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Jean Claude Duvalier

Ha un limite lo sprezzo del ridicolo? Per qualcuno no. Prendiamo questo vecchio grosso timido ragazzo creolo, figlio di uno dei più temibili assassini che abbiano mai guidato un paese, lui stesso non certo un’anima candida, cacciato con vergogna a fucilate e a calci nel sedere, in esilio ormai da diciassette anni, sempre in movimento per paura che gli facciano la pelle.

di Gino Nebiolo

30 Novembre 1999 alle 00:00

Ha un limite lo sprezzo del ridicolo? Per qualcuno no. Prendiamo questo vecchio grosso timido ragazzo creolo, figlio di uno dei più temibili assassini che abbiano mai guidato un paese, lui stesso non certo un’anima candida, cacciato con vergogna a fucilate e a calci nel sedere, in esilio ormai da diciassette anni, sempre in movimento per paura che gli facciano la pelle. Prendiamo insomma questo Jean-Claude Duvalier primogenito del defunto dittatore di Haiti, a buon diritto erede non solo del titolo di presidente a vita ma anche del nomignolo, Papà Doc il padre, Baby Doc il figlio. Non è che con tutti gli scheletri dentro e fuori dall’armadio adesso briga per riappropriarsi dell’isola infelice? Chi è riuscito ad avvicinarlo in uno dei suoi nascondigli più o meno segreti parla di un uomo normale soltanto all’apparenza. Appena apre la bocca si capisce che con la testa viaggia in un mondo onirico. Sarà il ricordo del potere assaporato fin da bambino all’ombra dei gangster statali chiamati Tonton Macoutes. Sarà la nostalgia per un paese visto sempre e soltanto dietro i cristalli opachi di una limousine blindata. Sarà l’illusione che la gente dell’isola abbia scordato tutto, i morti, la fame e il resto. Sarà che i governi venuti dopo di lui hanno continuato lo sfascio. Fatto sta che Baby Doc è entrato nella lista degli esuli che trafficano per il Grande Ritorno. Quel sobriquet di Baby Doc gli è rimasto appiccicato fino a oggi.

Era effettivamente un baby o quasi (16 anni appena compiuti)
quando il babbo lo presentò in Parlamento e con una cerimonia di alta comicità gli impose il titolo di successore. Aveva 19 anni quando alla morte del padre divenne il più giovane capo di Stato del pianeta. Ne aveva 35 quando esercito, popolo e marines americani lo costrinsero alla fuga. Adesso che ne ha 52 si offende se gli danno del baby. In Francia, del bébé. Come con Papà Doc aveva usato molte attenzioni, con lui la Francia non ha risparmiato favori. È l’unico paese al mondo ad avere accettato di ospitarlo. Lo ha fatto, bisogna dire, coprendosi gli occhi e mentendo senza decenza. Per ammansire un’opinione pubblica indignata, il primo ministro Laurent Fabius aveva dato per certo che la cortesia sarebbe durata otto giorni al massimo, poi via, ci pensassero altri, il Gabon, la Liberia, il Madagascar. Era il 1986. Baby Doc è ancora là. Tutti sanno che abita vicino a Parigi, i giornalisti hanno nome, indirizzo e numero di telefono del suo avvocato, ma l’attuale e tutti i governi che lo hanno preceduto giurano di ignorare se risieda in Francia o dove, negano di avergli accordato asilo o anche solo uno straccio di permesso di soggiorno e tempo fa un ministro dell’Interno, Jean-Pierre Chevènement, ebbe la faccia tosta di sostenere che “qualora l’esule si trovasse davvero nel nostro paese, sarebbe uno dei tanti sans-papier clandestini che, se beccati, come minimo vengono espulsi su due piedi”.

Jean-Claude arriva a Orly una sera piovosa di un gelido febbraio.
Scende da un aereo militare C-130 statunitense accompagnato dalla bella moglie mulatta Michèle, i due figli, la mamma, dodici gorilla e le credenziali cifrate di conti bancari. La stampa internazionale ha raccontato per filo e per segno le disgrazie degli haitiani durante la lunga signoria dei Duvalier, perciò le autorità non se la sentono di lasciarlo circolare sugli Champs-Elysées come un qualsiasi cittadino incensurato. Gli consigliano l’aria salubre della Costa Azzurra. Il gruppo prende dimora nell’ameno villaggio di Vallauris, reso celebre da Pablo Picasso. Baby Doc assiste da lontano ai conati di Haiti per trovare un assetto dopo la sua dittatura grottesca e sanguinaria. Gioisce del fiasco colossale nelle elezioni per una nuova Assemblea costituente (95 per cento di astenuti) e dei salti mortali del suo successore, il generale Namphy soprannominato Chouchou, Coccobello, che peraltro non dovrebbe dispiacergli essendo stato il comandante delle sue Forze armate. Questo Namphy è di buona scuola, fa sparare contro gli scioperanti, fa uccidere il candidato democristiano alla presidenza, fa fucilare una cinquantina di studenti che protestano e alla fine, schiacciato dal responso elettorale, deve cedere la poltrona al progressista Manigat.

Il quale pochi mesi dopo viene rovesciato dal generale Coccobello, il quale viene rovesciato dal generale Avril, che dopo avere compiuto la sua brava serie di carneficine ed eliminato quasi tutti i leader dell’opposizione viene rovesciato dal generale Abraham, il quale viene rovesciato dall’ex prete salesiano Aristide, il quale viene rovesciato dal generale Cèdras, il quale, tra rivolte popolari, massacri e tentativi di putsch, messo sotto pressione dagli Stati Uniti è costretto a far pace con Aristide e a consegnargli il potere. La storia contemporanea di Haiti è tutta un déjà vu: sempre molto sangue, molta baraonda politica, mafie e miseria. Ma a distogliere l’esule dall’attenzione per il succedersi truculento degli eventi in patria si abbattono su di lui le prime grane in terra d’esilio. Riguardano i soldi. A uno dei presidenti haitiani venuti dopo nasce la voglia di sapere a quanto ammonta il bottino dei Duvalier, messo insieme dirottando all’estero i proventi delle tasse sul tabacco, il petrolio, la farina, i prestiti internazionali, forse le tangenti sul contrabbando di droghe. Si rivolge a un’agenzia specializzata nella ricerca di capitali occultati, l’americana Kroll Associates. Del malloppo i segugi scoprono che tra 120 e 200 milioni di dollari sono depositati in banche svizzere e altri milioni investiti in Francia nel settore immobiliare, incluso un castello del XV secolo a Théméricourt nella Vald’Oise a una cinquantina di chilometri dalla capitale.

I governi haitiani iniziano subito un’azione per recuperare la refurtiva, che a causa del marasma politico di laggiù si perde per strada (la Kroll non è stata mai pagata per il suo lavoro). Il tenore di vita della famiglia è adeguato al patrimonio. Tutti spendaccioni. Michèle è una habituée delle grandi case di moda, dei grandi gioiellieri pagati generosamente cash. Il marito offre cene regali, dispensa mance principesche, viaggia su automobili miliardarie, e poi deve mantenere le guardie del corpo, il personale del castello, gli istitutori dei figli, le cameriere della mamma, ragionieri, legali. Qualcuno insinua che sia una gallina dalle uova d’oro anche per certi partiti francesi: altrimenti, come si spiegherebbe questa sua insolente impunità? Nessuna meraviglia se il contante incomincia ad assottigliarsi, tanto più che il Consiglio federale elvetico decide di bloccargli i conti. E lo stesso fa la Francia. Dato che le disgrazie non vengono mai sole, la moglie di Baby Doc, che tiene i cordoni della borsa, lo abbandona portando via il liquido (il solido è già ipotecato), divorzia e trova sistemazione con un imprenditore di Nizza. Ci si mette pure il fisco, che pignora il maniero di Théméricourt. Le autorità di polizia fingono sempre di ignorare i recapiti di Duvalier, ma non gli uscieri che gli consegnano ingiunzioni di pagamenti, solleciti, minacce di sequestri.

Un giornale pubblica tra gli annunci economici la ricerca di impiego
per “un’alta personalità di Haiti”. Certo è uno scherzo, ma a questo punto Baby Doc se la passa proprio maluccio. Va a vivere in un albergo a due stelle a Mougins, vicino a Cannes, l’Eden Bleu, e bisogna sentire che cosa dice Patrick Budail, il proprietario: “Ogni mattina alle 10 Monsieur le Président ordinava il primo whisky-cola. Di solito innaffiava con quell’intruglio tutta la sua cricca, gorilla, autisti e certi americani di Miami che dicevano di garantire per lui, dato che Monsieur le Président mostrava di non disporre di spiccioli”. Nell’Eden Bleu rimane sei mesi. Alla partenza lascia uno scoperto di 110 mila franchi. L’albergatore lo denuncia per truffa ma la pratica si addormenta nella cancelleria del tribunale di Nizza e gli agenti lo invitano a smetterla di perseguitare l’ospite, a scanso di problemi. Problemi? Sì, magari una pallottola vagante… Pallottole a parte, ormai Baby Doc Duvalier ufficialmente è irreperibile, malmesso di salute e al redattore di un magazine francese confessa di essere un uomo rovinato: “Vivo grazie all’aiuto della comunità haitiana in Francia”. Non si capisce di quale comunità stia parlando. Forse si tratta di facoltosi haitiani nostalgici del suo regime, perché i fuoriusciti sono tutti oppositori evasi dall’isola e parenti di vittime della dittatura.

A Parigi hanno costituito un comitato “per la condanna di Duvalier”
e due volte al mese fanno sitting di protesta in piazza della Bastiglia. Gente decisa. Prende un clandestino di Tunisi e lo manda avanti: “Perché io vengo espulso e Monsieur le Président no?”. Il tribunale di Grasse accoglie la denuncia e incrimina Baby Doc per soggiorno irregolare. L’imputato rifiuta di presentarsi. Il suo legale definisce il dibattito “una buffonata” e sostiene che Duvalier gode di uno speciale diritto di asilo. Falso. Il Consiglio di Stato ha da tempo respinto per lui lo status di esule politico. In ogni caso è impossibile rincorrerlo perché cambia continuamente domicilio e la polizia non ha nessuna voglia di cercarlo. “Lui un sans-papier? I papier che permettono a Baby Doc di restare in Francia sono i biglietti di banca”, commenta Léon Schwartzenberg, ex ministro francese della Sanità. Gli esuli non si arrendono, chiedono alla Giustizia di processare Baby Doc per delitti contro l’umanità. L’accusa è grave ma il fascicolo che essi depositano è pieno di verità provate. Una volta insediato, nel 1971, il giovanotto aveva lasciato capire che qualche correzione al modo paterno di gestire il potere l’avrebbe fatta, anche perché gli Stati Uniti l’avevano pretesa. Voleva presentarsi come un riformatore e far dimenticare al popolo le violenze, le repressioni e la corruzione del regime. “Papà ha compiuto la rivoluzione politica”, diceva, “e io realizzerò quella economica”. Parole. Tanto poco si fidava del figlio, che prima di rendere l’anima Papà Doc gli aveva composto il futuro governo: tutti i vecchi complici, che all’erede toglieranno subito ogni capriccio.

Come un automa, per quindici anni Baby Doc segue esattamente le orme del padre.
Lascia mano libera ai Tonton Macoutes, i miliziani che prendono il nome dall’orco del folklore caraibico che va in giro a rapire i bimbi e divorarli. Questi commandos della morte torturano gli oppositori quando non li uccidono, saccheggiano e incendiano le case, spargono il terrore nelle campagne, sono i veri padroni di Haiti. Dei Tonton Macoutes hanno paura persino i ministri, persino i generali. Per farsi in qualche modo perdonare, il giovanotto cerca i favori della povera gente. Visto che le riforme non le fa, concede le elemosine. Circondato dagli sbirri si spinge nei vicoli delle bidonville di Port-au-Prince e distribuisce banconote a chi trova l’ardire di avvicinarsi alla sua Rolls. Certe notti compare nei templi vudu. Il padre aveva protetto i fedeli di questo culto per guadagnare la loro alleanza e il figlio va oltre, partecipa alle cerimonie, alle danze, ai sacrifici di animali, giura di credere agli zombi, i cadaveri vagabondi, alle donne vampiro, di adorare il Barón Samedi divinità dei cimiteri, si serve dei preti vudu per far spiare la vita dei villaggi, nomina persino deputati o membri del governo sacerdoti e sacerdotesse della magia nera. Le promesse non mantenute, la corruzione e la ferocia dilatano il malcontento.

Le prigioni si riempiono, la gente continua a sparire, il mare restituisce decine di corpi
di uccisi. Chi può fugge in Florida, nelle Bahamas. Chi resta subisce rastrellamenti, fucilazioni sommarie, partecipa a manifestazioni di collera popolare stroncate a colpi di bazooka, a sommosse per la fame, alla marcia di 50 mila giovani, alla profanazione della tomba di Papà Doc, allo stato di assedio, alla rivolta che si espande a macchia d’olio, alla caccia ai Macoutes, assiste all’intervento delle truppe americane. E alla fuga di Monsieur le Président. Il quale ora pensa di riprendere il potere. Qualcuno ha deciso per lui di presentarlo candidato alle prossime elezioni presidenziali. A Miami e a New York gruppetti di facoltosi duvalieristi tengono comizi per esaltare la figura dell’esule. E l’esule partecipa ai raduni pronunciando vibranti discorsi. Li pronuncia per telefono, dato che gli Stati Uniti non lo vogliono tra i piedi. Il progetto non si regge, ma nell’isola infetta dal caos politico tutto ormai sembra possibile. Anche che il buffo Baby Doc, benché orfano delle mitragliette dei Macoutes, trovi il fegato di sfidare gli sberleffi, se non il linciaggio. Dimenticavamo la Francia. Il processo contro di lui per crimini contro l’umanità non avrà mai luogo. La procura di Parigi ha respinto la richiesta dei fuoriusciti, poiché né i denuncianti né il denunciato hanno la nazionalità francese. E ti pareva.

di Gino Nebiolo

Jean-Claude Duvalier • È nato nel 1951 a Haiti, figlio del dittatore François “Papà Doc”. A 19 anni diventa il più giovane capo di Stato del pianeta. Avvia qualche timida riforma, ma in breve militari e vecchi ministri del padre hanno la meglio sul suo debole carisma. Haiti si trasforma in un regno della corruzione e del terrore, che dura fino al 1986, quando Baby Doc viene deposto da un golpe. Si rifugia in Francia, dove sono depositate gran parte delle fortune di famiglia, trafugate allo Stato haitiano. Ma presto i suoi conti vengono bloccati. Vive tuttora in Francia, tra grane giudiziarie e improbabili sogni di una rentrée.

Gino Nebiolo è stato inviato e corrispondente per la Rai. Ha scritto libri di saggistica e narrativa.

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