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Rian Malan

“Dieci anni fa di questi tempi nascondevo monete d’oro sotto il pavimento e lucidavo il fucile”. Scherzando ma non troppo, Rian Malan, uno dei giornalisti e scrittori sudafricani oggi più noti, ricordava in un suo articolo di qualche mese fa l’avvicinarsi dell’aprile 1994, giorno delle prime elezioni multirazziali della storia del suo paese. “Mi aspettavo da un momento all’altro il colpo di mano della destra boera per far deragliare il processo in corso. D’altronde dal mio punto di vista la pace era impossibile.

30 Novembre 1999 alle 00:00

“Dieci anni fa di questi tempi nascondevo monete d’oro sotto il pavimento e lucidavo il fucile”. Scherzando ma non troppo, Rian Malan, uno dei giornalisti e scrittori sudafricani oggi più noti, ricordava in un suo articolo di qualche mese fa l’avvicinarsi dell’aprile 1994, giorno delle prime elezioni multirazziali della storia del suo paese. “Mi aspettavo da un momento all’altro il colpo di mano della destra boera per far deragliare il processo in corso. D’altronde dal mio punto di vista la pace era impossibile: c’erano troppa storia, troppo dolore, troppa rabbia da accantonare”, proseguiva in tono molto meno scherzoso Malan. “Poche settimane prima della data fatidica, comprai un giubbotto antiproiettile, buttai giù qualche riga a mo’ di testamento e partii per il ‘fronte’ del KwaZulu-Natal, con in testa l’idea che avevo il cinquanta per cento di probabilità di non tornare”. Erano in molti, dentro e fuori il Sudafrica, a non aver fiducia in una transizione pacifica. Come poteva allora crederci uno come Rian, con un’esistenza trascorsa nell’insanabile dilemma posto da un lato dalla genealogia – la stirpe dei Malan è in pratica la storia del Sudafrica bianco – e dall’altro dai sentimenti, ovvero la comprensione dell’ingiustizia alla base del sistema razziale, maturata in Rian fin dall’adolescenza. I due mondi – il volk afrikaner, cui apparteneva per nascita, e le tribù africane, verso cui era spinto dai moti dell’anima – non potevano, secondo la sua esperienza di vita, neanche avvicinarsi. Figuriamoci se potevano arrivare a toccarsi, in una convivenza di mutuo rispetto e tolleranza. Volerli mettere insieme, pensava Malan, era un po’ come pretendere di portare a contatto materia e antimateria. Un pessimismo in cui confluivano quarant’anni passati a confrontarsi con un peso insostenibile, al quale mai Rian è riuscito a liberarsi completamente: il macigno del suo albero genealogico. Al quale, nel XVIII secolo, era appartenuto ad esempio Dawid, capace di immolare il suo status privilegiato di discendente di uno dei pionieri della colonizzazione del Capo – l’ugonotto Jacques Malan, sfuggito alla Notte di San Bartolomeo – sull’altare dell’amore per una schiava ottentotta. Ma anche capace di riemergere ventisette anni dopo dal bush in cui era scappato con l’amante indigena quale cieco credente nella supremazia bianca, al punto di rischiare l’impiccagione per istigazione alla ribellione contro la Londra, alla quale obbediva il magistrato intenzionato a punire un fattore boero dalla frusta facile con i servi neri.

Un’ascendenza quella di Rian che ha annoverato, come cugino di suo nonno, Daniel François Malan, l’uomo che nel 1948, vinte le elezioni con il Partito nazionalista afrikaner, avrebbe inaugurato formalmente l’arida stagione bianca dell’apartheid, elevando a rango di legge la discriminazione razziale peraltro già ampiamente praticata dai boeri. Lo stesso padre di Rian, Adriaan, aveva sposato con convinzione la dottrina degli “uguali ma separati”, attribuendole un fondamento morale che scaturiva, a parer suo, dall’evidenza dei fatti: “Mi parlava della prorompente forza dell’etnocentrismo”, ricorda Rian, “e dei tentativi di integrazione falliti ovunque, dall’Irlanda all’Armenia, dagli Stati Uniti alla Nigeria”. E pensare che per certi aspetti proprio suo padre, con la sua decisione di sposare una suddita di Sua Maestà britannica, era la conferma vivente di un’integrazione a quei tempi, nei primi anni Cinquanta, ritenuta praticamente impossibile in Sudafrica. Soltanto mezzo secolo prima le due “etnie”, boeri e inglesi, si erano scontrate in una delle guerre più violente e brutali del secolo appena trascorso, che pure non ne ha lesinate. Una guerra che con i suoi campi di concentramento inglesi – in cui morirono trentamila fra donne e bambini boeri, il dieci per cento della popolazione afrikaner del tempo – ha certamente fornito la spinta verso la nascita del nazionalismo boero e della sua successiva deriva verso l’apartheid. Questa condizione particolare – una madre inglese con un approccio almeno formalmente più aperto e liberal, quantomeno in materia di razze – indubbiamente portò il giovanissimo Rian a sperimentare un certo grado di diversità culturale, sconosciuto alla quasi totalità dei suoi parenti, amici e compagni di scuola e di gioco: lui e i fratelli parlavano indifferentemente afrikaans e inglese, senza che il primo dovesse essere necessariamente la lingua d’elezione; e i rapporti con i cosiddetti “natives” che vivevano o venivano in casa come servitori non erano necessariamente improntati al distacco che spesso sconfinava nel disprezzo. Ma erano piccole boccate d’aria fresca; per il resto, preso in mezzo com’era da cotanto albero genealogico e parentado boero, quello delle famiglie degli zii paterni, Rian era totalmente immerso nella Afrikanerdom (“la casa afrikaner”).

Come spesso accade quando il troppo è troppo, Rian comincia fin da ragazzino a maturare disagio e rifiuto verso tutto quanto è al fondo e alla base dell’essere un afrikaner: “Non mi piaceva giocare con i miei cugini e amichetti”, ricorda, anche perché il gioco era sempre quello: rifare la guerra anglo-boera e uccidere quanti più inglesi possibile. E anche: “Non mi piaceva andare a caccia a uccidere caterve di animali selvatici”, passatempo prediletto dei boeri. Ma soprattutto non disdegnava frequentare i neri, “con cui, da adolescente, mangiavo boerewors e bevevo birra nel cortile dell’officina di mio zio materno” e più tardi, da giovanotto, le nere, con cui avrebbe avuto le prime esperienze sessuali: “Ero nel mio momento di contestazione del sistema: adoravo il Che e tifavo per i Vietcong; andare a letto con una nera mi sembrò davvero rivoluzionario”. Una contestazione, quella di Rian all’apartheid, che peraltro si risolse nel disobbedire all’Immorality Act (che vietava il sesso fra razze diverse) e scrivere slogan pro-neri sui muri dei sobborghi “dove gli unici neri che potevano vederli erano i servi dei baas bianchi”. Una prima svolta nella vita di Rian arriva con la cartolina-precetto della South African Defense Force (SADF): “L’aspettavo e per rimandare l’appuntamento con le stellette iniziai a lavorare come giornalista”. Il che gli garantiva soltanto altri due anni da borghese: “Nel giugno del 1977 avrei comunque dovuto presentarmi al comando di Walvis Bay, in Namibia, e stavolta non c’era via di scampo: o ci andavo o dovevo lasciare il Sudafrica”. Due anni che però avrebbero avuto un’importanza decisiva nella vita di Rian Malan, oltre che nella storia del Sudafrica. In quegli anni iniziò la ribellione di Soweto e il maglio della repressione piombò spietato sull’insurrezione nera. Una reazione durissima, che portò Malan a maturare la certezza che lui mai avrebbe potuto indossare la divisa dell’esercito dell’apartheid e andare a combattere le guerre che il regime intentava in via preventiva agli Stati di frontiera, ormai decolonizzati e quindi ostili a Pretoria. Ma per una certezza acquisita ce n’erano altre che svanivano: quelli furono infatti anche i due anni in cui la sua vita da reporter lo portò a vedere cose che avrebbero scosso alle fondamenta il castello di convinzioni costruito in gioventù.

Fu soprattutto la copiosa cronaca nera delle township, che copriva per lo Star di Johannesburg, a mandarlo in crisi: “Quando un bianco ammazzava un nero, era semplice: era un delitto razzista. Se un nero – magari introducendosi nottetempo in una casa della ‘white suburbia’, uccideva un bianco, era chiaro: era il delitto di un disperato che cercava di prendersi qualcosa che non avrebbe mai potuto permettersi. La mia teoria calzava perfettamente”, ricorda con sarcasmo Malan, “il primo era il frutto dell’apartheid, il secondo era un episodio della lotta di classe”. Semplici e rassicuranti schematismi che però saltavano inesorabilmente dinanzi a ciò che Rian si ritrovava davanti giorno per giorno sulle innumerevoli “scene del crimine” di cui erano disseminate le township attorno a Jo’burg. Come gli stupri di gruppo con ammazzamento finale di giovani nere da parte di bande di giovani neri. O come il “muti” (parola zulu per “medicina”), una forma di voodoo il cui rito prevede che alla vittima si strappino occhi, fegato e cuore per farne pozioni che guariscono o conferiscono poteri speciali (bersagli preferiti sono i bambini che, non “contaminati” dall’attività sessuale, possono fornire parti e organi più puri e quindi potenti). O, infine, come il necklacing (“fare il girocollo”), la tecnica – nata come punizione per i sospetti collaborazionisti e poi diffusasi anche fuori dell’ambito politico – di calare un copertone sulle spalle del malcapitato fino a imprigionarne le braccia, cospargere il tutto di benzina e appiccare il fuoco. “E per questa categoria di assassinii, efferati e crudeli all’inverosimile”, ammette Malan, “non avevo uno straccio di teoria cui aggrapparmi”. La scelta di campo – rifiuto dell’Afrikanerdom e vicinanza alla causa dei neri – che così naturalmente aveva creduto di fare ora cominciava ad apparirgli meno netta e definita di quanto egli stesso pensasse: “Odiavo gli afrikaner e amavo i neri ma ero un afrikaner e i neri mi facevano sempre più paura. Dovevo prenderne atto: ero un bianco, un bianco nato in Africa e questo non lo potevo cambiare. Mi resi conto che non avrei imbracciato il fucile per l’apartheid ma nemmeno contro”. La fuga dal Sudafrica era a quel punto divenuta indifferibile: “Era come se cercassi di stare nel mezzo, il che non era possibile: in quel Sudafrica dovevi essere leale a uno dei due campi. Cosa per me impensabile: non appartenevo a nessuno dei due. Non mi restava che scappare”. Dopo un primo periodo difficile (“Europa e Canada non mi vollero, finii negli Stati Uniti, dove feci di tutto per campare”) divenne famoso all’estero come esule anti apartheid. Un’immagine che gli si costruì addosso quasi senza che egli facesse nulla di particolare perché ciò accadesse, “ma nemmeno feci nulla per dissiparla”.

Come forse gli suggeriva il tarlo del dubbio che continuava a perseguitarlo, manifestandosi nei modi più insopportabili: “Continuavo ad andare a letto con donne di colore e ogni volta mi sentivo come se stessi contravvenendo a una legge di natura”, ricorda Rian. Una vergogna che gli provocava altra vergogna, “per il semplice fatto che certi pensieri mi si presentassero nella mente”. A dire il vero mentre era negli Usa un modo per liberarsi del suo complesso di colpa – e per farla pagare alla propria stirpe (il cui sviluppo in Africa fu una volta da lui definito con dubbio gusto “il diffondersi di un’epidemia”) – Rian sembrò averlo trovato. Entrato nei circoli letterari progressisti americani, finito – unico dai tempi di Tom Wolfe, gran maestro del nuovo giornalismo – sulla copertina di Esquire e diventato penna di punta di varie riviste, Rian riuscì a vendere a un editore la sua idea per un libro sulla storia della famiglia. Una storia che prendeva le mosse dalle origini ugonotte per giungere ai giorni nostri, avendo cura di non tralasciare le poco note e molto nascoste ramificazioni del ceppo familiare che conducevano a discendenze di razza tutt’altro che bianca. Un progetto editoriale – per il quale era già prevista una trasposizione televisiva – che di solo anticipo gli avrebbe fruttato ottantamila dollari e, probabilmente, di passare il resto della sua vita in qualche lussuoso appartamento di Manhattan. Ma Rian fece l’errore di voler fare un salto in Sudafrica prima di intraprendere una strada che presumibilmente lo avrebbe allontanato per sempre dal suo paese. Lì le budella ripresero il sopravvento sulla testa, i sensi sulla razionalità e, buttata a mare l’idea della vera storia dei Malan, decise di restare e scrivere invece un altro libro, stavolta puntando l’attenzione su se stesso.

Il libro – che lo ha reso ammirato e detestato – si intitolava significativamente “My Traitor’s Heart”. Traditore della propria razza e famiglia, rinnegata e disprezzata per quanto aveva fatto in trecento anni di permanenza sul suolo africano. Traditore della causa nera da lui sposata ma per la quale mai si era davvero messo in gioco se non scrivendo male dell’apartheid da diecimila chilometri di distanza. Traditore di se stesso, mai capace di scegliere su quale sponda stare. Oggi, vent’anni dopo “My Traitor’s Heart” e dieci anni dopo la svolta sudafricana da lui ritenuta impossibile, Malan sente che la schizofrenia emotiva che lo ha lacerato comincia a ritirarsi in buon ordine. In parte anche grazie a una moglie straniera, americana. Una straniera per esempio capace – a differenza di chi in Sudafrica ci è nato e cresciuto – di emozionarsi e commuoversi dinanzi alle incredibili bellezze naturali del paese. “Capace di riaprirmi gli occhi su questa terra, spingendomi a innamorarmene perdutamente ancora una volta”. Oggi Malan, dinanzi alle difficoltà e ai problemi del nuovo Sudafrica sembra aver trovato la capacità di usare l’ironia: “Gli stranieri pensano che tornare in un paese così difficile in un continente quasi spacciato come l’Africa sia da pazzi. Ma c’è una cosa che non capiscono. Dove vivono loro è tutto maledettamente noioso”.

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