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Ralph Lauren

“Tutto è incominciato con le cravatte”. È una delle frasi da copione, più standard di una brochure, che Ralph Lauren usa per raccontare il suo esordio, anno di grazia 1967. La passione per gli abiti l’aveva sin da giovane. Non particolarmente portato per le attività sportive, preferiva passare i pomeriggi a caccia di pantaloni, di giacche particolari.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 18 maggio 2003

“Tutto è incominciato con le cravatte”. È una delle frasi da copione, più standard di una brochure, che Ralph Lauren usa per raccontare il suo esordio, anno di grazia 1967. La passione per gli abiti l’aveva sin da giovane. Non particolarmente portato per le attività sportive, preferiva passare i pomeriggi a caccia di pantaloni, di giacche particolari. Uno dei suoi indirizzi preferiti era Brooks Brothers, allora il sancta sanctorum del guardaroba del gentleman americano con un gusto molto english. Era attirato dai vecchi negozi, quelli che sembrano essere sempre esistiti. Insomma che hanno una storia. E un passato dovevano avere anche i capi che lui cercava. Da qui il suo amore per le cose datate, i cappotti militari, le cinture western, le giacche di tweed che immaginava essere passate da padre in figlio.

L’idea di dare una forma rivoluzionaria alla cravatta gli era venuta tre anni prima, nel 1964, di ritorno dal viaggio di nozze in Europa con la moglie Ricky. Lì aveva visto modelli con nodi molto più grandi del normale. Allora Ralph aveva 25 anni e lavorava come commesso nel negozio di Rivetz a New York. Entusiasta della scoperta propose al suo datore di lavoro di creare una nuova linea che unisse il nuovo e la tradizione, dunque cravatte dal taglio largo, realizzate però con stoffe di qualità e dai colori accesi. Rivetz rifiutò ma Ralph non si arrese e si mise a cercare qualcuno che avesse voglia di scommettere su di lui. Ebbe fortuna perché poco dopo incappò nel direttore della Beau Brummel, una ditta di Cincinnati. Decise che si poteva anche rischiare e aprì una piccola divisione lasciando però a Ralph tutto l’onere che ciò comportava: ideare, realizzare e commercializzare il prodotto. A incuriosirlo, forse, non era stata solo la fattura ma anche l’idea del giovane sul prezzo di vendita. Se una cravatta poteva costare allora mediamente tra i 2 dollari e mezzo e i 5 dollari, per le sue Ralph intendeva partire da un prezzo base di 7 dollari e 50 per arrivare anche ai quindici.

Ralph non sapeva se aveva in mano le carte giuste. Ma le giocò, e vinse. Incoraggiato da questo primo successo, l’anno successivo ideò un’intera linea di abbigliamento maschile. La prima collezione, la rottura con le convenzioni del tempo: niente poliestere, niente influenze hippie. La sua icona era Cary Grant. Di lui aveva studiato ogni film. Aveva annotato come gli stavano le camicie, come erano tagliate le giacche, quanti bottoni avevano. Era andato nei negozi in cui Grant si serviva. Come un attore che vuole diventare un tutt’uno con la parte, aveva cercato di calarsi nei panni del suo idolo. Ne uscì una versione dandy dello stile Ivy League. Infine, quando nel 1971 presentò la prima collezione donna, e con questa il famoso logo ricamato raffigurante il giocatore di polo a cavallo, ebbe l’idea, allora assolutamente nuova, di creare camicie che erano una semplice variante di quelle maschili. Fu un’altra scommessa vinta. Ma per quanto le sue idee potessero apparire rivoluzionarie, erano nei fatti variazioni originali di uno stile che voleva rivitalizzare la tradizione.

Per Lauren la moda non è mai stata una forma di arte d’avanguardia per pochi iniziati. Anzi, rispetto all’avanguardia ha sempre avuto idee molto precise: la moda, quella che cambia a ogni stagione, nasce in città; ma lo stile, quello che resta generazione dopo generazione, arriva dalla campagna. Quella inglese, ovviamente. In modo democratico, tipicamente americano, e con occhio attento anche ai conti, il suo fine era quello di conquistare il guardaroba di tutti: ricchi e poveri, vecchi e giovani. E non solo. Ralph Lauren viene oggi celebrato come l’inventore dell’american style. Uno stile che riguarda anche un modo di vivere, dove fondamentale è il recupero di un retaggio culturale nel quale affiorano richiami alla vita rude dei cowboy così come a quella raffinatamente understated dei Vanderbilt nelle loro sontuose dimore. Uno stile che prima di tutto voleva fare suo e poi trasmettere. Non a caso Lauren, per rendere chiara l’idea di una giacca o di un taglio di pantaloni che voleva fossero disegnati, ha spesso usato descrizioni figurative del tipo: “Voglio essere un cowboy. Voglio essere un Lord. Sono ai Tropici, o a Montecarlo”. Una lunga costruzione.

Nato il 14 ottobre 1939, Ralph Lauren era infatti soltanto Ralph Lipshitz, quarto figlio di una coppia di ebrei russi ortodossi che avevano preso casa nel Bronx. Da quel quartiere, allora abitato prevalentemente da ebrei europei di ceto medio o anche basso, sarebbe poi uscita una nidiata di ragazzi di successo: il produttore televisivo Garry Marshall e sua sorella, l’attrice Penny Marshall, la star del cinema Gloria Leonard e, last but not least, il futuro rivale numero uno di Lauren, Calvin Klein. Mentre il padre di Ralph, seppur dotato di un certo talento pittorico, si era adattato, per mantenere la famiglia, a fare lo schmaerer, l’imbianchino-decoratore, la madre, una tipica yiddishe mame, tesseva il destino dei suoi quattro figli.

Per il più giovane, Ralph appunto, aveva pensato a un futuro da rabbino. Così gli toccò frequentare la severa Yeshiva Rabbi Israel Salanter e per un anno anche la Talmudical Academy di Manhattan. Ralph si sottometteva ma intanto correva dietro ai suoi sogni. A scuola non brillava particolarmente, eccetto per le materie che richiedevano fantasia e creatività. I pomeriggi più che sui libri li passava a fare shopping (grazie ai soldi che guadagnava facendo lavori saltuari) oppure al cinema con il fratello Lenny.

Il cinema fu il primo colpo di fulmine. “Ogni film voleva dire un innamoramento. Una volta il mio cuore batteva per Audrey Hepburn, un’altra per Grace Kelly. Il mio desiderio più ardente era di essere io la star di quel film. Non che volessi essere Gary Cooper o Cary Grant, volevo essere io a vivere quella storia d’amore”. Da qui la sua donna ideale, per la quale avrebbe disegnato in futuro, per la quale ha sempre disegnato: “Una donna cosmopolita, che parla più lingue, con una famiglia benestante alle spalle”. Da qui il suo ideale maschile, che sarebbe stato poi concretizzato da Robert Redford. Sia nei panni del protagonista nel “Grande Gatsby”, film per il quale Lauren fu chiamato a realizzare alcuni abiti, sia nella vita reale, con quel suo vestire un po’ cowboy, con quella passione per il suo ranch, a Sundance. E anche Lauren, che fino ad allora prediligeva capi sartoriali, virò sempre più verso jeans, t-shirt e stivaletti di cuoio.

“È stato il cinema a indicarmi il mio futuro, quello che volevo essere da grande. Ero catturato dalle storie che vedevo sullo schermo. Non erano però il bel tempo andato o la ricchezza dei protagonisti che mi affascinavano. Piuttosto la loro vita, irreale forse, ma che a me appariva romantica. Ed era questa l’essenza che volevo catturare”. Iniziò dunque a disegnare immaginando lo stile di vita del suo americano ideale: appartenente all’upper class, benestante ma non necessariamente miliardario; di bell’aspetto ma non figurino, sempre un po’ abbronzato e ovviamente sportivo; con una solida famiglia alle spalle, una moglie bella, preferibilmente bionda, e un nugolo di figli felici attorno. A poco a poco, come nel caso della collezione ispirata a Cary Grant, iniziò lui stesso a calarsi nei panni di questo uomo ideale. Non stupisce dunque che la biografia non autorizzata, “Genuine Authentic, The real life of Ralph Lauren” dell’americano Michael Gross, pubblicata a inizio anno, l’abbia particolarmente contrariato e che abbia cercato di bruciarne l’uscita commissionandone un’altra al critico di moda inglese Colin McDowell, “Ralph Lauren, the man, the vision, the style”.

Quella di Gross, pur essendo stata anche questa inizialmente commissionata dallo stilista, come racconta l’autore nell’introduzione, voleva raccontare la sua vita a tutto tondo, senza tralasciare nulla, nemmeno la liaison extraconiugale negli anni Ottanta con la modella Kim Nye. Ma Lauren si oppose, “per non ferire ulteriormente Ricky”. O forse, come dicono le malelingue della stampa fashion, per non offuscare l’immagine di americano modello faticosamente costruita. Se il cinema gli aveva mostrato un mondo che alimentava le sue fantasie, un’altra esperienza gli insegnò, almeno in parte, che esisteva anche nella realtà. Decisivi da questo punto di vista furono i tre anni di lavoro estivo a Camp Roosevelt. Vi era arrivato come semplice sorvegliante. I suoi modi gentili, la sua socievolezza l’avevano però ben presto fatto avanzare di grado fino a diventare capogruppo. Un risultato che sicuramente contribuì alla sua autostima. Ma ancora più importante, per il futuro, sarebbe stato il battesimo che lì ebbe con un certo tipo di società. Il campo era infatti frequentato anche da alcuni rampolli di famiglie bene. Il loro modo di essere, di vestire, corrispondeva esattamente ai suoi sogni. Anzi, lo spingeva a essere più ardito nelle sue fantasie: “Ecco cosa creerò un giorno, abiti preppy ma con un tocco molto sexy”.

La biografia di Gross ci informa che, pur non essendo un fervido credente, ma ossequiente ai dettami della madre, mangiò la prima pietanza non kosher all’età di 23 anni. Meno potere ebbe la signora Frieda su un’altra decisione. Il cognome Lipshitz aveva esposto i quattro fratelli a più di una spiacevole situazione, così nel 1959 uno di loro, Lenny, decise di cambiarlo in Lauren. Un nome facile da pronunciare e da ricordare, tipicamente americano ma senza connotazione sociale e che si adattava come un guanto alle aspirazioni di integrazione dei fratelli Lauren. I genitori ne rimasero profondamente sconcertati: era un chiaro segno che i ragazzi volevano allontanarsi il più possibile dalle origini ebraiche. Sembra un personaggio uscito da un romanzo di Philip Roth.

Guardando a ritroso la sua lunga carriera, si potrebbe dire che Lauren ha fatto nella moda quello che alcuni grandi immigrati ebrei – intellettuali, artisti, produttori hollywoodiani avevano fatto a loro tempo con il cinema e la cultura, cioè avevano costruito un ponte tra il vecchio e il nuovo mondo, e tra ebrei e gentili d’America. A partire dalla scelta del logo, il giocatore di polo. Voleva che i suoi abiti fossero sportivi, ma sofisticatamente sportivi. Il suo primo disegnatore, Sal Cesarini, col quale lo stilista non si lasciò benissimo, ha ritratto così il mondo ideale del suo ex datore di lavoro: “Pensava sempre ai ricchi gentili, agli abiti che questi indossavano quando uscivano da Wall Street e andavano a passare il loro tempo libero su fantastiche barche a vela o nei loro mitici ranch del Colorado. Come modelle sceglieva ragazze preferibilmente Wasp, o comunque ragazze che nulla avevano a che fare con il normotipo della donna ebrea”. Insomma quel lui e quella lei che da trent’anni, grazie a Bruce Weber, il suo fotografo preferito, ci raccontano dalle pagine di pubblicità il sogno targato Polo Ralph Lauren.

Un sogno di cui nel frattempo Ralph Lauren è diventato protagonista. Oltre ad avere una bella moglie e tre figli stupendi è proprietario di innumerevoli tenute tra cui ovviamente un ranch in Colorado, una villa a picco sull’oceano in Giamaica e una collezione invidiabile di auto d’epoca. Un sogno che l’ha visto salire la scala del successo gradino dopo gradino. Eppure Ralph Lauren (e le sue creazioni) non è mai stato accettato nella ristretta cerchia degli stilisti più esclusivi. Ad averlo reso famoso e a consacrarlo tuttora come il designer americano per eccellenza non sono i suoi completi sartoriali, gli abiti da sera o i tuxedo firmati Ralph Lauren Purple Label, ma le collezioni basic targate Polo Ralph Lauren diventate uno status symbol in tutto il mondo. Oggi sul suo website si legge: “Quello che ha preso il via trentacinque anni fa con una cravatta è diventato uno stile di vita che ha ridefinito la percezione del gusto e della qualità americana. Siamo stati i primi a creare una pubblicità che non mostrava solo modelli in posa, ma modelli che interpretavano una storia. E siamo stati sempre i primi a creare negozi che permettevano ai clienti di prendere parte a questa storia”.

Nel 1986 Lauren inaugurò il Rhinelander Mansion, il suo flagship store all’angolo tra Madison Avenue e 72nd Street. Disposto su cinque piani in stile neorinascimentale francese, questo stabile del 1898 racchiude e materializza tutte le fantasie che hanno guidato Lauren nel corso della sua lunga carriera. Chi vi entra viene accolto da pavimenti in legno di quercia, pareti rivestite di mogano, soffitti a botte con decorazioni a stucco, candelabri Waterford, antiche vetrinette Cartier, pannelli art déco di vetro verde e una galleria di dipinti antichi che fiancheggiano la scalinata centrale, identica a quella del Connaught Hotel di Londra. Sparsi qua e là, bastoni da passeggio, bric-à-brac, valigie d’epoca ricoperte con gli sticker di alberghi storici, vecchie racchette da tennis, canne da pesca, quasi che ci si trovasse in una casa vera e propria, i cui proprietari si stanno preparando a caricare il bagagliaio delle loro automobili per una vacanza nella Sun Valley. “Da ragazzo, quando vedevo delle bellissime auto pensavo sempre ‘wow, ci vorrei essere io dietro a quel volante’. Forse ho sempre cercato di dipingere un mondo da favola. Forse ho sempre cercato di far rinascere uno stile di vita che abbiamo perduto”. A tutti, Ralph Lauren fa sempre una sola domanda: “Questo è sempre stato il mio film. Il vostro qual è?”.  

In breve
Nato Ralph Lipshitz il 14 ottobre del 1939 a New York da genitori ebrei ortodossi, si fa notare nel 1967 con la sua prima collezione, targata Polo, di cravatte dal taglio molto largo e dai colori accesi. L’anno successivo presenta la sua prima collezione uomo e nel 1971 la prima per la donna. Quest’ultima è caratterizzata dal logo con il giocatore di polo, un logo diventato nel giro di poco uno status symbol in tutto il mondo. È considerato l’inventore di uno stile americano che abbina l’abbigliamento a un preciso modello di vita.

Andrea Affaticati è nata in Austria. Vive a Milano dove lavora come freelance per varie riviste.

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