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Giovanni Papini

Papini amava molto i giovani e più ancora i giovanissimi. Li seguiva taciturno nel loro cammino senza intimorirli con la sua ombra, li spiava con la stessa trepidazione della mamma quando spia i primi passi incerti del bambino. Aveva a volte parole che potevano sembrare roventi sferzate ma in fondo non erano altro che una ruvida carezza, che serviva a rinfrancare.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Papini amava molto i giovani e più ancora i giovanissimi. Li seguiva taciturno nel loro cammino senza intimorirli con la sua ombra, li spiava con la stessa trepidazione della mamma quando spia i primi passi incerti del bambino. Aveva a volte parole che potevano sembrare roventi sferzate ma in fondo non erano altro che una ruvida carezza, che serviva a rinfrancare. Pochi giorni dopo la nostra conoscenza mi accolse in casa sua come un vecchio amico e ogni dopo pranzo, dalle due fino alle cinque, lo trascorrevo con lui. Abitava allora in una vecchia casa in Via de’ Bardi quasi in faccia al principio della Costa Scarpuccia a un quinto piano sopra i tetti. Una casa modestissima che appollaiata a quell’altezza pareva proprio il nido adatto per Gianfalco come egli ai tempi del Leonardo amava firmarsi. Allora gli occhi di Papini erano già stanchi, riparati da grosse lenti che però gli davano a volte una curiosa fosforescenza come l’hanno quelli dei falchi. Occhi buoni, ma occhi di rapina. La notte egli vegliava lungamente sopra i suoi lavori di filosofia scindendo così in maniera netta il Papini di Lacerba che operava il giorno, dal Papini filosofo che utilizzava la notte.

A volte quando io arrivavo a casa sua nel pomeriggio lo trovavo addormentato nello studio, sopra un piccolo divano, rannicchiato sotto il leggero pastrano che gli serviva da coperta. La moglie, una buona donna molto semplice e molto bella, mi raccomandava di non svegliarlo perché la notte aveva tanto vegliato. Lo chiamava Papini e non per nome, con un rispetto così devoto e umile che a volte stupiva. Sul tavolo c’erano spesso le bozze di stampa di una collezione filosofica edita dal Carabba di Lanciano e che il Papini dirigeva; e io allora mi ponevo al tavolino e ne correggevo più che potevo prima che lui si svegliasse. Sapevo di fargli piacere, anche perché quel lavoro manuale lo stancava molto e stancava sopratutto i suoi deboli occhi per via della stampa fitta e di corpo piccolissimo. Il suo studio era una stanzetta molto angusta, più lunga che larga, con l’unica finestra al livello di un tetto. Un abbaino poco distante limitava la vista e si scorgeva a malapena a destra un ciuffo di alberi lontani e a sinistra un pezzo di cielo rigato da qualche parafulmine e da una raggiera di fili telegrafici. La parete contro la finestra era tutta occupata dalla libreria, poi due seggiole, un divano, un tavolinetto male in gamba incastrato sotto la finestra. Non c’era altro.

Alle pareti il suo ritratto dipinto dal Costetti e alcuni disegni
; sul tavolino una bella zucca gialla da pescatori con sopra scritto a stampatello con l’inchiostro: “Hombre”. Erano quelli i tempi duri per Papini; le collaborazioni per i giornali e il lavoro per gli editori rendevano poco. Lacerba cominciava a dar qualche cosa e i libri pubblicati dalla Libreria della Voce anche. Ma non bastava. Me ne accorgevo da tante cose; e sopratutto da certi tristi sorrisi di Papini quando mi parlava di questo argomento e mi diceva che per risparmiare ancora di più avrebbe fumato le sigarette popolari. Ma dar la stura ai ricordi può parere adesso una vana millanteria. Papini è ancora giovane, io pure. Io debbo a lui tra l’altro anche un po’ della mia cultura; e quella parte è la migliore. Quando lo conobbi, le mie conoscenze della letteratura italiana moderna erano assai limitate; ed egli mi scoprì davanti agli occhi dei mondi nuovi. Le letterature straniere mi erano pressoché sconosciute ed egli mi aprì i forzieri delle sue preziose conoscenze. Mi regalò dei libri italiani e francesi, mi insegnò sopratutto a leggerli. Può far ridere ciò che dico; ma quelli che sanno veramente leggere un libro son pochi.

Me ne accorsi allora per la prima volta e avrei pianto di rabbia e di sgomento.
Conservo ancora quei suoi libri, tutte modeste edizioni economiche con una stampa fitta da cavar gli occhi anche a una lince, la più parte edite dal Berthier di Parigi, dal Sonzogno e dal Carabba. Uno del Diderot, “Paradoxe sur le Comédien” reca nella pagina finale alcune sue acute osservazioni. Prezzolini disse più tardi in un suo libro che Papini ha una maschera plebea. Non capisco come possa sentire e vedere ciò. Papini è brutto, lo sanno tutti, anche quelli che non lo conoscono. Ma la prima volta che io lo vidi dormire rannicchiato nel suo piccolo divano ebbi l’impressione di un pezzo di scultura michelangiolesca di marmo ingiallito. E Michelangiolo che io mi sappia aveva l’incapacità di creare qualche cosa che arieggiasse al plebeo. La sua bruttezza attira e non può respingere.

Può respingere gli imbecilli e i mediocri; anzi sono gli unici questi
che possono accorgersi della sua bruttezza. Per gli altri è differente; perché sentono attraverso i suoi occhi che quasi non vedono, che cosa è riposto in quell’uomo lungo, magro e mal squadrato che un ragazzo potrebbe facilmente abbattere; ma che è forte per quel suo fascino di sognatore malinconico, crucciato e addolorato, che si rivela nelle sue stesse parole, anche se crude, violente, colleriche. Quando mi vide partire per la guerra con la mia uniforme di ufficiale nuova di zecca, si levò gli occhiali e stette per un pezzo in silenzio a guardarmi con quelle sue pupille quasi senza luce. Poi mi abbracciò. Da allora l’ho rivisto raramente e non l’ho più avvicinato.

di Alberto Viviani, Giubbe Rosse, G. Barbera Editore


Alberto Viviani • Nasce nel 1894 a Firenze. Si avvicina da ragazzo al movimento futurista. Studia lettere e musica, diventa violino di spalla all’Arena di Firenze. Collabora a Lacerba e pubblica, nel 1914, una plaquette di versi intitolata “Il mio cuore”. Nel 1915 è ufficiale di cavalleria. Ferito, viene congedato. Si allontana dal futurismo. Pubblica negli anni raccolte di poesie, libri per ragazzi e di fantascienza. Alla storia del futurismo e delle avanguardie contribuirà con due libri di memorie, “Giubbe Rosse” (1933), sul celebre caffè fiorentino, e “Il poeta Marinetti e il Futurismo” (1940) e con il saggio “Dal verso libero all’aeropoesia”, (1942). Muore nel 1973.

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