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Tullio Pericoli

Con il talento Pericoli è nato. “Me lo sono trovato nelle mani”, mi confida con pacato candore quando lo incontro ad Ascoli Piceno, il capoluogo della sua terra natale, un paesaggio di morbide colline e piccole vette aguzze che lo ha da sempre ispirato. È un uomo piuttosto basso, dall’aspetto florido e la carnagione olivastra di molti piceni, semplice e affabile. Pur vivendo da tempo a Milano non ha perso l’aria pacifica degli abitanti dei piccoli borghi.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Con il talento Pericoli è nato. “Me lo sono trovato nelle mani”, mi confida con pacato candore quando lo incontro ad Ascoli Piceno, il capoluogo della sua terra natale, un paesaggio di morbide colline e piccole vette aguzze che lo ha da sempre ispirato. È un uomo piuttosto basso, dall’aspetto florido e la carnagione olivastra di molti piceni, semplice e affabile. Pur vivendo da tempo a Milano non ha perso l’aria pacifica degli abitanti dei piccoli borghi. Una delle sue irrinunciabili passioni è quella di tornare ai luoghi d’origine e immergersi nella natura. “Sento il bisogno di allontanarmi dal frastuono dell’arte degli ultimi decenni che ha fatto esplodere tutto in un’enorme deflagrazione. Come diceva il mio amico Emilio Tadini, ci vorrebbe una pillola anticoncettuale”. Una pillola che Pericoli ritrova qui, affacciato al balcone della villa di Rosara, sopra Ascoli, o andando a spasso per le colline e studiando le forme di un albero, un uliveto, un fossato. “Torno in prima elementare e mi esercito a tracciare le aste. È come rifarsi un occhio pulito e riscoprire la giusta misura delle cose”. L’interesse per il paesaggio, che già negli anni 70 aveva sollecitato l’importante serie delle geologie, si è accresciuto come un amore sempre più intenso alla distanza, un ritorno e una tappa ulteriore nella sua lunga avventura di artista.

Tullio Pericoli è nato a Colli del Tronto nel 1936
e ha iniziato a pubblicare i primi disegni sul giornale del liceo. La mostra d’esordio è una scelta di caricature dei professori che espone in fondo all’aula su un tabellone messo al posto dell’orario di classe, esposizione prontamente censurata e rimossa dal preside. Poi il padre lo indirizza verso studi giuridici. Non è una facoltà troppo pesante e il giovane accetta, confidando comunque in una strada diversa. Al posto dell’università frequenta infatti la pinacoteca di Ascoli e si esercita a copiare le opere esposte. Inizia nel frattempo la collaborazione con Il Messaggero, il primo di una lunga serie di quotidiani e riviste su cui non smetterà mai di pubblicare, cercando di mantenere un contatto con il pubblico che costituisce un’eccezione nella pittura di oggi. “I pittori”, mi dice guardandomi tranquillo da un paio di occhiali fiabescamente gufeschi, “non vengono ascoltati, non esistono più. L’arte ha smarrito la strada per mettersi in relazione con il mondo in cui opera. Invitano a parlare filosofi, critici, scrittori, registi, ma i pittori sono scomparsi. Si sa soltanto che sono coinvolti in un grandissimo affare”.

Quando Pericoli è ancora un piccolo Daedalus conosciuto da pochi, con quella disposizione a creare condizioni propizie alla fortuna che riempirà la sua vita di incontri con uomini straordinari, scrive una lettera a Cesare Zavattini. Lo scrittore ormai celebrato risponde, lo invita nella sua casa romana, guarda i disegni e con generosità inaspettata gli consegna due lunghe lettere di presentazione che negli ambienti milanesi saranno preziose. Nel 1961 il pittore di Colli del Tronto si trasferisce a Milano, dove non tarderanno a giungere gli anni delle mostre e delle collaborazioni importanti, da Linus al Corriere della Sera, dall’Espresso alla Repubblica. Accanto al rapporto con i giornali, Pericoli si trova inevitabilmente ad amministrare quello con i mercanti. Ma si stanca presto. “Non si tratta solo della vecchia storia per cui il mercante ti obbliga a dipingere un determinato numero di quadri in un determinato modo, ma quella per cui entri in un sistema dove si crea un rapporto ferreo tra te, il mercante, il critico, il direttore di museo o di un’importante galleria e infine il collezionista. Un circuito durissimo, dal quale, se non stai alle regole, vieni estromesso e sostituito immediatamente”.

Seguendo piuttosto la sua libertà interiore, preferisce rifiutare i condizionamenti
di un business elitario, pagando un prezzo personale che si tradurrà in un senso di fallimento che ancora oggi, quando ormai è conosciuto in molti paesi, non smette di confessare. Perseguendo una strada originale nella comunità degli artisti contemporanei, affida la sua arte alla carta stampata, disegna per quotidiani, illustra classici della letteratura e pubblica serie di opere in volumi italiani e stranieri che diventano atipiche mostre di quadri fatti girare attraverso le pagine di un libro. “Grazie alla carta stampata, posso mettermi in contatto con un pubblico che non conosco, e non soltanto con quello dei frequentatori di gallerie e dei possibili acquirenti”. Continua a parlare con naturalezza fluida e pacata. Così come in pittura ha sempre prediletto una libertà espressiva lontana da costrizioni teoriche, anche nei contatti umani si è abbandonato a un istinto di disinteressata curiosità, lasciando che i frutti concreti sbocciassero in un secondo momento, quasi senza volerlo.

Durante gli anni 60 e 70 gli capita di incrociare personaggi celebri che ferma per strada come un pittore en plein air folgorato da una famosa veduta e irresistibilmente curioso di sapere cosa nasconde. Un giorno passa accanto al vecchio scultore Fausto Melotti. Lo chiama, l’altro prosegue indifferente, Pericoli si gira e lo insegue: signor Melotti, signor Melotti! E finalmente riesce, vincendo la dura battaglia con la sordità del vetusto maestro, a presentarsi e a fare conoscenza. Un altro incontro straordinario è quello con Montale, in cui si imbatte mentre sale lo scalone del Corriere della Sera. Quando lo riconosce si arresta e attende di averlo accanto. Scusi, ma lei è Montale! Il poeta annuisce silenzioso e Pericoli, non sapendo più a quale pretesto aggrapparsi, gli dice che ha una macchina parcheggiata proprio lì fuori e gli chiede se può accompagnarlo da qualche parte. È così che finiscono nell’appartamento di via Bigli e inizia tra i due un’amicizia, non lunga ma preziosa. Guardando l’uomo tranquillo che mi siede di fronte trovo difficile immaginarlo protagonista di simili slanci, ma credo di capirne qualcosa di più quando penso al rapporto tra la dimessa terrestrità del personaggio e l’incessante fantasia delle sue tele. “Mi vengono in mente alcune pagine del giovane Stevenson costretto per molto tempo a letto da precarie condizioni di salute. Racconta delle sue gior- nate trascorse a contemplare le coperte con la testa poggiata sul cuscino. Da lassù quelle pieghe diventavano colline, montagne dove correvano fiumi, eserciti, avventure che si sarebbero trasformate in storie.

Bastava agitare le ginocchia, una gamba o un piede, e questo mondo cambiava continuamente. Il paesaggio e il personaggio si avvicinano per il rapporto che esiste tra il sopra e il sotto”. Ai tempi in cui rincorreva i personaggi che avrebbe poi trasformato in ritratti, era più forte di ogni imbarazzo la curiosità di sapere come si fosse trasformata la poesia nell’aspetto concreto di un poeta, quali parole quotidiane potessero sfuggire a uno scrittore o che scherzi la scultura avesse inciso nella pelle del suo creatore. Per molto tempo ha sognato di lavorare per il teatro senza mai riuscire a trovare la giusta opportunità. Poi arriva il giorno in cui chiede a un amico di accompagnarlo in Germania in occasione di una mostra. Sulla strada del ritorno ascolta all’autoradio “L’elisir d’amore” di Donizetti, che in quel periodo amava molto, e dice all’amico quanto gli sarebbe piaciuto farne le scene e i costumi. Tre mesi dopo il direttore dell’Opera di Zurigo gli chiede di realizzare proprio quel lavoro, e da quel momento iniziano le sue collaborazioni teatrali.

Rifarà “L’elisir” per la Scala e al Piccolo Teatro firmerà le scene
, i costumi e la regia de “Le Sedie” di Ionesco. Suono al citofono del suo studio milanese, un ambiente ampio, luminoso, discretamente elegante. Accanto a pareti di libri ci sono tavoli gremiti di colori e pennelli. Sul cavalletto è appoggiato un ritratto incompiuto di Luca Ronconi. I doppi vetri distanziano il traffico in un remoto fruscio. Questa volta non ho portato il registratore. Sono venuto soltanto a spiare, a perdere la memoria tra i disegni e i dipinti a cui Pericoli lavora secondo abitudini fisse, soprattutto nel pomeriggio, continuando a dipingere fino a tarda sera. Circa due anni fa è diventato padre di due gemelli, un maschio e una femmina, ed è tutto preso a seguirne la crescita. Ama parlare di loro e di come è diverso lo sguardo di un padre tardivo, più distante ma non meno sorpreso. Parliamo anche di pesca, di metodi tradizionali con piccole reti gettate in acqua e raccolte da tre o quattro braccia, una tecnica che ha praticato alla foce del Tronto. Si siede di spalle alla finestra, ogni tanto si volta incuriosito da un blocco del traffico.

Dedica il tempo di un sapiente flâneur agli imprevisti del quotidiano.
Continuiamo a conversare del più e del meno. Spesso nei quadri troviamo anche lui, un artista con tavolozza e abiti cerimoniosi che come un antico signore romantico si ferma sul ciglio del tempo e intinge il pennello nei colori vivaci di un infinito paesaggio interiore.

di Vincenzo Maria Oreggia

Tullio Pericoli • È nato a Colli del Tronto nel 1936. Ha iniziato a pubblicare i primi disegni sul giornale del liceo. Studia Giurisprudenza, ma la pittura è la sua vocazione. Da subito l’alterna all’illustrazione per la carta stampata e per i libri. Inizia a collaborare al Messaggero, nel 1961 si trasferisce a Milano. Arrivano le mostre e le collaborazioni importanti: Linus, Corriere della Sera, Espresso, Repubblica. Ha esposto nei principali musei italiani e internazionali, ha realizzato scene teatrali (“L’elisir d’amore” alla Scala, “Le Sedie” di Ionesco al Piccolo).

Vincenzo Maria Oreggia scrive romanzi, collabora a riviste culturali, viaggia in Africa e altrove.

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