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Sarah

Nome in codice Sarah, storia strana di una ragazza di Rebibbia

di Francesca Mambro 

Per gli italiani lo stereotipo del criminale ebreo è Noodles, il protagonosta di “C’era una volta in America”. Quelli più attenti alle cronache conosceranno i nomi di Ernesto Diotallevi, uno dei “grandi” della banda della Magliana, e di due regine della malavita romana, Bianca Zarfati e la Sonnino. A Roma c’era un bravissimo ladro di appartamenti che si faceva chiamare “er pantera” e quando passava dal carcere giocava in porta con delle spericolate acrobazie, e qua e là per il paese alcuni “cani sciolti” di piccolo cabotaggio. Dal 1988 al 1992 il carcere femminile di Rebibbia ha ospitato una criminale ebrea di tutt’altra natura. Sarah W., di nazionalità israeliana e statunitense, era stata arrestata per traffico internazionale di eroina.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Nome in codice Sarah, storia strana di una ragazza di Rebibbia

di Francesca Mambro 



Per gli italiani lo stereotipo del criminale ebreo è Noodles, il protagonosta di “C’era una volta in America”. Quelli più attenti alle cronache conosceranno i nomi di Ernesto Diotallevi, uno dei “grandi” della banda della Magliana, e di due regine della malavita romana, Bianca Zarfati e la Sonnino. A Roma c’era un bravissimo ladro di appartamenti che si faceva chiamare “er pantera” e quando passava dal carcere giocava in porta con delle spericolate acrobazie, e qua e là per il paese alcuni “cani sciolti” di piccolo cabotaggio. Dal 1988 al 1992 il carcere femminile di Rebibbia ha ospitato una criminale ebrea di tutt’altra natura. Sarah W., di nazionalità israeliana e statunitense, era stata arrestata per traffico internazionale di eroina. Eroina siriana arrivata negli Stati Uniti, e di lì indietro in Europa. Grosso problema per gli israeliani quello della valle della Bekaa, una fertilissima striscia di terra incuneata tra le catene montuose del Libano, attraversata dal Leonte, fiume che forse non a caso ha assonanze dantesche. Da ancor prima dell’ufficializzazione del controllo siriano sulla zona del 1976, la Bekaa è l’enclave che ospita i campi guerriglieri antisraeliani di varie fazioni e correnti, ma soprattutto è il maggior luogo di produzione di droga del bacino Mediterraneo.

Avevano iniziato con l’hashish, il famoso “libanese”, ma, tanto per rimanere nel linguaggio cinematografico, dai tempi della “French connection” il business si era spostato sull’eroina. Dal crocevia di tutti i terrorismi mediorientali arrivava Sarah. Il personaggio di Nikita vedrà la luce in Francia solo due anni dopo, ma Sarah era quella vera, quella mandata dai Servizi del suo paese (ma quale, gli Usa o Israele? O tutt’e due?) a infiltrarsi nella grande malavita internazionale. Fisicamente aveva poco da invidiare ad Anne Parillaud e meno ancora a Bridget Fonda, il suo remake americano. Un metro e 75, bionda, magra, muscolosa, occhi verdi, capelli chiari, lunghi, 25 anni. Non la classica bellezza un po’ slavata dell’Europa orientale, da dove era fuggito quel poco che rimaneva della sua famiglia dopo lo sterminio nazista, ma il fascino intrigante della razza mista in cui la natura aveva riversato le caratteristiche migliori. Era entrata a Rebibbia manette dietro la schiena, e due agenti in borghese che le stringevano le braccia. L’arrivo fu uno dei suoi pochi errori: non riuscì a metter su l’espressione tra lo spaventato e il disperato che hanno di solito i piccoli criminali. Era stata arrestata la notte prima nella stanza di un piccolo albergo romano, senza dare nell’occhio. Un mandato di cattura scarno, con poche informazioni. In teoria era stata “venduta” da un turco di cui non veniva precisata l’identità, né questo “turco” si presenterà più tardi al processo. Cinque anni la condanna, non un fiato.

Tesi difensiva standard: sono una donna innamorata e ingannata, un uomo conosciuto da poco mi ha fatto perdere la testa e mi ha dato appuntamento a Roma, consegnandomi un pacchetto elegante e ben infiocchettato dicendomi che era un regalo per la madre, eccetera. Ovviamente ai controlli di polizia il nome del ragazzo risultò inesistente, e lì si interruppero le indagini. Sarah prese a raccontare in inglese la sua storia a chi gliela chiedeva. Lei dava le stesse risposte a tutti, si trattasse di giudici o compagne di cella, mai un cedimento. La mia famiglia è polacca e ceka, viviamo in Israele in un insediamento di coloni, ma i miei hanno divorziato e io ero andata in America per passare qualche mese con mio padre, che lavora lì. L’unico vero difetto della sua storia era lei, bella, androgina, i modi sicuri, lo sguardo attento come quello di un animale abituato a difendersi ma soprattutto ad attaccare. Difficile immaginarla cotta e raggirata. Poi vennero a trovarla i funzionari dell’ambasciata americana e quelli dell’ambasciata israeliana, e la vita dentro il carcere si fece un po’ più facile. Fu messa a lavorare in cucina. Ogni giorno pranzo colazione e cena per 200 persone. Niente di particolarmente difficile, vista la limitatezza del menù. Però un buon punto di osservazione, possibilità di movimento e libero accesso ai coltelli. Quando le compagne, domanda tipica, le chiedevano delle carceri del suo paese, lei rispondeva divertita che non li conosceva, ma aveva fatto il militare. Quando era piccola l’avevano portata al museo dell’Olocausto e per molto tempo non c’era stato verso di dormire da sola. Poi un giorno prese coraggio e disse a sua madre che nessuno avrebbe potuto difenderla se fosse rimasta da sola in casa.

Era arrivato il momento di diventare grande. Salutò tutti con la buonanotte, spense la luce e si infilò sotto il lenzuolo. Riuscì ad addormentarsi, per spossatezza, solo alle prime luci dell’alba, ma da quel giorno non ebbe più paura. Crescendo si impose di non dipendere mai dagli altri. Volle imparare bene l’yiddish perché in qualunque parte del mondo fosse andata avrebbe saputo una lingua segreta con cui comunicare. Un giorno che era particolarmente di buon umore raccontò di aver attraversato più volte il deserto a dorso di cammello. Una volta con degli amici si sfidarono a chi raggiungeva prima una piccola oasi. Si divertiva a rivaleggiare coi maschi, e di solito vinceva. Credeva di conoscere una scorciatoia, ma le dune si erano spostate col vento. Si perse, ma non lanciò l’allarme via radio. Si ricordò i racconti dei nonni europei. “Non si deve aver paura della terra ma dei mari”. L’ebreo della diaspora deve sempre sapere dove si trova, deve sempre sapere da che parte è la Palestina, verso cui dirigersi in caso di difficoltà. In mare invece come si fa a scappare verso la Palestina? Allora, tre volte al giorno bisogna girarsi verso il  Mirach, l’Oriente. Si ricordò dei sistemi che le avevano insegnato i nonni per riconoscere sempre l’Oriente a seconda dei periodi dell’anno, e vinse la scommessa.

Ai suoi amici non disse mai che si era persa. Il riferimento alla radio per lanciare l’allarme faceva pensare ai militari, come i racconti di mare, con lunghe esercitazioni di nuoto e di immersione. Raccontò di aver salvato due ragazzi arabi che stavano annegando, e di averne ricevuto in cambio ostilità, perché per un maschio arabo è particolarmente disdicevole essere salvato da una femmina. Sarah, a differenza dei suoi antenati, amava il mare. “Non è facile per un ebreo. La tradizione vuole che la morte debba raggiungerti sulla terra ferma, perché qualcuno possa raccogliere il tuo corpo e consegnarlo integro alla terra. Così deve essere”. “I nazisti hanno voluto bruciarci per impedire il nostro ricongiungimento con la terra. In guerra, se qualcuno salta su una mina dobbiamo recuperarne anche il più piccolo pezzo”. Qualcuno dice che i kamikaze cerchino anche l’effetto psicologico dello smembramento delle vittime proprio per ricordare lo sfregio dei nazisti, e comunque per mettere l’ebreo in difficoltà davanti al suo Dio. Nel frattempo aveva imparato rapidamente e bene l’italiano. Preferiva ascoltare più che parlare, i libri ai giornali, i documentari al varietà, e quel poco sport che si può fare in carcere piuttosto che l’ozio. Durante una ruvida partita di pallavolo rispose sottovoce in arabo a due marocchine che le auguravano chissà quale disgrazia perché era troppo brava a schiacciare. Fu un attimo, poi tornò nel ruolo della brava ragazza capitata in carcere per caso e per amore. Nessuno sembrò collegare la sua conoscenza dell’arabo agli altri frammenti di vita militare che ogni tanto lasciava trapelare.

Si confidò solo una volta, con una giovane donna che aveva capito qualcosa e comunque non faceva domande. Era un giorno in cui la malinconia da esilio aveva preso il sopravvento, complice una tazza di tè al gelsomino e la pioggia a vento che entrava dalle fessure della finestra che non chiudeva bene. Disse che la sua famiglia aveva sofferto molto, e che all’arrivo in Israele i suoi genitori piansero e baciarono il piccolo pezzo di terra che gli era stata assegnato per costruirci sopra la loro casa. Fecero un piccolo rito familiare, immaginando che almeno un minuscolo granello di quella sabbia potesse essere la polvere di qualche parente sputato in cielo dalle ciminiere dei lager polacchi. Finalmente avrebbero avuto una casa. Molta dell’eroina in quegli anni arrivava a Roma dalla Siria, ossia dalla valle della Bekaa. Lei che sembrava così disinteressata alla vita interna del carcere, aveva in realtà radiografato tutte quelle che si davano arie da boss o di amanti dei boss. Giunse alla conclusione che nessuna di loro era nel giro grosso: “Non sanno nemmeno di cosa stanno parlando”. “A loro interessa comprarsi i gioielli, a noi interessa sapere che giro fanno i soldi, quali Servizi segreti corrompono, quali carichi di armi fanno viaggiare”. Non disse mai più niente. La Giustizia italiana non le fece sconti, se non il minimo indispensabile legato all’ineccepibile condotta.

Uscì a fine pena, di mattina, in estate, con solo una borsa sportiva di bagaglio dopo aver regalato alle compagne tutto il resto. L’aereo per Tel Aviv partiva in serata. Dal taxi si fece portare fino al mare. Pagò l’autista perché la aspettasse mentre faceva una lunga nuotata al largo, in pantaloncini corti e t-shirt. Poi si fece lasciare all’aeroporto. Mandò solo una cartolina, indirizzata a tutte le ragazze della sua sezione, una cartolina non commerciale, in bianco e nero: il deserto. A chi l’ha cercata per chiederle come se la cavava con la nuova guerra di Israele, ha mandato a dire che si è sposata, ha un bambino, ed è felice. La sua posizione è chiara.  

In breve

Di doppia nazionalità israeliana e statunitense, è stata detenuta nel carcere romano di Rebibbia (dove è entrata all’età presunta di 25 anni) dal 1988 al 1992. Ha scontato una condanna a cinque anni per contrabbando di stupefacenti. La sua famiglia, ebrea, originaria dell’Europa orientale, si era trasferita in Israele, in un insediamento colonico nel deserto. Qui Sarah ha studiato, e quasi certamente ha fatto parte dell’esercito, parla l’yiddish e l’arabo. Sarah W. è, ovviamente, un nome di fantasia per proteggerne la privacy.

Francesca Mambro è nata a Chieti. È stata in carcere 18 anni. Ora vive a Roma, dove lavora e sconta la pena.

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