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Hussein Aziza

“Quella signora…”. Lo sceicco china la testa e torce le dita. Il discorso lo imbarazza. “Mi sembra che quella signora sostenga una causa empia, disastrosa per le famiglie e la sicurezza morale della società”. Lo sceicco è l’(ex) onorevole Ibrahim Daoud el-Badawi, infaticabile commentatore del Corano troppo radicale persino a giudizio dei professori dell’università cairota Al-Azhar, la roccaforte dell’ortodossia islamica.

di Gino Nebiolo

30 Novembre 1999 alle 00:00

“Quella signora…”. Lo sceicco china la testa e torce le dita. Il discorso lo imbarazza. “Mi sembra che quella signora sostenga una causa empia, disastrosa per le famiglie e la sicurezza morale della società”. Lo sceicco è l’(ex) onorevole Ibrahim Daoud el-Badawi, infaticabile commentatore del Corano troppo radicale persino a giudizio dei professori dell’università cairota Al-Azhar, la roccaforte dell’ortodossia islamica. “Perché senza una riduzione chirurgica dei, diciamo dei… insomma dei genitali”, mormora a occhi chiusi, “la donna sarebbe continuamente in preda a desideri libertini per ogni uomo che incontra”. Il disagio del dignitario è pari alla gravità dell’argomento: la “circoncisione”, termine troppo eufemistico per dire la mutilazione genitale femminile (MGF) tuttora praticata in Egitto, in alcuni paesi europei di immigrazione islamica e in molte regioni dell’Africa musulmana. Qualche anno fa la Cnn mandò in onda il documentario di un intervento compiuto senza anestesia dal barbiere di un villaggio nel delta del Nilo su una bambina di tredici anni. Non risparmiava nulla, le grida di dolore, la crudeltà imperturbabile dell’officiante, l’affaccendarsi euforico di megere intorno al giaciglio di paglia.

Aveva luogo in quel giorni al Cairo una Conferenza delle Nazioni Unite
sulla popolazione, che alla MGF dedicava un’attenzione prudente essendo il tema, appena fuori dalla sala, uno dei tabù più ermetici. Fu in tale occasione che “Quella signora” fece sentire la sua voce. Aveva in mano un solo foglietto e si limitò a leggere dei numeri, a citare referti medici e a invitare gli intervenuti ad andarsi a vedere il servizio televisivo, che stava sollevando uno scandalo senza precedenti. Era Aziza Hussein, veterana delle battaglie per l’emancipazione della donna in Egitto, e quando si dice emancipazione si deve pensare alla lotta contro un insieme inestricabile di retaggi che va dal velo al matrimonio forzato, dalla poligamia al ripudio, dal controllo delle nascite fino alla clitoridectomia e alla infibulazione. A quel tempo il profilo di Aziza era già inciso su una medaglia che la Fao dedica ai protagonisti delle grandi operazioni contro la fame e la povertà. Di tutti i re e i capi di Stato celebrati, lei e Madre Teresa erano probabilmente i destinatari più legittimi dell’alto riconoscimento.

Prima di dedicarsi alle donne Aziza lavorava infatti per lo sviluppo del Terzo Mondo e nel suo paese aveva fondato le Gamiyat Al-Fellah, società contadine per migliorare la vita nelle campagne. Appena ventenne, nel 1952, si trova in Giamaica con un programma dell’Onu per gli aiuti ai Caraibi assieme al marito Ahmed, specialista di riforme agrarie, quando arriva una telefonata del colonnello Nasser: “Ahmed, abbiamo abbattuto re Faruk e c’è bisogno di te”. Ahmed era stato ministro degli Affari sociali in un governo monarchico e si era dimesso perché il re non gradiva la sua politica e lui non gradiva il re. Anche il padre di Aziza aveva retto il ministero della Sanità in un governo detto “delle 24 ore” per la sua durata fulminea. Nasser conosce l’integrità, le capacità e la straordinaria rete di rapporti internazionali di questa coppia: offre ad Ahmed un posto nel gabinetto rivoluzionario. Ahmed si consiglia con Aziza e alla fine rifiuta: “Sapevamo che, in un regime come quello dei Liberi Ufficiali, sui civili ricadono soltanto le responsabilità degli eventuali insuccessi, mentre il potere lo avrebbero avuto interamente i militari”.

Ciò non vuol dire che gli Hussein rifiutino di collaborare.
La priorità di Nasser riguarda il Canale di Suez, controllato dagli inglesi e dai francesi dei quali reclama il ritiro. Vorrebbe che gli Stati Uniti gli dessero una mano e chiede l’aiuto di Ahmed, che ha buoni amici anche alla Casa Bianca. Lo manda ambasciatore a Washington. Gli incontri con Eisenhower e con il segretario di Stato Foster Dulles sono tormentati, non bastano pazienza e promesse per convincerli. Aziza vede deputati e senatori, è di casa al Congresso. Il 26 luglio 1954 l’Egitto blocca il Canale, l’Urss si schiera con Nasser, Gran Bretagna e Francia mandano i paracadutisti, Israele attacca la Striscia di Gaza, i paesi arabi si mobilitano, i cannoni di Nasser affondano navi israeliane. La guerra è incombente. Anche per la tenacia di Ahmed Hussein e della moglie si attiva in extremis la mediazione americana. Londra e Parigi richiamano le truppe. Il Canale resterà all’Egitto ma l’Egitto diventerà vassallo di Mosca. Ahmed non fu nemmeno consultato. Tra lui e Nasser ormai la sintonia era esaurita. Il riconoscimento della Cina, l’unificazione politico-militare con la Siria, i preparativi di un’offensiva contro Israele mentre vi erano problemi interni più urgenti, tutto spingeva Ahmed a lasciare il suo posto.

La persona alla quale Aziza si ispira è Hoda Sharawi,
la prima egiziana che nel 1920 sfidò i religiosi strappandosi il velo e marciando per le vie di Alessandria a viso scoperto. Gli integralisti guardano come sacrileghi e indecenti i tentativi di liberare la donna in una società maschilista. Scagliano contro Aziza i versetti del Corano che stabiliscono la supremazia dell’uomo (Sura II: “L’uomo ha autorità sulle mogli in virtù della preferenza che Allah gli ha accordato su di esse”). “Vogliono perpetuare la sottomissione assoluta. In casa e fuori. Vanno contro la storia. Faccio un esempio tra mille anacronismi. Sebbene in qualche paese più evoluto, come l’Egitto, sia consentito alla donna di accedere anche ai gradi alti della funzione pubblica, fino a diventare deputato e ministro, è sempre il marito a decidere se si può o non può muovere. Così vediamo mariti che proibiscono alla moglie medico di specializzarsi all’estero o anche solo di partecipare a un congresso. Ai tempi di Sadat la famosa giurista e ministro degli Affari sociali, Aicha Rateb, fu mandata dal governo in Francia per una missione importante ma non poté partire perché il marito negava il consenso. Richiamandosi alla sharia quell’uomo riuscì a fermare al decollo l’aereo e non ci fu niente da fare”.

Aziza ricorda altri casi limite, come quell’assise internazionale
dell’Onu a Nairobi per l’Anno della donna dove la delegazione dell’Arabia Saudita si presentò tutta composta di uomini. E se la presenza di un insegnante maschio è tollerata in un’aula scolastica egiziana di ragazze (anche nella rigorosa università Al-Azhar dove vige la separazione dei sessi), in Arabia sono ammesse soltanto insegnanti femmine. Quando proprio non è possibile farne a meno, il professore sta in una stanza adiacente e fa lezione con un circuito televisivo. Le allieve seguono dal teleschermo. Se hanno domande, gliele rivolgono per telefono. Oggi in Egitto su cento laureati in medicina trenta sono donne, su cento insegnanti quaranta sono donne, cinquanta diplomati delle scuole tecniche su cento sono ragazze. Questi numeri dovrebbero modificare lo stereotipo della femmina islamica oppressa. Ma è soltanto una faccia della realtà. La Costituzione si ispira alla sharia. Dunque non abolisce la poligamia e il ripudio, contemplati dal Corano. Nemmeno Nasser osò eliminarli. “A parte l’aspetto umano, io dico che se l’uomo prende tre o quattro mogli, e ogni moglie vuole affermarsi sulle altre mettendo al mondo più figli, le nascite crescono in numero esponenziale. Lo sa che ogni anno in Egitto abbiamo un milione e 200 mila nuovi nati?”.

Il conflitto tra Islam immobile e Islam aperto tocca anche questo terreno, dove da decenni laici e religiosi sono divisi nella scelta se ammettere o negare la contraccezione. Ma non è il maggior contrasto. La battaglia più dura di Aziza riguarda la mutilazione femminile. Con il suo Comitato per sopprimere le pratiche tradizionali e la task force contro l’MGF, assieme a vari altri gruppi non governativi, tenta di riscattare la donna dalla crudele rappresentazione fattane da Tahar Ben Jelloun: “Corpo mutilato, desiderio soffocato, parola proibita, immagine censurata, realtà negata”. Secondo l’Oms almeno l’80 per cento delle egiziane di campagna e più della metà nelle zone urbane, all’età di 10-12 anni sono sottoposte a questa pratica. “Io considero coraggioso già il fatto di parlare di un problema che è sempre stato interdetto. È un cammino maledettamente difficile. Nasser aveva proscritto fin dal 1959 la mutilazione e proibito ai medici degli ambulatori statali di eseguire interventi di questo tipo, ma il provvedimento non soltanto non era applicato ma paradossalmente aggravava le cose. Perché, quando il medico rifiutava, le famiglie si rivolgevano alla daya, l’ostetrica autodidatta, al barbiere, a persone prive di qualsiasi nozione igienica.

È una sofferenza che la donna porta per tutta la vita
, nel primo incontro con l’uomo, nel parto e oltre”. Fino a qualche anno fa in Egitto esistevano i cosidetti “centri della luna di miele” dove veniva consumata la prima notte di nozze: si trovavano fuori dai villaggi perché le ragazze non disturbassero la gente con le loro grida. Inutile aggiungere che il piacere è totalmente o in gran parte negato. La strada di Aziza è una serpentina. Fino a dieci anni fa un decreto autorizzava gli interventi nelle forme considerate superficiali, che tuttavia sono mutilazioni perpetue e spesso causa di morte. Pressato da Aziza e dalle sue compagne, il ministro della Salute decise di limitare gli interventi ai soli ospedali un solo giorno la settimana e solo da medici qualificati. Aziza la giudicò una soluzione ipocrita. Organizzò una campagna mondiale e sotto l’incalzare delle proteste internazionali il ministro dovette rimangiarsi il provvedimento. Non potendo farlo negli ospedali, i medici operavano in casa o in ambulatori di fortuna. Un nuovo decreto per vietare questo espediente scatenò l’opposizione dei conservatori, alla testa dei quali lo sceicco misogino el-Badawi invocava Maometto che in un hadith sembra sconsigliare le pratiche più radicali ma non le altre.

Gli ulema di Al- Azhar sostengono infatti che “l’ablazione non è soltanto un dovere per le ragazze ma un obbligo tradizionale apprezzato da Dio”. Per l’avvocato Al Banna, figlio del fondatore della setta fondamentalista dei Fratelli musulmani, “se è vero che il Corano non ne parla, questo resta un atto di saggezza, un calmante per la fanciulla e una tutela della sua verginità”. Il ministro dovette cedere all’offensiva e consentire che la pratica fosse mantenuta negli ospedali. Aziza e i riformatori ricorsero allora al Consiglio di Stato, che finalmente proscrisse la mutilazione. Oggi siamo a questo punto. La MGF è proibita ma viene esercitata più o meno alla luce del sole. Ai gruppi guidati da Aziza si sono uniti i religiosi moderati e lo stesso governo sostiene esplicitamente il loro lavoro. L’età e gli acciacchi le tolgono il gusto di scendere ancora in campo, ma non si rassegna. Scrive libri scientifici e anche romanzi dove la donna è sempre il personaggio centrale. Pensa di essere stata utile a contenere, forse a ridurre una tradizione umiliante. Ride degli attacchi degli sceicchi fanatici e dei padri egoisti. Non si cura delle minacce. “La prossima generazione, dice, vedrà la donna liberata anche da questa barbarie”.

di Gino Nebiolo


Aziza Hussein • È nata in Egitto nel 1932. Suo padre era stato ministro della Sanità ai tempi di re Faruk; il marito Ahmed, specialista di riforme agrarie, lo era stato degli Affari sociali. Dagli anni 50 Aziza lavora col marito a progetti di sviluppo in patria e all’estero, per conto dell’Onu e della Fao. Da oltre vent’anni si dedica alla battaglia contro la mutilazione genitale femminile, uno dei più atroci tabù sessisti della sua terra e dell’Islam africano. Grazie all’impegno dei suoi comitati, oggi la MGF è proibita in Egitto, ma viene ugualmente esercitata.

Gino Nebiolo è stato corrispondente della Rai e inviato. Ha scritto libri di saggistica e di narrativa.

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