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Means Russell

È bello, Russell Means. Proprio bello, nonostante il sessantacinquesimo compleanno in arrivo e una quindicina di chili che appesantiscono quel fisicaccio da giocatore di basket e quella postura da grande capo indiano che ha sempre fatto impazzire le donne. Colpa del metabolismo rallentato e degli ettolitri di birra e whisky che il leader dell’American Indian Movement – nonché star di media grandezza nella riserva “etnica” di Hollywood – non nasconde di avere consumato, soprattutto nei suoi furiosi anni giovanili.

30 Novembre 1999 alle 00:00

È bello, Russell Means. Proprio bello, nonostante il sessantacinquesimo compleanno in arrivo e una quindicina di chili che appesantiscono quel fisicaccio da giocatore di basket e quella postura da grande capo indiano che ha sempre fatto impazzire le donne. Colpa del metabolismo rallentato e degli ettolitri di birra e whisky che il leader dell’American Indian Movement – nonché star di media grandezza nella riserva “etnica” di Hollywood – non nasconde di avere consumato, soprattutto nei suoi furiosi anni giovanili. Per dirla tutta, a giudicare dall’espressione con cui ora sta guardando fisso nel vuoto, in direzione delle Colline Nere sacre alla sua gente, i Sioux Lakota, qualche birra di troppo Mr Means deve farsela ancora adesso. Ma si è mai visto in South Dakota un uomo che non beva alcool? Gli occhi si sono fatti più liquidi, le labbra meno carnose e le trecce più sottili. Nel 1973, quelle trecce sventolavano come bandiere durante l’occupazione di Wounded Knee, quando Russell Means, Dennis Banks e altri leader dell’AIM guidarono la rivolta per reclamare la restituzione delle terre promesse agli Oglala (la tribù di Crazy Horse a cui Russell appartiene, una delle sette “bande” Lakota e Dakota) nel trattato firmato nel 1868 a Fort Laramie. Ma anche prima di allora, Russell era già riuscito ad attirare l’attenzione dei media, in quegli anni maggiormente assorbiti dalle proteste degli afroamericani. Alla fine degli anni Sessanta, Means aveva già guidato l’occupazione della malfamata isola di Alcatraz, sede dell’omonimo carcere nella baia di San Francisco.

Nonostante fosse nato nella più povera e isolata riserva indiana d’America, quella di Pine Ridge, a tre anni Russell traslocò con la famiglia a Vallejo, in California, dove il padre aveva trovato lavoro come operaio nei cantieri navali. Evidentemente, il vento caldo di Hollywood spirava fin nella tristanzuola Vallejo, se il giovane Russell venne su con un innato senso dello spettacolo e una prodigiosa capacità di parlare sempre in favore di telecamera. Doti che gli servirono in politica e, più tardi, anche per conquistare Hollywood: oltre a essere stato un indimenticabile Chingachgook, autentica quercia delle foreste in “L’ultimo dei Mohicani” di Michael Mann, Russell è entrato con la sua faccia cotta dal sole in “Natural Born Killers” di Stone e in una manciata di serial tv (“Walker Texas Ranger”), mentre la sua voce è stata quella del papà di Pocahontas, accanto a quella di Mel Gibson. Ma adesso Russell Means ha altro cui pensare. È tornato a vivere in Sud Dakota, e si è candidato alle elezioni per diventare capo della tribù Oglala. Si vota il 2 novembre, come per il “Grande padre bianco di Washington”, come dicevano gli antenati, e lui, avendo già stravinto le primarie del mese scorso, ha buone possibilità di farcela.

Quando si è famosi non si scappa a critiche, invidie e gelosie. Per cui le accuse che si sentono sibilare alle sue spalle fra la sua stessa gente vanno prese con un grano di sale: “Compare solo quando si accendono le telecamere. Ma dov’era lui, negli anni bui?”. Dov’era, dopo che l’Fbi aveva spazzato via l’American Indian Movement arrestandone i leader o costringendoli all’esilio? Già, dov’era? Beh, se i suoi fratelli rossi fossero un po’ più informati e magnanimi, ricorderebbero che anche Russell è stato in prigione, anche se solo per un anno. E in seguito in esilio, più o meno volontario, in cambio dello sconto sulla pena: una condizione revocatagli solo recentemente dal suo eterno nemico, l’ex governatore del Sud Dakota “Wild” Bill Janklow alla fine del suo mandato (cfr. il Foglio, 4 luglio 2004). Naturalmente, ora che Means ha fatto pubbliche dichiarazioni in favore del candidato repubblicano al Senato, gli stessi maligni insinuano che quella fosse una delle condizioni per il suo perdono. La verità è che Russell Means non ha mai fatto grandi differenze tra repubblicani e democratici (infatti li accomuna in un solo calderone, i “Demopubblicans”). La sua idea della realtà americana di oggi è quella di una società totalitaria: “È basata su una regola da boss mafioso, il 50 per cento più zero virgola uno prende tutto. Ma che ne facciamo delle minoranze, ignorate e zittite anche se avessero, paradossalmente, il 49,9 per cento? Non è una democrazia e non è neppure una repubblica. Anzi, il suo status di repubblica l’America lo ha perso nel 1840, quando diede alle multinazionali gli stessi diritti degli individui”. Le “multinazionali”, nella visione di Means, concentrano tutto il potere nelle loro mani e in quelle del governo. E il potere centralizzato non consente il libero mercato, caposaldo teorico della democrazia americana. “Prendi le fonti d’energia. C’è stato un inverno molto mite, e qual è stata la reazione delle compagnie petrolifere al diminuito consumo dei combustibili? Alzare i prezzi. Ridicolo. In un libero mercato, la conseguenza dell’incremento del prezzo del petrolio a barile non può essere un istantaneo aumento della benzina al distributore”. Fallo parlare, e Russell ritorna il guerriero che fu, quando già nel 1974 doveva venire eletto capo degli Oglala (ma il suo avversario Dick Wilson, dice Means, truccò le elezioni e gli portò via il posto, instaurando poi a Pine Ridge un regno di terrore che sfociò nel famoso “incidente” descritto da Robert Redford nel suo documentario, la sparatoria con l’Fbi e l’incarcerazione di Leonard Peltier).

Russell è uno cui la passione trasuda anche dalle suole dei mocassini. Un buon oratore, un libero pensatore. Uno che non prende prigionieri e non guarda in faccia a nessuno, che se ne frega del politically correct così come delle malignità sul suo conto. La gelosia, spiega, è uno dei vizi bianchi oggi più diffuso in terra indiana. Gelosia e invidia sono state assimilate a tempo di record, insieme a tutto il resto della cultura consumista che ha trasformato anche le riserve in una passerella per SUV (Sport Utility Vehicles) cromati e nuovi di zecca (e ci si chiede come possano venire pagate queste automobili, per quanto a rate, da gente che vive per lo più in scalcagnate trailer-house prefabbricate stipate di bambini). “Abbiamo perso i nostri valori tradizionali e abbiamo assimilato quelli più schifosi dei bianchi”. Per opporsi a tutto questo ha messo su una scuola insieme a sua moglie Pearl (la quarta, la quinta? Ho perso il conto. L’ultima che ricordo si chiamava Gloria: vivevano, nel 2000, a Chinle, nella riserva Dineh-Navajo dell’Arizona). La scuola si chiama The Lakota Total Immersion School. Niente di simile a una scuola normale. Qui si insegna a “essere di nuovo Lakota”. Così che qualsiasi cosa i ragazzi diventeranno in seguito, scienziati atomici o deputati, prima di tutto ricorderanno sempre di essere Lakota e di rispettare i valori tramandati dagli antenati. “Gli indiani stanno morendo grazie alla troppa simpatia”, dice con un amaro paradosso, “mentre quello di cui hanno bisogno è il rispetto”. Cita Emiliano Zapata: “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Russell Means nella sua vita ha avuto più avventure di Bertoldo (le ha raccontate con onestà quasi disarmante, “magre” incluse, nella sua autobiografia “Where White Men Fear to Thread”, nel 1995), più donne di Hugh Hefner (d’accordo, forse si tratta di esagerazione, ma non enorme) e più battaglie di molti capi indiani del passato. Eppure ha ancora l’entusiasmo di un ventenne.

Sempre pronto a incendiarsi, d’amore o di furia. Perciò gli si perdonino l’automitologia e quella spavalderia spaccona che gli fa dire che molti lo hanno paragonato a Sitting Bull e altrettanti credono che sia la reincarnazione di Crazy Horse. Non ne ha bisogno, tra l’altro. Già come Russell Means si è conquistato il suo posto nella storia. E senza vendersi l’anima. Così, alla fine, cosa importa che sia un po’ esagerato, non sempre preciso e veritiero nei resoconti, prepotente e intollerante con gli avversari? Avete forse mai visto un eroe dell’Olimpo che non peccasse d’ira o di vanità? Ancora oggi, nonno di una nidiata di nipoti che farebbero la gioia dei reclutatori dei marines, Russell Means si mantiene fedele a un unico credo, quello declamato molto tempo fa da Capo Giuseppe dei Nasi Forati e fatto suo alla fondazione dell’American Indian Movement: “Permettetemi di essere un uomo libero/ libero di viaggiare, libero di fermarmi/ libero di lavorare, libero di commerciare dove scelgo di farlo/ libero di praticare la religione dei miei padri/ libero di parlare, di pensare e di agire per me stesso./ E allora obbedirò a ogni legge o mi sottometterò a ogni punizione”. Russell Means divenne presidente dell’American Indian Movement nel 1970 e, a differenza di molti altri, non ha mai rinnegato questa parte del suo passato, che è poi in parte ancora il suo presente. Lavora, infatti, con la sezione dell’AIM del Colorado su diverse istanze. Ma l’appartenenza alla causa indiana non gli ha impedito di proporsi, nel 1988, come candidato alla presidenza del Libertarian Party, da cui uscì disgustato parecchi anni dopo, sostenendo che la leadership non capiva nulla di marketing (di cui Russell è invece un campione) e aveva invece il cervello imprigionato da inutili percentuali aritmetiche.

Uscire dal partito non gli ha impedito di professarsi libertario, “uno che crede nelle libertà individuali tanto in campo economico che in quello dei diritti civili”. Allo stesso modo, essere un rivoluzionario non gli impedì di partire per il Nicaragua, negli anni Ottanta, e denunciare gli abusi commessi dai sandinisti ai danni degli indiani Miskito, così come aveva già fatto, e continua a fare, con gli abusi delle multinazionali. Destò scandalo per esempio quando ricercò le conseguenze dei tranquillanti che negli anni Sessanta venivano somministrati nelle scuole ai bambini “troppo vivaci” per normalizzarli. Molti di quei bambini, scoprì, erano diventati i teenager responsabili delle violenze nelle high school o i leader delle gang locali. “Perché questo è l’atteggiamento di una società che noi chiamiamo libera e democratica: reprimere ogni sana espressione individuale che si distingua dalla norma, chiamarla malata, spezzarla, piegarla, distruggerla per uniformare tutti a un solo modo, a un solo pensiero e a un solo comportamento”. Niente a che vedere con i valori originari americani, fondati sul presupposto della massima libertà individuale. E se non lo sa lui, che può vantare l’appartenenza ai First Americans (come i nativi americani preferiscono chiamarsi ed essere chiamati, quando non accondiscendono, con autoironico omaggio a Cristoforo Colombo, all’appellativo di indiani o addirittura di “prairie nigger”, negri della prateria), chi volete che lo sappia?

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