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Winston Churchill

Una volta che domandai a uno dei suoi più vecchi amici inglesi se Churchill non avesse tratto anche qualche piacere dalla guerra, quegli ridendo esclamò: “Winston? He enjoys the war every day!”. Ciò dipende in parte dal fatto che in gioventù egli è stato militare, e anzi in fondo al cuore è rimasto tale, mentre Roosevelt in gioventù era uno sportman e a partire dai quarant’anni non avrebbe potuto difendersi se qualcuno lo avesse assalito, mentre ancora oggi nessuno oserebbe aggredire il settantaduenne Churchill.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 28 ottobre 2001

Una volta che domandai a uno dei suoi più vecchi amici inglesi se Churchill non avesse tratto anche qualche piacere dalla guerra, quegli ridendo esclamò: “Winston? He enjoys the war every day!”. Ciò dipende in parte dal fatto che in gioventù egli è stato militare, e anzi in fondo al cuore è rimasto tale, mentre Roosevelt in gioventù era uno sportman e a partire dai quarant’anni non avrebbe potuto difendersi se qualcuno lo avesse assalito, mentre ancora oggi nessuno oserebbe aggredire il settantaduenne Churchill. In parte ciò dipende dalla impossibilità in cui egli si trovava di prendere decisioni durante la Prima guerra, e dal lungo periodo di attesa, privo di ogni potere, avanti la Seconda. Si può riconoscere questo svolgimento nei tratti del suo viso, passati da quelli di un bellissimo giovane alla caricatura di un bulldog.

Quando per la prima volta vidi Churchill, allora cinquantenne, stava alla parete nell’atteggiamento di un bambino, con le mani dietro la schiena, quasi impacciato e in ogni caso modesto. E per tutta la colazione non volle dominare la compagnia, accontentandosi di osservare, sebbene poco ci fosse di invitante. Gli domandai come fosse possibile che gli inglesi trattassero così male Lloyd George che li aveva salvati in guerra. “Da me”, mi rispose con voce sommessa ma decisa, “da me lei non sentirà una parola contro di lui”. Quanto egli sia geniale lo si vede nel fatto che, accanto a Trotzkij, è rimasto l’unico grande scrittore fra gli uomini d’azione della nostra epoca. Fu appunto l’artista in lui che lo sollevò sopra il livello dell’uomo politico inglese e che nello stesso tempo rese diffidente verso di lui quella nazione tanto fredda. Fu l’artista in lui che lo sollevò sopra Roosevelt, sebbene continuasse a mantenersi in seconda linea, dietro a lui. Durante tutti quegli anni eccitanti e di portata storica Roosevelt lo chiamava “Winston”, mentre egli continuava a chiamarlo imperturbabilmente “Mr. President”.

L’amicizia e la gelosia di questi due uomini contiene un dramma, che non è né tragico né comico, ma nettamente tragicomico… Che Churchill si sentisse superiore è cosa certa ed è giustificato. Egli possedeva tutto il sapere e le capacità che mancavano all’altro. Persino in popolarità il britannico era superiore all’americano durante la guerra. Gli uni andarono a prendere il loro capo all’ultimo momento e lo congedarono al primo, dopo cinque anni esatti, e gli altri dovettero sopportare il loro per dodici anni, pur essendo per natura più desiderosi di novità e più rapidi ad annoiarsi di una persona, come dimostra il loro frequente mutar di casa, di mestiere e di moglie. A tutto questo si aggiungeva il grandioso dono di Churchill come oratore popolare, grazie al quale tenne in piedi per due anni la nazione quasi abbandonata. Mentre Roosevelt diceva “my friends” e si sforzava di parlare come un fratello, Churchill parlava sempre come il capo eletto e da grande stilista si affaticava su ogni frase. Quando una volta dal Canada fece diffondere la voce che aveva pescato tutto il giorno, in realtà aveva preparato per tutto il giorno un discorso.

In Inghilterra infatti bisogna sempre darsi l’aria di improvvisare le cose migliori; in America invece preferiscono calcolare quanto viene a costare all’ora un lavoro, anche se si tratta di un discorso. Durante la guerra gli inglesi, quando accendevano la radio per ascoltare Churchill si aspettavano incoraggiamento e speranza; gli americani, che intanto non avevano nulla da temere, temevano sempre nuove richieste a favore di un amico, che era anche parente, ma che metà della nazione guardava con un certo scetticismo. Ancora nel ’41, a Hollywood ho visto un producer rifiutare la bottiglia di whiskey scozzese che gli veniva offerta “perché io non accetto più merci britanniche”. Siccome io ero ospite del paese, non potei metterlo alla porta e perciò mi misi a ridere e gli domandai se il whiskey del Texas non sapeva un po’ di fumo.

Quali difficoltà incontrasse è dimostrato dal suo congedo immediatamente dopo la sua vittoria. Churchill, dopo aver studiato per decenni il suo popolo, doveva sapere di essere venerato unicamente come un salvatore nel momento del bisogno, ma di non essere accettato come figura né dai poveri né dai ricchi. Roosevelt era pienamente americano, scostandosi dalla regola soltanto per il suo atteggiamento verso il denaro, aveva agli occhi del popolo il vantaggio che proviene all’aristocratico dalla rinuncia al denaro. Invece Churchill, rimasto per tutta la vita il discendente della più alta nobiltà, ligio alle sue forme e partecipe del suo    senso per il denaro, non poteva a meno di riempire di istintiva diffidenza sia il popolo inglese, tanto più socialista, sia la nobiltà che vedeva in lui un transfuga. Che situazione grottesca per un uomo di Stato che non aveva nulla del rivoluzionario e che si appoggiava completamente alle virtù militari dei suoi antenati!

Churchill era nato per essere dittatore e non per caso s’era rivolto dapprima ai liberali che in seguito lasciò facendo poi per dieci anni la corte a Mussolini, sino al 1938. Tuttavia se l’intendeva con Stalin molto meno bene che Roosevelt. La serenità dell’americano e il suo modo di fare aperto, sorpresero il cupo Stalin a tal punto che gli credette. La prima volta che gli strinse la mano, Stalin vide in Roosevelt l’uomo che dopo sedici anni di distacco aveva fatto la pace coi Soviet e aveva dato al mondo un segnale di riconciliazione; per contro, in Churchill, Stalin vedeva l’uomo che aveva diretto la lotta contro i primi Soviet e aveva voluto annientarli perché odiava il sistema, ma soprattutto perché nell’intimo rimaneva estraneo al popolo.

Churchill ha studiato molto, Stalin ha arraffato tutto quello che poteva e Roosevelt pochissimo. Una conversazione fuori della politica e tutt’al più della navigazione di cui Roosevelt s’intendeva, era pressoché impossibile fra quei due uomini. Sino a che punto egli fosse un puro gentleman e tuttavia sapesse liberarsi dai pregiudizi della società, si rivelò in maniera particolarmente bella allorché difese re Edoardo, unico di tutta la sua cerchia, intuendo che si trattava di un altro gentleman contro cui si accaniva la società che alla fine riuscì a detronizzarlo. Che meraviglia che l’operaio che lavorava e moriva durante la guerra intuisse e rifiutasse gli antiquati ideali del suo ministro? A Mosca si faceva accogliere dai proletari che gli occorrevano, ma poco tempo prima c’erano state le brillanti nozze di un certo principe in un castello inglese. E Churchill vestito semplicemente, ma adornato di alcuni emblemi della tradizione aulica vi era intervenuto e nel parco estivo s’era accostato al giovane Masaryk (che me l’ha raccontato), dicendogli “letteralmente con le lagrime agli occhi”, (perché a volte si commoveva, distinguendosi anche in questo da Roosevelt): “E ora pensi, questa è l’ultima volta! Tutto questo bel mondo e tutta questa forma scompaiono!”.

Il suo mondo si sommerge, proprio come egli aveva intuito durante quella festa di corte, mentre il mondo di Roosevelt sarebbe in ascesa s’egli fosse vivo. C’è da domandarsi soltanto quando sarà decisa questa lotta, non come si deciderà. La socializzazione dell’Inghilterra è cominciata sotto l’aristocratico Churchill e l’imperialismo della Russia sotto il proletario Stalin. Questo è lo humour della Storia.

di Emil Ludwig (“50 ritratti”, Sperling & Kupfer)  

In breve
Nacque a Breslavia, ora in Polonia, nel 1881 con il cognome Chon. Studiò legge, ma preferì la carriera di scrittore, esordendo giovanissimo come romanziere. Nel 1906 si trasferì in Svizzera. Seguirà la Prima guerra mondiale come corrispondente del Berliner Tageblatt da Vienna e Istanbul. Negli anni Venti le sue biografie di personaggi come Goethe, Bismarck, Napoleone gli procurarono un crescente successo di pubblico. Ma fu soprattutto l’intervista a Stalin realizzata nel 1931 a dargli fama internazionale. Nel 1932 prese la cittadinanza elvetica, nel 1940 emigrò negli Stati Uniti. Tornò in Svizzera dopo la guerra. Morì ad Ascona nel 1948.

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