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Walid Jumblatt

Il castello di Muqtara non è propriamente un castello. I libanesi dello Chuff lo chiamano così un po’ per vantarsene e perché da secoli ci abitano i feudatari del luogo, che sarebbero i Jumblatt. Ha un aspetto molto orientale con le colonnine, le bifore, le musharabiye, cioè quelle finestre rivestite di preziosi graticci dietro i quali occhieggiavano le donne, i cortili con le fontane tutte piastrellate a colori, i giardini curatissimi.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 9 dicembre 2001

Il castello di Muqtara non è propriamente un castello. I libanesi dello Chuff lo chiamano così un po’ per vantarsene e perché da secoli ci abitano i feudatari del luogo, che sarebbero i Jumblatt. Ha un aspetto molto orientale con le colonnine, le bifore, le musharabiye, cioè quelle finestre rivestite di preziosi graticci dietro i quali occhieggiavano le donne, i cortili con le fontane tutte piastrellate a colori, i giardini curatissimi. Avesse un altro temperamento, Walid bey potrebbe godersi quella quiete sontuosa. Invece non se l’è mai veramente goduta, preso come era a guerreggiare alla testa dei suoi miliziani drusi e, nei momenti di tregua, a fare politica, viaggiare, corteggiare le signorine. In lingua curda Jumblatt vuol dire “anima di acciaio”, nel senso di stirpe coraggiosa. E difatti Walid di coraggio ha dimostrato di averne. Tanto quanto quella qualità essenziale dei drusi che viene chiamata “taqiya” ed è l’arte di dissimulare.

Per evitare fastidi, persecuzioni, distruzioni, tagli della testa, i drusi si dicevano musulmani sunniti con i sunniti, musulmani sciiti con gli sciiti, cristiani con i cristiani, ebrei con gli ebrei pur non essendo nessuna di quelle cose. La loro religione è iniziatica, esoterica, fondata su principi descritti nei libri che soltanto i saggi possono leggere. Esclude il proselitismo e proibisce le conversioni: “La tenda è abbassata, la porta chiusa, l’inchiostro secco, la penna spezzata”. Secondo i fedeli del Corano si tratta di un’eresia. Walid comunque è un laico. La fede drusa batte sulla metempsicosi e suo padre Kamal ci credeva, pur essendo fondatore del Partito socialista progressista del Libano, e la spiegava così: “Dopo la morte l’anima del defunto si installa immediatamente in un bimbo che sta per nascere. Penetra nella carne grazie al Soffio e nell’istante in cui il neonato incomincia a respirare l’anima prende dimora in lui”.

Forse Walid non ci crede. Anche in questo somiglia poco al padre. Beve e fuma, va a donne, ha avuto due mogli e una quantità di amanti. Il druso modello dovrebbe astenersi dal peccare in maniera così indegna. Durante una di quelle inutili conferenze degli anni 80 per mettere fine in Libano alla lotta fra cristiani maroniti e musulmani, mentre i signori della guerra discutevano intorno al tavolo di un hotel di Ginevra, e mancava Walid, e tutti lo cercavano, lui stava nella sua suite a leggersi Playboy. Alla religione degli antenati porta rispetto, ci mancherebbe visto che guida un popolo di stretti praticanti. I vecchi drusi indossano ancora pantaloni enormi a sbuffo, con tasche davanti e dietro, nel caso che Dio reincarnato dovesse nascere all’improvviso attraverso un maschio, non si sa mai, e rischiasse di fratturarsi cadendo a terra: le tasche sono lì pronte ad accoglierlo. Walid invece sembra pensare che Dio non può nascere da uno come lui: veste jeans, giubbotti di cuoio, stivaletti neri, va in motocicletta sulle mulattiere dello Chuff e contro la tradizione fra le mogli include una non-drusa (anche fra le amanti: una è stata la vispa narratrice spagnola Carmen Llera vedova Moravia, che ne ha raccontato gli ardori).

Gli piace vivere. Durante l’assedio israeliano di Beirut, nel 1982, i giornalisti stranieri si dividevano fra l’albergo Commodore di proprietà di un palestinese e il Cavalier di proprietà dei Jumblatt. Anch’egli assediato in città e tagliato fuori dalle sue montagne, al bell’appartamento sul lungomare Walid preferiva l’albergo, perché più sicuro: gli israeliani evitavano di bombardare posti frequentati dalla stampa estera. Difeso da miliziani armati, corteggiava le inviate e in particolare una bella fotografa parigina che si era incapricciata dei baffetti e degli occhi sporgenti del bey. Il ristorante era gestito da un artista italiano di pianobar che le circostanze belliche avevano trasformato in taverniere. Walid andava matto per le sue amatriciane, beveva dei Chianti intorbiditi dalla calura e dall’età, era diventato amico di tutti offrendo la protezione gratuita dei guerriglieri drusi. Era forse il solo a divertirsi in quelle settimane. A volte appariva nella hall dell’albergo con i baffetti leggermente incipriati di bianco. Escluso che fosse cocaina, non poteva essere che la traccia di un incontro amoroso furtivo. Nessuno pensi però che questo instancabile cinquantaduenne abbia passato il tempo a folleggiare.

Certo non si è risparmiato, né all’Università americana di Beirut, dove ha fatto gli studi, né a Londra e a Parigi, dove li ha completati. Ha dovuto raccogliere presto l’eredità del padre. Un destino malvagio si accanisce contro i Jumblatt dal 1600 più o meno, quando il clan si trasferisce da Aleppo alle alture che sovrastano Beirut, chiamato dall’emiro Fakreddin, grande signore druso e uomo illuminato che ha trascorso lunghi periodi a Firenze, amico dei Medici dai quali ottiene armi, patti commerciali e architetti che progettano il palazzo di Muqtara e giardini “all’italiana” che decorano di sculture e mosaici. La storia della famiglia è uno stare mai fermi, un intreccio di combattimenti con clan antagonisti e di intrighi, di tradimenti, di uso smodato della taquiya, di giri di valzer con i maroniti, un giorno abbracciati e un altro massacrati.

Nel 1825, per dire, lo sceicco Bachir Jumblatt sfida l’emiro maronita e ne esce una serie di stragi conclusa con Bachir impiccato in piazza. Said, figlio di Bachir, muore in una prigione maronita per avere tentato di ristabilire il potere dei Jumblatt. Nassib figlio di Said ottiene dagli ottomani il titolo di pascià dello Chuff, titolo perso e poi riacquistato dal bisnonno di Walid alla fine della Prima guerra mondiale. Il nonno Fuad diventa il capo incontestato della montagna libanese, sia dei drusi sia dei cristiani. Assassinato nel 1921 dal sicario del clan rivale, il potere passa alla nonna Nazira, femmina con gli attributi che tiene la montagna drusa lontana dai conflitti tribali. Kamal Jumblatt compie quattro anni il giorno che gli uccidono il padre e cresce in un clima di insicurezza e di paura. Ma dopo l’indipendenza del Libano, nel 1943, emerge come figura carismatica e si dà alla politica.

Da giovane ha visitato i santoni dell’India, ne ha riportato un senso di spiritualità che cerca di unire al radicalismo politico. Riesce a esercitare il ruolo di ricco signore feudale assieme a quelli di guida religiosa e leader della sinistra. Quante di queste qualità siano passate a Walid è difficile dire. I consumi non pare gli dispiacciano ma come politico tenta di emulare il genitore del quale ha raccolto l’eredità. E l’ha raccolta perché come il nonno, il bisnonno e gli altri anche Kamal sarà assassinato, ultimo della lunga catena. Ci pensa la Siria a farlo tacere. Kamal si oppone alla straripante influenza siriana in Libano e alla testa dei drusi minaccia il loro esercito di occupazione. Poiché i montanari drusi sono combattenti impavidi, Hafez Assad taglia corto, e lo fa ammazzare. Siamo nel marzo del 1977. Trascorsi i 40 giorni del lutto, l’orfano Walid viene invitato a Damasco dove Assad lo tratta come un re, onori militari, tappeto rosso, banchetti di lusso.

Nell’ultimo colloquio sono seduti uno di fronte all’altro. “Ma come assomigli a tuo padre” gli dice. “Stessa faccia, stesso sguardo”. Poi gli indica una poltrona: “Il povero Kamal, Allah lo abbia in gloria, amava sedere sempre lì”. Walid interpreta il linguaggio cifrato. Rientra al castello di Muqtara alleato della Siria. A chi gli chiede il perché di quel delitto, senza arrossire risponde: “Mio padre era stato mal consigliato”. Sistemato per il momento questo problema, il giovanotto deve affrontare la vita pubblica. Gli mancano il carisma e l’esperienza del padre, i drusi lo guardano come un estraneo, i clan non riconoscono la sua autorità e i religiosi lo considerano peccatore incallito. Tutto in salita. Fortunatamente (per lui) scoppia l’ostilità fra cristiani e palestinesi, arrivano le armate israeliane di Sharon con le quali tenta di accordarsi senza per questo volgere le spalle agli amici siriani: ottimo esempio di taqiya. In Israele vivono circa centomila drusi, cittadini a pieno titolo, tanto che sono chiamati a compiere il servizio militare. Walid spera dunque di ricevere da Gerusalemme un trattamento di favore e ottenere il riconoscimento dell’autonomia dello Chuff. Resta deluso quando Sharon apre le vie della montagna ai miliziani maroniti. Una guerra nella guerra divampa fra boschi e dirupi. Sostenuti dai siriani, i drusi distruggono una sessantina di villaggi, respingono le milizie e con esse i cinquantamila contadini cristiani che vi abitano da secoli, dopo averne ucciso un migliaio. (Dettaglio tipico mediorientale: a pace conclusa, Walid sarà nominato ministro dei Rifugiati, divenuti tali per opera sua).

In Libano sono faccende che non passano impunite. Dopo i massacri un ordigno esplode al passaggio dell’auto blindata di Walid, uccide i guardaspalle e ferisce la moglie. Saranno stati i cristiani? Passano settimane e mentre sale verso Muqtara raffiche di mitraglietta crivellano la sua vettura ma lo lasciano illeso, portando al Creatore tre guardie del corpo. Saranno stati i siriani? La domanda è legittima, perché i rapporti fra Jumblatt e Assad incominciano a incrinarsi. Si spezzeranno del tutto il giorno successivo alla scomparsa del dittatore. Dopo quasi vent’anni di sottomissione Walid dà inizio alle grandi manovre. A Damasco sono appena terminati i funerali del dittatore, il giovane Bashar Assad si è appena insediato a palazzo e con un tempismo apprezzabile il druso incontra segretamente Sua Beatitudine il cardinale Sfeir, patriarca maronita del Libano, odiatissimo dai drusi, che non ha mai avuto simpatie per la Siria. Si riconcilia con i leader cristiani con i quali ha combattuto ferocemente. Prende posizione in Parlamento: “Vogliamo la fine della tutela di Damasco sulla nostra patria e il ritiro dei 35 mila uomini dell’esercito di occupazione”. Per molto meno suo padre era stato eliminato.

Walid ha compiuto il passo che la maggioranza dei libanesi non osava neppur immaginare. I filosiriani lo accusano di fellonia, gli danno dell’agente segreto di Israele, lo minacciano anche. Dall’entourage del nuovo Assad si fa trapelare la voce che Jumblatt abbia stretti rapporti con gli israeliani. Accusa vera o falsa, ha poca importanza. Ormai Walid si è imposto come la guida della opposizione alla Siria. Il giovane Bashar Assad esita a raccogliere una sfida che può renderlo impopolare. Decide di fingere che niente di grave sia successo e intanto manda un paio di battaglioni nello Chuff per circondare Muqtara dove sono in corso manifestazioni antisiriane. Una bomba ferisce un po’ di drusi. Altre scoppiano qua e là. Il Libano sembra rivivere i tempi della guerra civile. Walid è disgustato, parla di una ripresa dei vecchi metodi terroristici, afferra le valigie di Vuitton sempre pronte all’uso e se ne va. Londra, Parigi, Los Angeles.

“Forse non tornerò più. Il Libano non è una patria, è un’accozzaglia di tribù”. Però ritorna. Gli fosse venuta vent’anni prima, la crisi se la sarebbe curata con i soldi e le donne. Adesso l’unica cura che conosce è la politica, praticata alla maniera levantina, con le imposture, gli abbracci, i giri di valzer e i kalashnikov tenuti sotto il tavolo. Bashar Assad mostra di avere accettato la sua diserzione, così come i cristiani mostrano di avere accettato il voltafaccia. Sicché Walid, in attesa di nuovi movimenti, può cercare la benevolenza del mondo arabo, che gliel’ha sempre lesinata, entrando nel club di quelli che. È infatti uno di quelli che “s’inchinano alle vittime delle Twin Towers ma Osama bin Laden è una creazione dei servizi americani”, uno di quelli che “l’ignobile attentato è stato opera della Cia e del Mossad per provocare un nuovo conflitto mondiale, impoverire e occupare il Medio Oriente”. Tutto sta a vedere se dice così perché lo pensa o semplicemente per tenersi in esercizio nell’arte della taqiya.

di Gino Nebiolo

In breve
È nato il 7 agosto 1949 a Muqtara nel castello del clan degli Jumblatt, da secoli feudatari dello Chuff e guide politicospirituali della setta dei drusi. Si è laureato in Scienze politiche all’Università americana di Beirut. Il padre, Kamal, fu assassinato nel 1977. Presunto mandante: il siriano Assad. Walid si schiera con Damasco, assume il comando del clan e lo trascina nella guerra civile e contro la falange maronita. È scampato a due attentati. Tenta di ritagliarsi un ruolo politico nel Libano pacificato, mediando tra islamici e cristiani.

Gino Nebiolo
è stato corrispondente e inviato Rai da varie capitali, ha scritto saggi e racconti.

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