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Sharif Alì bin Al Hussein

Gli accrediti dinastici non gli mancano, ma Sharif Alì bin Al Hussein prima di tutto è uno Sharif, un titolo simile alla Lordship britannica, ma che denota qualcosa di più che la semplice appartenenza alla nobiltà. Il termine indica una discendenza diretta da Fatima, figlia del Profeta e consorte di Alì, il capostipite dello scisma sciita.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 17 novembre 2002

Gli accrediti dinastici non gli mancano, ma Sharif Alì bin Al Hussein prima di tutto è uno Sharif, un titolo simile alla Lordship britannica, ma che denota qualcosa di più che la semplice appartenenza alla nobiltà. Il termine indica una discendenza diretta da Fatima, figlia del Profeta e consorte di Alì, il capostipite dello scisma sciita. Alì bin Al Hussein dunque discende direttamente da Maometto e appartiene alla dinastia hashemita che ha governato la Mecca ininterrottamente dal 1251 agli anni Venti del secolo scorso. Sua madre è figlia di Alì, re degli arabi, mentre suo padre è nipote di quell’Hussein bin Alì che iniziò la rivolta contro l’impero Ottomano facendo il possibile per avere voce in capitolo rispetto all’autodeterminazione della “nazione araba”. Ci pensarono poi inglesi e francesi a confondere le carte nello scacchiere mediorientale segmentando in modo assai arbitrario il possibile regno di tutti gli arabi.

Fatto sta che Sharif Alì, quando si alza la mattina e si appresta a una nuova giornata di lavoro porta con sé questa stupefacente autocoscienza, quella di essere tra gli eredi della stirpe di Maometto. Sharif Alì bin Al Hussein si sveglia ogni mattina vicino a South Kensington. Holland Park è vicinissimo e incantevole in autunno, anche se quest’anno, grazie a un settembre caldo e soleggiato ai limiti del credibile, le foglie tardano ad arrossire, persistendo in un tono non pronto, non maturo. Anche Sharif Alì vive una condizione sospesa di attesa da molto tempo, verrebbe da pensare da una vita, visto che dall’età di due anni si ritrova esiliato e itinerante, come con la guerra alle costole. L’uomo però non è banale e sarebbe sbagliato pensare che abbia speso una vita ad attendere il trono.

È nato a Baghdad nel 1956, quando il regno hashemita di Feisal II è al tramonto. Una mattina il sovrano chiama il padre di Alì per metterlo al corrente di una rivolta in corso tra i quadri dell’esercito. Non pareva niente di importante, tutto sarebbe rientrato nei ranghi al più presto. Invece re Feisal non sopravviverà alla rivolta, né sopravviveranno i membri immediati della famiglia reale. Al Hussein pensa di fuggire, ma non è facile con Baghdad in mano agli insorti. Ripiega sull’ambasciata saudita, che offre asilo e protezione. I ricordi di famiglia si intrecciano sul set curioso e intricato dell’aristocrazia araba. Sharif Alì ricorda suo padre rendere merito agli Al Saud, che si adoperarono per il passaggio della sua famiglia verso il Cairo, primo breve rifugio. Poi sarà Beirut, nei ricordi del principe una lunga e spensierata vacanza nel Libano dorato degli anni 60 e 70. La corte in esilio, la politica consumata come pane quotidiano. Il padre è il catalizzatore dell’opposizione: silenzioso come una lama, acuto, onesto. Indomito.

Beirut era una piccola Parigi del Medio Oriente. La scuola, le ragazze, l’economia. La preoccupazione costante di Alì è sempre stata quella di trovare una via, la sua via, per essere il figlio di suo padre e il nipote di un re. Gli Al Hussein non discendevano da una stirpe di uomini d’affari, né di militari. Solo “public service”, quell’espressione così facile da comprendere in inglese che sembra impossibile da tradurre in italiano. Solo politica insomma, assolutamente politica. E dibattito. Alì aveva una sorta di penchant per l’economia, mentre i massimi sistemi della scienza politica parevano imbarazzarlo visto l’intelletto brillante – e la passione – di cui era dotato. In Libano intanto gli eventi precipitano e si comincia a combattere. Per i giovani espatriati d’alto rango i primi scontri non significano molto di più che la sospensione delle lezioni. Del resto la guerra è un’occorrenza quotidiana nella regione, e il Libano si era trovato ad accogliere non solo esiliati politici, ma anche una folta schiera di emigrati economici, businessman di ogni provenienza che stabilivano domicilio a Beirut attratti dagli affari e dalla vita notturna. Ma la guerra era nell’aria davvero, e quando in Libano il gioco si fece pesante non ci fu tempo per un esodo ordinato. Fu una fuga precipitosa, che decise il destino di molti.

Era il 1978, Alì non rientrò mai da una visita nel Regno Unito. Di nuovo si trovò spostato, un déraciné di lusso, ma ancora e sempre espatriato, in fuga. In Gran Bretagna scopre la democrazia e si accorge che il ministro della Difesa non è l’uomo più importante di un paese; si ritrova stupito di fronte ai sindacati, al tempo impegnati in una sorta di laborioso addio all’ortodossia socialista. Il processo democratico non era mai stato all’ordine del giorno in Medio Oriente; la maggior parte delle nazioni arabe avevano optato per quella che Alì definisce la via rapida verso lo sviluppo economico. Non c’era tempo da perdere con i diritti civili e la libertà di informazione, né con l’ideale difficilmente praticabile del suffragio universale. Il petrolio aveva un appeal sufficiente a far dimenticare i dettagli e produceva abbastanza ricchezza da pacificare gli animi e allontanare le tensioni. Pareva appianare ogni ostacolo, ricorda Alì, e tutti sembravano presi unicamente dalla frenesia di arricchirsi. Poteva durare per sempre, se la guerra non si fosse ripresentata, inderogabile, a esigere il suo credito.

Il conflitto tra Iran e Iraq non fu soltanto l’ultimo di una serie, ma il primo vero conflitto totale della regione, si presentò come un’epifania violenta, come era stato per la Grande guerra in Europa, e chiamò la fine di un’epoca. L’opinione pubblica occidentale non ha mai prestato l’attenzione dovuta a quella guerra, durata otto anni e costata milioni di vittime. Per gli iracheni in esilio fu un tempo in cui si pensò che non sarebbe stato mai possibile rientrare in Iraq. Ciò che stava accadendo aveva una tale portata che niente sarebbe stato più come prima. Perfino i decenni precedenti, segnati da dittature e petrodollari, sembravano al confronto un’epoca dorata. Erano anni in cui era difficile tenere i sentimenti in ordine, estremamente complicato mantenere l’opposizione al regime quando l’intera nazione era ferita e in pericolo.

Quel nazionalismo arabo che Alì conserva nei geni veniva a trovarsi nel più aspro dei conflitti con il proprio credo politico e con l’odio per un regime che aveva decimato la sua stessa gente. La recente rivoluzione islamica in Iran non faceva che spargere sale sulle ferite. Gli eventi della rivoluzione khomeinista avevano sconvolto tutti, da entrambe le parti della barricata. Era difficile distinguere tra il regime e l’Iraq insidiato dagli ayatollah. L’Occidente, allora, era tutto con Baghdad – in chiave anti iraniana, come si dice – e non sembravano esserci aperture possibili per gli oppositori di Saddam. Si navigava a vista, giorno per giorno, in una specie di dimensione congelata, un tempo di attesa continua in cui l’intelletto non consentiva di avere aspettative.

Alì decide appunto di non aspettarsi niente. Studia economia a Nottingham e poi nell’Essex. Appena laureato, decide di far finta che la politica non esista e non conti. Comincia a lavorare nella City, prima alla Bank of America e poi alla United Bank of Kuwait. Si occupa di investment banking per un decennio, fino a che Saddam non decide di rimettere in gioco la posta e invade il Kuwait. Era il 1991 e la passione politica ricominciava a farsi sentire. Londra è la piattaforma ideale per l’opposizione in esilio e presto Alì deve scegliere se continuare con il basso profilo nel mondo della finanza o dedicarsi a tempo pieno alla causa.

Nel 1993 nasce il Movimento monarchico costituzionale (Mcc) che cinque anni dopo confluisce nell’Iraqi National Congress, un’organizzazione ombrello che raccoglie le diverse anime dell’opposizione irachena. Sharif Alì è il presidente dell’Inc e il probabile nuovo intervento statunitense lo ha reso uno dei principali interlocutori dell’amministrazione Bush. L’appartamento di Kensington ha un’aria leggermente ufficiale e racconta la storia di famiglia in modo confuso, senza neanche provare a racchiuderla tutta. Un ritratto di Feisal, il re deposto dalla rivoluzione, e la bandiera dell’Iraq hashemita contribuiscono al senso di confusione tra una residenza privata e una sede di rappresentanza.

Londra ha accolto bene Alì anche se non si può dire che la sua famiglia si sia integrata eccessivamente. È successo soprattutto perché gli emigrati della sua generazione, quelli spinti dalla rivoluzione o dalla guerra, non sono venuti in Gran Bretagna per stabilirvisi. La loro non è stata certo una vita ai margini, ma è rimasta assolutamente dominata dal senso della patria lontana. E poi Londra è una città che consente queste appartenenze sdoppiate, così che i mesi sembrano non passare, che il ritorno sembra sempre imminente, al confine degli anni che passano. Alì e sua moglie, una nobile sciita della regione di Kerbala, hanno cresciuto insieme tre figlie e un maschio di nome Feisal. I ragazzi sono molto più integrati dei genitori e per Alì va bene così, non vuole che i figli sentano responsabilità eccessive, né si preoccupa che si distraggano rispetto alle proprie origini. Ci sarà tempo per questo, una volta rientrati in Iraq, perché gli Al Hussein sono sempre sul punto di rientrare.

A 46 anni Alì vive di politica. Il Mcc ha il suo posto nel direttivo dell’Inc e le cose sembrano muoversi velocemente. In quanto pretendente al trono, al di là del ruolo politico nell’Inc, Alì ha le idee chiare: un referendum sulla Costituzione in cui si decida anche il futuro della monarchia. Non è ansioso di diventare re – non sono mai ansiosi i pretendenti – né pare abbia intenzione di prendere troppo a cuore i temi nazionalistici. Dice di pensare a se stesso prima di tutto come a un buon musulmano. Un islam che provvede ottimismo, che insegna che il dolore è sopportabile, è il bastione della vita di Alì.

È curioso, mentre parla di islam il suo profilo sembra confondersi, diventare più simile ai ritratti che lo circondano e, allo stesso tempo è evidente che islam, nelle parole e nello sguardo di Alì, significa prima di tutto una conquista e non una ricchezza che si può tramandare, né il portato di una cultura o di una tradizione. Per il nuovo Iraq sogna clerici illuminati, che sappiano adattare l’islam al mondo contemporaneo allontanando qualsiasi ipotesi islamista, e una classe politica matura, pronta a curare le ferite di un ventennio di guerra continua e capace di presentare di nuovo il paese al resto del mondo. Sharif Alì è una figura degna ed elegante, con i tratti nervosi e la mitezza di un arabo. Se la monarchia dovesse avere un futuro a Baghdad, questo hashemita liberale e colto sarebbe forse l’opzione migliore. Da sovrano vorrebbe essere come l’acqua: senza colore, né sapore, né odore, in nome dei principi della monarchia costituzionale. Se al contrario sarà costretto a diventare un politico puro, avrà certamente le doti dell’onestà e della compassione. E forse questo è il suo destino più certo: una vita dedicata al “public service”.  

di Claudio Franco

In breve
Nasce in Iraq nel 1956. Dopo il golpe che nel ’58 pone fine al regno del cugino Feisal II, fugge in esilio con la famiglia. Rimane in Libano fino al 1978. Poi passa a Londra, dove tuttora vive, si la laurea in economia a Nottingham e inizia a lavorare nella City. Sposato, quattro figli, dirige il Movimento monarchico costituzionale. Ricopre anche la carica di chairman nel direttivo dell’Iraqi National Congress, il maggior gruppo d’opposizione iracheno. Aspira a riportare la dinastia hashemita sul trono di Baghdad.

Claudio Franco
, free-lance, vive e lavora a Londra dal ’99. Scrive di esteri e cultura per testate italiane e inglesi.

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