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Siegmund Ginzberg

Su di lui è stato scritto un libro. Non tutto un libro. Un capitolo. Il libro è “In the eye of the enemy”, nell’occhio del nemico. Lo ha pubblicato in America Stanislav Lunev, un sovietico che dirigeva i servizi russi a Pechino. Nel libro non si fa il suo nome. Lo si indica come Antonio. Antonio è ufficialmente il corrispondente del grande giornale (leggi l’Unità) di un grande partito marxista occidentale (leggi il Pci).

30 Novembre 1999 alle 00:00

Su di lui è stato scritto un libro. Non tutto un libro. Un capitolo. Il libro è “In the eye of the enemy”, nell’occhio del nemico. Lo ha pubblicato in America Stanislav Lunev, un sovietico che dirigeva i servizi russi a Pechino. Nel libro non si fa il suo nome. Lo si indica come Antonio. Antonio è ufficialmente il corrispondente del grande giornale (leggi l’Unità) di un grande partito marxista occidentale (leggi il Pci). Antonio, nella ricostruzione (nell’immaginazione, dice Antonio) di Lunev è una gran spia, è colui che fornisce ai sovietici le informazioni più preziose sulla Cina. Che Antonio sia una gran spia lo dimostra la disinvoltura con cui un giorno si fa ammirare mentre gioca a badminton nel giardino di casa sua a Pechino con Pol Pot. Antonio (alias Siegmund Ginzberg) ammette che nel giardino di casa sua a Pechino, (la casa che era stata ai tempi imperiali di un principe tartaro), aveva fatto costruire un campo di badminton, ammette che sul quel campo aveva giocato con molti ospiti, ma nega di avere giocato con Pol Pot. Nega addirittura di avere conosciuto Pol Pot. Ammesso, concede, di essere così rimbambito da non rendersene neppure conto. Antonio (d’ora in poi lo chiameremo Siegmund, il nome con cui era stato accolto in una sinagoga di Istanbul) qualche sospetto lo generava. Prima di tutto gli ospiti, occidentali e cinesi, che onoravano ogni sera la sua mensa. La Rivoluzione culturale si era chiusa da poco, i mercati (intesi come mercati rionali) non si erano ancora aperti. Un solo tipo di frutta, mele.

Tutto l’anno. Un solo tipo di verdura, cavolo bianco congelato. Tutto l’anno. A meno di avere come vademecum un detto in ladino, ereditato dalla madre sefardita: “Muere pato, muere arto” (muori oca, muori sazia). A meno di avere un cuoco intraprendente, capace di tenere buone e misteriose relazioni con le cucine dell’ambasciata sovietica, un cuoco capace di procurarsi qualche volta del filetto eccezionale (si sa che la prima grande qualità di un cuoco non è ai fornelli, ma al mercato). Qualche sospetto Siegmund lo suscitava. Per esempio con la sua mania, molto eccentrica tra i corrispondenti esteri, di imparare la lingua del posto. Qualche sospetto Siegmund lo incoraggiava. Per esempio con la sua abitudine di battere sistematicamente mercati e robivecchi. Non c’è lettore di romanzi pulp, non c’è spettatore di film vecchiotti che non sappia che se l’eroe o il vilain entrano da un rigattiere cinese non è certo per comperare un oggetto, ma per ottenere informazioni o allacciare contatti. A furia di entrare dai rigattieri Siegmund aveva riempito l’elegante casa del principe tartaro di buoni oggetti di antiquariato cinese, tappeti e mobili Ming in testa. Quando fu il momento di lasciare la Cina e di portarsi via tutta quella collezione, vennero nella vecchia casa due vecchi esperti statali, per controllare che non uscissero dal paese tesori di interesse storico. I tappeti non li vollero nemmeno guardare giacché, sostenevano, per la loro natura effimera i tappeti non potevano avere più di duecento, trecento anni. Agli altri oggetti imposero il sigillo di ceralacca rossa che contraddistingue gli oggetti di antiquariato usciti legalmente dalla Cina popolare. Ogni sigillo costava un dollaro. Siegmund pagò tremila dollari e partì alla volta degli Stati Uniti con un container di meraviglie, per non parlare dei libri.

In Cina era arrivato la prima volta sull’aereo presidenziale, al seguito di Pertini insieme agli inviati dei giornali, tra i quali non mancava la presenza ingombrante di Oriana Fallaci. A Pechino era stato il primo corrispondente occidentale a vivere ai bordi della città proibita, a Pechino era nata la prima dei suoi figli, da Pechino era partito spesso per servizi in tutto l’Estremo Oriente, dal Giappone all’India. Era stato forse l’unico giornalista occidentale a visitare sia la Corea del Nord, sia la Corea del Sud. La sua partenza da Pechino non suscitò negli amici italiani gli stessi rimpianti che aveva provocato la sua partenza definitiva da Teheran. Era sempre la questione sefardita dell’oca che se deve morire è meglio che muoia sazia. Ogni volta che tornava da Teheran Siegmund portava capienti scatole di caviale grigio, con i chicchi (non sarebbe meglio chiamarle uova?) grandi come acini di ribes. Non c’è amico di Siegmund che ricordando quegli anni non ricordi quel caviale. Gli anni di Teheran furono due, cominciarono per caso, finirono per caso. Forse furono le origini nazionali di Siegmund a consigliare il comitato di redazione dell’Unità di inviarlo a Teheran, dove era in corso la promettente rivoluzione khomeinista contro lo shah in shah delle storie d’amore strappalacrime, dell’occidentalizzazione forzata del suo paese. Per il vecchio Khomeini, esule e sofferente, esatta antitesi dello shah del Trono dei pavoni, l’Occidente democratico e progressista aveva preso una sbandata. Siegmund era nato e vissuto in Turchia, forse di quel mondo qualcosa di più poteva capire. Siegmund era nato, era vissuto a Istanbul, ma a otto anni dalla Turchia era fuggito con la famiglia. Non per persecuzioni antiebraiche, ma per una generale xenofobia che in quegli anni Cinquanta investiva il paese in bilico tra l’Occidente e l’Oriente.

La famiglia aveva scelto come porto Milano, non perché Milano era allora un buon luogo per condurre gli affari, come era stato per molte famiglie ebree provenienti dal Medio Oriente, soprattutto dalla Siria, ma perché a Milano viveva (e vive, ultracentenaria) una zia. A Milano Siegmund era arrivato con pochi libri in turco, aveva continuato a parlare con la madre il ladino degli ebrei di Istanbul, aveva cominciato a parlare italiano con i compagni di scuola e aveva perso l’uso del turco. Così come sua figlia, che era cresciuta parlando con disinvoltura il dialetto pechinese, avrebbe perso a New York l’uso del cinese. A Milano aveva avuto il suo primo vero libro, un’enciclopedia comperata a rate alla Fiera campionaria (allora, sotto la pioggia di aprile, le famigliole milanesi andavano in scampagnata con colazione al sacco alla Fiera campionaria) e aveva cominciato a leggerlo voce per voce, in ordine alfabetico. A scuola si rivelò un portento, senza applicarsi troppo prendeva nove in tutte le materie. Il greco lo leggeva come una lingua viva. I testi greci li annotava in greco. Anche il greco sarebbe andato completamente perso. La perdita delle lingue è un piccolo cruccio di Siegmund. Ha perso il turco che ha parlato fino a otto anni, ha perso il greco classico che nessuno a scuola conosceva come lui, ha perso il russo e il tedesco che per un anno si era illuso di imparare in una scuola serale comunale. Gli è rimasto il cinese parlato (non ha mai tentato di imparare gli ideogrammi), gli sono rimasti il latino scolastico e il ladino materno. Gli sono rimasti, perfetti, l’inglese e il francese. Nel frattempo Siegmund arriva al Carducci di Milano, il liceo classico più periferico, il meno snob. A giugno del secondo anno ha la media dell’otto. Per legge potrebbe, se volesse, affrontare la maturità a settembre, senza frequentare il terzo anno. Siegmund vuole. Passa l’estate a studiare. In un pomeriggio Sergio Soave, suo compagno appena più anziano e votato alla matematica, gli insegna la trigonometria. In un pomeriggio Siegmund la impara.

L’ esame è un successo clamoroso.
Altrettanti successi sono gli esami all’università. Professori e compagni lo considerano una speranza, il successore naturale di Antonio Banfi ed Enzo Paci, Mario Dal Pra e Cesare Musatti. Siegmund sostiene tutti gli esami, ma si guarda bene dal discutere una tesi. Non si laureerà mai. Oggi rimpiange l’omissione, ma solo per motivi di età pensionabile. Intanto riesce in modo laborioso a diventare cittadino italiano. Siamo intorno al Sessantotto. La sua biblioteca si arricchisce dei testi del marxismo leninismo. Invece che alla Banfi, la sezione universitaria della Fgci, si iscrive direttamente al Pci, peregrina per le sezioni della provincia di Milano, tante quante sono, finisce in luoghi dai nomi improbabili a discutere di Nuova maggioranza con i compagni delle fabbriche, comincia a lavorare all’Unità. Suo appannaggio sono le questioni sindacali, le condizioni dei lavoratori nelle fabbriche del nord. Ha una penna veloce e una mente più veloce della penna. Quando in una riunione di redazione ci si chiede chi potrebbe andare a coprire la rivoluzione che si sta scatenando in Iran, alza istintivamente la penna. Questa volta parte leggero. Da Teheran manda un articolo al giorno, che ogni giorno appare in prima pagina. A Teheran si innamora di una ragazza del posto che lo aiuta a capire il paese, che gli fa da interprete, che gli spiega come mai anche le classi alte, alle quali appartiene, parteggino per Khomeini. La ragazza è molto bella. Tutte le donne di Siegmund, come le case di Siegmund, saranno molto belle. Alla saggezza ladina (“Muere pato, muere arto”) ottempera con tre debolezze: buon cibo, belle donne, belle case.

Un’altra ragazza, bella, ma non sua,
lo porta a raggiungere oltre Tabriz i guerriglieri curdi. Dal Park Hotel di Teheran passa alle tende sulle montagne brulle del Kurdistan iraniano. Non fa a tempo a godere le bellezze del deserto quando la minuscola e potentissima radio che gli garantisce i contatti col grande mondo lo avverte del blitz degli americani per liberare gli ostaggi. Deve tornare immediatamente a Teheran. Deve aspettare la notte, gli spiegano. Delle jeep dei guerriglieri curdi che hanno tentato la strada di giorno nessuna è tornata. Freme per tutto un giorno. Parte di notte, su una jeep carica di munizioni che caracolla per strade sconnesse. Si incanta alla vista di uno strano fenomeno. Nel deserto intorno alla jeep si alzano a tratti sbuffi, nuvolette. Ne chiede l’origine. Sono proiettili che affondano nella sabbia, gli rispondono. Arrivano finalmente in una Teheran sovreccitata. Ancora una volta il servizio è salvo. Nel suo futuro c’è il pantano della guerra contro l’Iran scatenata da Saddam Hussein. Invece il direttore dll’Unità, avvertendo forse che i veri destini del mondo si stanno preparando altrove, lo destina a Pechino a studiare e monitorare la Cina uscita dal cataclisma della Rivoluzione culturale. Per Siegmund studiare significa studiare. È convinto che per capire un paese sia necessario conoscerne a fondo la storia. Con le relazioni dei viaggiatori antichi e con i titoli degli esperti di cose cinesi la sua biblioteca si gonfia a dismisura. L’inviato capace di partire con un solo cambio di biancheria si trasforma nel corrispondente che per muoversi ha bisogno dei container.

In Cina ritrova il piacere della profusione di tappeti
che la partenza frettolosa da Istanbul gli aveva fatto abbandonare. Come tutti gli amanti della storia che congelano la loro cultura in libri e in cimeli, ama viaggiare, ma detesta i traslochi. In Cina viaggia molto, arriva fino alle propaggini dell’Impero, fino a quel Turkestan cinese che più che con l’antica Cina imperiale condivide i ricordi atavici e forse il futuro con le variegate culture musulmane dell’Asia centrale. Per sette anni l’erba spunta nel giardino della casa del principe tartaro a ridosso del muro della città proibita. Poi viene il momento di partire. Il prestigio della destinazione compensa le angosce del trasloco. New York è la capitale del mondo, dove tutto può accadere e dove c’è tutto. C’è perfino per Siegmund una casa più bella di quella del principe tartaro. È al Village, è in mattoni, è a tre piani, è una delle prime costruite a New York, ha un piccolo giardino. È contigua e appertiene alla parrocchia di Saint- Luke. Il parrocco gliela affitta senza stare a badare al suo nome ebraico. Di New York la cosa che gli amici che lo vanno a trovare ricordano con più piacere è l’atmosfera di agio antico della casa di Siegmund. Quando, dopo un altro maledetto trasloco, si trasferirà a Parigi, cercherà casa vicino al Parc Monceau, forse in omaggio a Enrico Cernuschi, il giovane rivoluzionario milanese delle Cinque giornate e della Repubblica romana che, esule, a Parigi era diventato un gran banchiere, aveva fondato l’antenata della Paribas, era stato coinvolto nella difesa repubblicana della città, si era imbarcato per un lungo giro in Oriente, ne aveva riportato intere stive d’opere d’arte, le aveva collocate in quella grande casa ai margini del Parc Monceau che è oggi il Museo d’Arte orientale Enrico Cernuschi. Non di tutte le sue case Siegmund conserva un buon ricordo. La penultima gli ha avvelenato un po’ il sangue. “E non era neppure la più bella”. Veniva descritta come una casa favolosa a Washington. Una casa il cui affitto avrebbe contribuito a far collassare i conti dell’Unità. “Era una casa non modesta, ma non dissimile da quella degli altri corrispondenti. Si raccontava di un cuoco filippino e di una governante equadoregna. Esistevano solo nei discorsi di un corrispondente di un quotidiano che voleva far pesare quanto gli era costato passare dalla carta stampata alla televisione”. Della casa di oggi, nell’ultima capitale straniera dove si trova a lavorare, Siegmund non ha di che lamentarsi, se non dell’affitto. I suoi ottomila e rotti libri sono ben sistemati nel grande appartamento che occupa a Prati, a Roma. Ma sa che prima o poi dovrà affrontare un ennesimo maledetto trasloco.      



In breve


È nato a Istanbul nel 1948, “bastardo” di madre sefardita e padre askenazita, entrambi sudditi dell’impero turco, immigrati a Milano negli anni 50. Inviato e corrispondente in Iran, Cina, India, Giappone e Coree, ha iniziato a fotografare, con una Nikon in prestito, a Pechino e ai quattro angoli e a tutte le frontiere dell’Impero di mezzo. Ha smesso, per ragioni che lui stesso non sa spiegarsi (certo non perché l’America e l’Europa fossero meno fotogeniche, forse perché già molto fotografate), quando il mestiere di giornalista l’ha portato a New York e poi a Parigi e Roma. Ora vive a Roma, scrive per l’Unità e per il Foglio. Ha una moglie e due figli.
 

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