter fare ancora piani per qualche anno. Mi sento molto meglio di quando ero primo ministro". Non sembrava aspettarsi un mio commento.

Arrivato a casa, si è trascinato a fatica, un passo dopo l’altro, sino alla sua stanza da lavoro dove ha preso un libriccino chiedendomi se mi sarebbe piaciuto averlo. Ho visto il titolo standogli alle spalle: Secret Session by Winston Churchill. “È appena arrivato dall’America. Ne sono molto soddisfatto”. La segretaria gli ha parlato del piccolo Winston. “Perché lo chiama ‘piccolo’? Ha già sei anni”. Sono venuti ad avvertirci che il pranzo era servito. Eravamo soltanto noi tre. Winston ha parlato del futuro in toni pessimistici. “Crede che ci sarà un’altra guerra?”. “Sì”. “Intende dire tra dieci anni?”. “Prima. Sette o otto anni. E io non ci sarò piú”. Gli ho chiesto se sarebbe stata tra la Russia e i suoi satelliti da una parte e i paesi anglosassoni dall’altra. “Sì, e con Francia, Scandinavia, Belgio e Olanda dalla nostra parte”. Ho domandato come potrebbe l’Inghilterra, piccola com’è, prender parte a una guerra atomica. Ha detto: “Non dovremmo aspettare che la Russia sia pronta. Credo che ci vorranno ancora otto anni prima che abbia le bombe”. Il viso gli si è illuminato. “L’America sa che il 52 per cento dell’industria motoristica russa è a Mosca e che potrebbe essere annientato con una sola bomba. Ciò potrebbe implicare anche la distruzione di tre milioni di persone ma la cosa non li preoccupa”. Ha sorriso. “Sono più restii a spazzar via un edificio storico come il Cremlino”. Gli si era spento il sigaro e si è frugato in tasca alla ricerca di un fiammifero. “Il governo russo è come la Chiesa cattolica; i suoi sudditi non discutono le ragioni dell’autorità”. Ho fatto qualche allusione a Potsdam. “Ah”, ha detto con tristezza, “è stato allora che è arrivata la mazzata”. È rimasto zitto per un po’ e ha poi osservato, quasi tra sé: “È stata una vera mazzata”. Infine si è alzato da tavola. “Vediamo se ci sono novità”, ha detto avviandosi verso la sua segreteria.

24 ottobre 1946
Convocato a Hyde Park Gate. Winston ha la testa piena del suo discorso ai Comuni sulla minaccia dell’esercito russo che non è stato smobilitato. Winston: “La situazione è grave”. Moran: “Vuol dire che potrebbe esserci guerra tra due o tre anni?”. Winston: “Forse anche prima, forse questo stesso inverno. Nei paesi occupati loro hanno due milioni e mezzo di uomini e noi soltanto dodici divisioni. Potrebbero arrivare all’Atlantico in poche settimane, praticamente senza incontrare resistenza. Hanno magazzini d’armi dappertutto. I più preoccupati sono gli svizzeri. Soltanto la bomba atomica può frenare i russi. E stanno già preparando i razzi da lanciare contro di noi quando arriveranno alla costa”. Moran: “Dubito che ci sarà una guerra”. Winston: “Non lo credo neanch’io”. Moran: “In ogni modo la coscrizione obbligatoria non è la miglior risposta a questa minaccia; se vogliamo essere forti, dobbiamo piuttosto mobilitare gli scienziati”. Winston: “Abbiamo bisogno di uomini”.

Stavo per parlargli della scarsità di matricole nelle facoltà scientifiche durante la guerra, ma mi sono accorto che l’argomento aveva cessato d’interessarlo. Vuole che gli altri lo ascoltino senza discutere. Non ha imparato niente dalle elezioni. Ho trovato Clemmie in camera sua. Mi ha detto che Camrose insiste perché Winston vada avanti con le sue memorie. Bisogna che siano pronte per il Natale del 1947; dopo varrebbero molto meno. Molti professori di Oxford hanno accettato di collaborare con lui. Secondo lei, il libro sarebbe una buona cosa; gli impedirebbe se non altro di vagabondare per il continente a far collezione di lauree ad honorem.

30 novembre 1946
Il giorno di Sant’Andrea a Eton è spesso una festa freddissima. Questa volta gli Interni e gli Esterni che hanno partecipato alla partita erano, come al solito, talmente incrostati di fango dalla testa ai piedi che era difficile distinguere uno dall’altro. Per gli spettatori neutrali è stato un incontro mediocre; per parecchi minuti consecutivi i forzuti ci hanno dato dentro agitandosi all’impazzata come uno sciame di larve quando sposta una pietra; ogni tanto da questa mischia fremente e fumante sbucava strisciando a quattro zampe una figura tutta sporca ma, come spaventata dalla luce, si affrettava a riabbassare la testa. Erano presenti Claude Elliott in cilindro e stivali di gomma e i Lawrence appena tornati da Norimberga. Quando le ho detto che quella sera saremmo andati alla festa per il settantaduesimo compleanno di Winston, la signora Lawrence si è illuminata in viso e ha commentato: “Vi invidio”.

Alla festa per il compleanno di Winston eravamo in quindici. Eravamo stati convocati per le otto e un quarto ma, secondo le abitudini della casa, quando è stato annunciato il pranzo dovevano essere quasi le nove. Brendan ha fatto un brindisi alla salute del festeggiato. Ha parlato in toni iperbolici e ha continuato per un pezzo a ripetere la stessa cosa. Quando si è alzato per rispondere, Winston era molto commosso; c’era una grossa lacrima appostata sotto il suo occhio sinistro. La sua commozione è sempre abbastanza superficiale, ma non è mai artefatta. Ha detto con molta semplicità che per lui era un grande conforto avere attorno alla fine del suo viaggio le persone di cui gli importava. Poi ha esclamato: “Ma noi siamo il passato e il passato è morto. L’avvenire è Mary”.

Ha continuato annunciando molto rapidamente l’imminente matrimonio della figlia e si è di nuovo seduto: era al massimo della sua affettuosità. Mary ha detto che sperava di fondare con Christopher un’altra casa inglese, e ha parlato del suo debito verso la propria casa, che eserciterà sempre sulla sua vita una grandissima influenza. Ritiratesi le signore, Brendan ha cominciato a denigrare Smuts. Winston ha ribattuto: “La mia fede in Smuts è incrollabile. È veramente un grande uomo”. Più tardi, quando qualcuno ha alluso al suo libro, Winston ha detto: “Mi piacerebbe mettere per iscritto, senza malizia e senza vanità, ciò che è accaduto”. È entrato il maggiordomo e gli ha chiesto se poteva preparare il tavolino per Harry Green, un attore i cui esperimenti di trasmissione del pensiero avevano molto affascinato Winston. Sono andato con Harry Green in un’altra stanza, dove mi ha dato una matita e un foglio chiedendomi di scrivere una frase. Poi se n’è andato. Ho scritto: “Scriverò un altro libro?”, e ho ripiegato parecchie volte il foglio. Quando è rientrato, me lo ha preso e, senza svolgerlo, me lo ha accostato alla fronte ripetendo ciò che avevo scritto. Anche Winston si è ritirato per scrivere: “Andrò a Chicago in Primavera?” ed è rimasto sbalordito quando se l’è sentito ripetere da Green. Poi è toccato a Leslie Rowan che ha chiesto: “Saremo in guerra con la Russia entro dieci anni?”. Questa volta Green non soltanto ha riferito esattamente le sue parole, ma ha aggiunto un “no”. Al che Winston ha osservato di essere stato molto impressionato dal fatto che Green avesse ripetuto esattamente le parole di Leslie, ma non dalle sue teorie su una futura guerra con la Russia.

Per lui è più facile accettare la magia che il fatto che un mago abbia diritto ad avere opinioni personali, come se non potesse neppure concepire di concedere tale diritto alle persone comuni.

di Lord Moran (“Churchill: un duro a morire”. Mondadori)  

In breve
Nacque nel 1882. Durante la Prima guerra mondiale, medico in trincea, annotò in un diario gli stati e le disposizioni d’animo dei soldati. Dal diario avrebbe tratto un libro intitolato “Anatomia del coraggio”. Nel 1940 fu scelto come medico personale da Winston Churchill. Per seguire lo statista all’estero perse tutta la clientela. Si dedicò tutto all’illustre paziente. Nel 1943 fu creato Lord Moran of Manton. Tenne un diario del comportamento del suo paziente, non più sorretto da un’ottima salute. Quando nel 1966, dopo la morte di Churchill, lo pubblicò non mancarono le accuse di indelicatezza e cinismo. È morto nel 1977.    

 
 

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