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Mirko Lovini

“Non mangiarti mai le unghie, sono tue”: per lui, questo, fu l’undecimo comandamento. Infatti Icilio Loviniovich detto Mirko, oggi quasi novantanovenne, residente tra la modesta casa della figlia Mariangela maritata Favara, in vista di Randazzo sulle pendici dell’Etna, e il più comodo palazzotto del pronipote, arrabbiato petainista, Jean-Claude Aubrisson a Plan-de- Grasse in Provenza, era innanzitutto (lo precisa lui) un ladro, poi diventato soldato di ventura e, insieme, barbiere.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 30 luglio 2000

“Non mangiarti mai le unghie, sono tue”: per lui, questo, fu l’undecimo comandamento. Infatti Icilio Loviniovich detto Mirko, oggi quasi novantanovenne, residente tra la modesta casa della figlia Mariangela maritata Favara, in vista di Randazzo sulle pendici dell’Etna, e il più comodo palazzotto del pronipote, arrabbiato petainista, Jean-Claude Aubrisson a Plan-de- Grasse in Provenza, era innanzitutto (lo precisa lui) un ladro, poi diventato soldato di ventura e, insieme, barbiere. Il suo nome non lo troverete in nessun libro di storia, perché appartiene soltanto alla cronaca, che peraltro non s’è mai accorta di lui. Eppure ebbe amici e protettori preclari: sia in Francia, dov’è nato (il 16 dicembre 1901, a Plan-de-Grasse), sia in Italia. Quintogenito di Antoinette Aubrisson, nipote per parte materna di Martial Daru e quindi, alla lontana, anche lui imparentato con Stendhal, Lorenzo Loviniovich ebbe padre dalmata (di nome faceva Niccolò in onore di Tommaseo, lavorava a Grasse perché esperto distillatore di profumi). Lo animava perciò la forte spinta nazionalista verso l’Italia come la grande maggioranza che trae origine da quella terra di frontiera: in una lunga avventura che da Fiume lo portò a Hereford, Texas. Procediamo con ordine. Calvo da quando aveva sedici anni, Loviniovich è magro, supera di poco il metro e sessanta, porta lenti a contatto sugli occhi attenti (“ci vedo meglio quando mi rado a mano libera”), azzurro chiari come la spessa camicia in panno dalle maniche rimboccate da cui s’intravedono le vene gonfie sui bicipiti tuttora forti che s’agitano quando lui, con studiata destrezza, muove le lunghe mani da pianista o da sicario (sulla destra ha però una protesi) mentre parla adagio, dilatando le rughe attorno alle narici al soffio faticoso del respiro. Pratica ancora la caccia, beccaccini, beccacce e gatti, con lo stesso appassionato amore nutrito, dopo anni d’analfabetismo, per i libri di storia, preferibilmente biografie e resoconti di battaglie.

Come soldato di ventura esordì giovanissimo, nel Novecentodiciannove a Fiume. Non aveva fatto in tempo a cacciarsi nella Grande Guerra, sia per l’età sia per un fatto contingente: era in riformatorio a Venezia proprio per la sua precoce vocazione principe, quella del furto. Se sia stata, a farlo imbrancare con Gabriele D’Annunzio, una spinta “professionale” o un sincero moto d’italianità, proprio non so dire. E forse non lo sapeva bene nemmeno lui. So tuttavia per certo – lo raccontò anni fa alla Spezia l’americano Henry Furst, segretario del Poeta Soldato, a Toto Fornari e a Giovanni Ansaldo – che nella città olocausta Loviniovich (anzi Lovini: aveva italianizzato il nome) s’era portato benissimo. Specie come barbiere. Fattosi volontario nella Legione dalmata, poiché gli toccò soltanto la gavetta per il rancio, una coperta e una divisa grigioverde di soldato semplice, come ricorda Furst in un suo diario, per qualche spicciolo in più Lovini, il 14 novembre 1920 subito dopo l’occupazione dannunziana di Zara, s’improvvisò barbiere. La prima volta per rendere levigatissimo, con un affilato rasoio Solingen, il già “polito cranio” dello stesso comandante, nell’imminenza dell’incontro con il governatore della città, ammiraglio Enrico Millo. (Poiché a Lovini s’accompagnava una giovane assistente, il Vate gli dedicò questo non allusivo strambotto: “Non irto di pelo tu, abile/ sei nel polire volti e teste/ con affilata lama/ todesca e inclita,/ ma con altra intendo tu meglio/ polisca di lei/ più secrete e morbide, umide/ dolcezze, entro la pelosa f…a”). Tagliò i capelli anche a Millo, quindi agli altri due segretari del comandante, Giovanni Comisso e Léon Kochnitzsky. Non ci riuscì invece con Guido Keller, precisò Furst ad Ansaldo, “che si lasciava crescere lunghissima criniera”, ma sempre a Fiume poté servire Pietro Nenni e, questo lo dice oggi lui, sbarbare il russo Cicerin e addirittura fare la permanente alla figlia di Garibaldi. Quando le truppe del generale Caviglia costrinsero i legionari ad abbandonare Fiume, Lovini, il 22 gennaio 1921, fu l’ultimo ad andarsene, alla guida di un vecchio camion BL. Con un ricordo: s’era caricato su, già che c’era, senza trascurare arredo e specchi, un’intera bottega da barbiere. Alle due professioni aggiunse pertanto questa. La esercitò – evitando il servizio militare: a riformarlo fu un medico amico, legionario a Ronchi, cui aveva addotto la scusa di non volere entrare nell’esercito che aveva insanguinato Fiume – prima a Venezia, alla Giudecca. Quindi a Milano, nei pressi di via Paolo da Cannobio.

Certe cose, a predisporle, è forse la greca Ananche
, ovvero il Fato: un bel mattino Lovini si trovò in bottega Mussolini. Il futuro duce, per l’incipiente calvizie, era un tiepido cliente, quasi saltuario. Ma il solo vederlo fu, per Lovini, una folgorazione. S’iscrisse all’Umanitaria per imparare a leggerne gli articoli sul Popolo d’Italia; e s’iscrisse, naturalmente, al fascio. Quando Mussolini, andato di slancio al potere, si trasferì a Roma, non poté che seguirlo. La marcia non aveva potuto farla perché, quel 28 ottobre 1922, aveva impalmato una robusta triestina, Serena Zorn. Però, essendo antemarcia e grazie ai buoni uffici di un cognato capomanipolo, era riuscito a ottenere egualmente il brevetto di marciatore. Da D’Annunzio ebbe mille lire, quanto bastava per rilevare una botteguccia di coiffeur già con l’insegna “Mirko” (di qui il nome d’arte) in via di Monserrato, sull’orlo di Campo de’ Fiori. La crisi del 1929 gliela fece chiudere. Lovini teneva famiglia (la moglie gli aveva intanto partorito cinque figlie, l’unica sopravvissuta oggi è Mariangela). E, per campare, tornò alla vocazione primigenia. Però la mancanza d’esercizio gli aveva probabilmente arrugginito le mani: fu beccato, mentre taccheggiava sulla circolare, da un seniore della Milizia. Finì a Regina Coeli, ma per poco. Un altro cognato, a sua volta cognato d’un moschettiere del duce, lo tirò fuori. E Mirko Lovini, grazie ai suoi precedenti di marciatore antemarcia, riuscì a procacciarsi un angolino: in grigioverde e in tela coloniale, lui che aveva dribblato il servizio di leva, per due anni fu in Cina, volontario tra i nostri soldati nel Tonchino. Tornato a Roma, dopo una non breve parentesi come “barbiere-a-domiciliocon- cassetta” (anche a Palazzo Venezia, ma al servizio di Quinto Navarra, usciere di Mussolini), a fargli sbarcare meglio il lunario furono non soltanto i premi alle famiglie prolifiche, ma qualcosa di più: prima la guerra d’Etiopia e, subito dopo, quella di Spagna. In entrambe, un tipo come lui non poteva mancare: era animoso, eppoi pensava che tra una battaglia e l’altra avrebbe potuto arrotondare il soldo con qualche “prelevamento” (l’affascinava la “libertà di sacco” concessa da Napoleone ai suoi grognard), o come tosatore di legionari. Così fu. Poi, per sua fortuna, o sfortuna, gli capitò di lavorare così bene i baffi ad Arconovaldo Bonaccorsi che questi, presolo in simpatia, se lo portò alle Baleari, come barbiere personale. E pugnalatore avventizio.

In uno scontro Mirko perse il medio e la falange superiore dell’anulare nella mano destra, ma non l’abilità col rasoio. Meritandosi, in sovrappiù, una medaglia di bronzo franchista. Da allora, prese a mangiarsi le unghie e non rubò più. La conferenza di Monaco parve lì per lì frustrarne la carriera soldatesca, ma come ben sappiamo era tutto fumo negli occhi. Credendo nondimeno alla neutralità italiana, e circuito da un’avvenente garce di Neuilly con qualche risparmio, nel maggio 1939 piantò moglie e figlie alla volta di Parigi e, subito dopo, si stabilì a Londra in un bilocale in Maiden Lane. Nonostante le due dita in meno, sempre come barbiere. Ma il 12 giugno 1940 due bobby vennero a prelevarlo. Assieme ad altre centinaia d’italiani che non avevano lasciato il Regno Unito, anche Mirko finì internato nell’isola di Man. Vi apprese che “man”, in lingua celtica, significa “mezzo”, proprio a indicare che quell’isoletta è a metà strada tra l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda. Vi si trovò abbastanza bene, per via del clima mediterraneo dovuto alla Corrente del Golfo, che sulle coste fa crescere anche palme, e della razza dei gatti senza coda, a suo dire commestibilissimi, che s’industriò a cucinare (nel Dopoguerra, a Mazara del Vallo e a Cap d’Antibes, apprezzato da Bruce Marshall, Lawrence Durrell e Graham Greene, Mirko sarà anche cuoco). Nei campi d’internamento si giocava a tennis, a calcio, si facevano bagni di mare nella stagione estiva e c’era addirittura una scuola.

Mirko fu assiduo alle lezioni di Almorò Morosini
, che insegnava storia dell’arte ma anche polemologia, la domenica serviva messa eppoi partecipava alle Lecturae Dantis. A suo modo, si acculturò. A fine febbraio 1941, per una bronchite, venne trasferito all’ospedale militare di Londra. E, di nuovo, lo favorì l’Ananche: si trovò vicino di letto Jean- Paul Aubrisson, un cugino della madre e reduce di Dunkerque che, a parte i baffi, gli somigliava come un gemello. Quando questi la notte del 9 marzo 1941 morì di polmonite, col suo Solingen (lo teneva ben nascosto tra la suola delle grosse scarpe) Mirko gli rase i baffi, con la cera di una candela se l’incollò sotto il naso. Mise il cadavere nel proprio letto e s’infilò nell’altro. Lo scambio riuscì. In che modo raggiunse poi la Francia e, da Mentone, Ventimiglia, proprio non so dire. So soltanto, anche da testimonianze più che verosimili, che nel giugno 1941 Mirko finì volontario in Africa. A Derna (dove conobbe, tenutario di una “casa”, Amerigo Dumini) cadde poi prigioniero degli inglesi e chissà come, dopo un internamento presso Algeri, venne infine destinato al Criminal Fascist Camp di Hereford, Texas. Dopo l’8 settembre 1943 fu tra i cinquemila prigionieri italiani che, su 50 mila, come ricorda Gaetano Tumiati, rifiutarono di collaborare con gli americani. Tra questi cinquemila c’erano, tra gli altri, anche Giuseppe Berto detto Bepi (fu lì che scrisse “Tra la perduta gente”, romanzo che nel ’47 ebbe il titolo “Il cielo è rosso” da Leo Longanesi, cui Mirko, presente Montanelli, vendette tre pappagalli variopinti sì, ma falsi, “colorati a mano”), Dante Troisi, Ervardo Fioravanti. E Alberto Burri, che barattò con Mirko (lo possiede ancora) uno dei suoi primi quadri – in data 29 luglio 1944, un rettangolo 28 x 42 in tela di sacco con catrame, tesa tra quattro liste d’una cassetta in legno per patate – con un serpente. Mirko era abilissimo nel catturarli, e poi nel friggerli nella brillantina, testimonia ancora Tumiati, per placare la fame, dato che le razioni per i “non collaborazionisti” erano state ridotte a un’aringa e una pagnotta giornaliere, da dividere ogni otto uomini.

Fu anche assai abile nel procacciare la carta (igienica) per una rivistina, Argomenti, dove – con le correzioni di un comunista, antiamericano ostinatissimo, Ravagnoli – addirittura comparve un suo articolo sull’Arte della barberìa. Tornato in Italia e rimasto vedovo fece più mestieri, nel 1984 pubblicò a Catania un breve (e un poco scoordinato) opuscolo, “Memorie d’uno senza pensione”. Tutto fiero, bevendo pastis, me l’ha mostrato due settimane fa in un bistrot di Cannes. In sovraccoperta c’è una fotografia che mostra lui giovane, a Fiume, tra i legionari arringati dal Comandante. Con questa scritta: “Italiano, barbiere, soldato di ventura”. In essa, senz’offesa per nessuno, c’è anche, riassunto, un pezzetto della nostra storia. 

di Marcello Staglieno

In breve

Icilio Loviniovich è nato nel 1901 da padre dalmata e madre francese a Plande Grasse. Cominciò come “soldato di ventura” a Fiume dove, come barbiere, ebbe un attestato da D’Annunzio. Per
campare fu volontario (e barbiere) nel Tonchino, in Abissinia e Spagna. Internato nell’isola di Man nel 1940 e poi fuggiasco, combatté in Tripolitania. Fatto prigioniero, finì in Algeria e a Hereford, Texas. Qui conobbe Berto e Burri, di cui conserva una delle prime “tele di sacco con catrame”. Ha pubblicato un
volumetto di Memorie.


Marcello Staglieno è stato nel ’74 tra i fondatori del Giornale. Vicepresidente del Senato, ha diretto il Secolo d’Italia.

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