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Franca Valeri

Franca Valeri passeggia il suo nobile cane Roro III dei King Charles lungo le rive del lago di Bracciano, a Trevignano, dove da qualche anno ha una casa. Sono certo che gli sta parlando, che gli sta dicendo qualcosa, e che poi penserà, ma solo per un attimo, alla commedia dell’israeliano Avraham B. Yehoshua che ha acquistato, e che sta facendo tradurre.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 23 luglio 2000

Franca Valeri passeggia il suo nobile cane Roro III dei King Charles lungo le rive del lago di Bracciano, a Trevignano, dove da qualche anno ha una casa. Sono certo che gli sta parlando, che gli sta dicendo qualcosa, e che poi penserà, ma solo per un attimo, alla commedia dell’israeliano Avraham B. Yehoshua che ha acquistato, e che sta facendo tradurre. La proporrà in autunno, in ambienti fatti di fantasia e di legno compensato che sono da sempre le scene di una vita d’attore, sul palcoscenico di tanti teatri, case sempre variate mentre l’anima no, quella rimane fedelmente la stessa. Un’attrice non ha età. Per il pubblico resta sempre la stessa. E poi quando è nata veramente Franca Valeri?

E’ nata dopo la guerra, nel 1950, perché la Franca di prima si chiamava Alma Franca Maria Norsa, figlia di un importante consigliere d’amministrazione della Breda. La madre era una bella signora, autoritaria e molto elegante, e Franca aveva anche un fratello. Prima della guerra, la famiglia Norsa abitava in un palazzo di via Senato; in seguito andrà a stare poco lontano, in via Mozart 2, nella casa affacciata sul grande giardino con le palle nobiliari dei conti Cicogna. In prima media, Franca Norsa ha conosciuto Silvana Mauri, e sono diventate subito grandi amiche. Lo sono ancora adesso. Allora Silvana e i suoi abitavano in via Cappuccini 2, e la mattina lei partiva da casa con i fratelli Luciano, Fabio e Ornella che si prendevano a cartellate lungo la strada. Passando tirava su la Franca e insieme li accompagnavano alla scuola di via Spiga, che era a quel tempo un borgo quieto profumato dal pane del prestinaio, dove si udiva solo il frusciare delle scope di saggina negli androni, regno di portinaie. Poi le due amiche percorrevano via Fatebenefratelli, che a destra mostrava orgogliosi palazzi nobiliari e a sinistra un piccolo braccio d’acqua che era un quieto corso del Naviglio. Quasi sempre, si fermavano ad acquistare la merenda accanto a un vero mulino con le pale che stava all’angolo di via Borgonuovo. E poi arrivavano al Parini.

La loro classe era composta da futuri colletti bianchi: Vico Magistretti, Augusto Shapira e anche Billa Zanuso, che più tardi mostrerà ottime doti d’attrice col nome d’arte di Billa Billa. Ma nell’aula era Franca la più estroversa e disposta a esibirsi. Sin da piccola, nel salotto dei genitori, imitava gli amici della madre, cogliendone immediatamente il lato comico. Vivissima l’intelligenza e di fuoco il suo segno, quello del leone che la porterà sempre a esporsi e regalarsi con molta generosità, non di rado rimanendone bruciata, ma signorilmente facendo finta di niente. E in classe, quando Silvana veniva interrogata, la Franca inscenava una muta imitazione del cardinale Idelfonso Schuster, finendo per far ridere l’interroganda amica, e facendola espellere dal professore.

Al padre di Franca queste doti recitative non facevano tanto piacere. I Norsa erano ebrei, e già egli pensava che, con l’aria che tirava, non fosse il caso di mettersi troppo in mostra. Con l’avvento delle leggi razziali, poi, difficile frequentare scuole e avere servitù. Per non parlare di salvare capitali. Arrivata la guerra, il padre e il fratello di Franca riuscirono a scappare in Svizzera, mentre lei e la madre trovarono rifugio in due stanze celate da un armadio nell’appartamento. Silvana, che faceva la spesa per loro, ricorda quanto si arrabbiò la signora Norsa, un pomeriggio, quando lei la chiamò a gran voce giù dal cortile per sapere che cosa dovesse acquistare, col pericolo di farle scoprire. Durante la permanenza forzata, quell’Anna Frank milanese che fu la Franca non tenne, credo, un diario. Ma fece molte letture. Forse anche qualche volumetto della “Recherche” nelle sobrie Edizioni Gallimard, che all’epoca erano rare. Poi arrivò la Liberazione, e Silvana si precipitò a liberare Franca dal rifugio, e insieme corsero come due pazze in piazza del Duomo, a saltare e urlare e manifestare i diritti della gioventù ritrovata. Anche se Milano recava ancora cumuli di macerie e tutti i segni dei bombardamenti mascherati a fatica da qualche cartellone pubblicitario, l’atmosfera si presentava carica di promesse.

Franca intendeva recitare a tutti i costi, e recitò. Sotto la guida di Alessandro Fersen, recitò in una chiesa sconsacrata in “Lea Lebowitz”; accettò perfino di fare il bassotto del signor Bonaventura, pur di stare accanto a Sergio Tofano. Il padre era sempre più contrario. Franca si chiamava ancora Franca Norsa quando, nel 1948, interpretò “Caterina di Dio”, un dramma scritto da un giovane promettente che la stimava molto, e che si chiamava Giovanni Testori. A Roma, farà l’esame per entrare all’Accademia di arte drammatica. Verrà bocciata. Ma le servirà per conoscere Vittorio Caprioli. E anche Alberto Bonucci, e Luciano Salce. Tutti e tre figli della buona borghesia, tutti e tre più che brillanti. Le piaceva soprattutto Caprioli. Lo ritroverà a Milano, in una rivista della soubrette Maria Maresca.

Tutti e due i ragazzi (Salce era andato in Brasile) pensavano di fare cabaret a Parigi, ma non volevano donne innamorate tra i piedi. Sicché Caprioli presentò Franca a un dirigente della radio. Fu così che nacquero i monologhi della Signorina Snob, che lei stessa si scriveva di notte. E quando un giornalista chiese alla “signorina Franca” come facesse di cognome d’arte, la sua amica Silvana le indicò subito il libro di Paul Valéry che lei teneva tra le mani. Ecco, Franca Valeri nacque in quel momento, e divenne immediatamente popolare. Nel 1950 nasceva anche il Teatro dei Gobbi con Caprioli, Bonucci e la Franca. Venne il successo con “Carnet de notes”. Venne il cinema col Fellini di “Luci del varietà”. E poi “Totò a colori”, e Dino Risi, e le strepitose interpretazioni in coppia con Sordi. Vennero “Il vedovo” e “Il moralista”.

“Quello era un periodo molto vitale e molto fertile. Adesso mi sembra quasi di essere tornata ai tempi del Duce”, dice. Poi con la fine degli anni 50 arrivò la televisione: i varietà del sabato sera, la signora Cecioni. Ma nel frattempo c’era l’amore di sempre, il teatro, e la “Maria Brasca” scritto per lei da Testori. “Le catacombe” e “Questa qui quello là”, due eccellenti commedie, se le scrisse da sé e le rappresentò con Caprioli. Ricordo ancora il suo ingresso in scena al Nuovo di Milano, vestita da Fatina Azzurra. E poi quando, anni dopo, con Alida Valli al termine di una domenicale al Puccini di Milano andammo in camerino a omaggiarla, e lei ci salutò dalla toilette, uscendo in vestaglia rosa dopo uno scroscio di sciaquone, precedendo di poco l’esilarante ruolo in “Utimo tango a Zagarol” di Nando Cicero, il Che Guevara della commediaccia, dove sarà una occhialuta regista alla Wertmüller incaricata di un’inchiesta televisiva dall’eloquente titolo: “Gli italiani al cesso”.

I personaggi di Franca Valeri sono il frutto di una scrittura brillante e colta. Soprattutto la Signorina Snob, col suo funambolismo verbale non lontano dalle invenzioni di un Testori degli anni 70: “Ho fatto la mia brava lista del minimo indispensabile, e adesso of course quella ribelle totale della Ciki sarta, al secolo Cesira, si rifiuta di adombrare le mie membra secondo i miei saggissimi dettami. Effettivamente le mie idee sul vestimentario sono tali da far impazzire una buona sartorella qualunque, ma non la Cikettona che privateggia con tutta gente suissimo”.

Una notte d’estate del 1988. Andrée Ruth Shammah aveva organizzato a Milano, sotto il ponte della Ghisolfa, un omaggio a Giovanni Testori. Nelle luci trasparenti di una notte di luglio, la Franca è entrata in scena su una vecchia Fiat, sbucando dal sottopasso del ponte. Rappresentava, così come voleva Andrée, la “custode della memoria”. Ha dialogato con la Gilda del Mac-Mahon, ha ricordato la Maria Brasca di cui è stata la prima interprete, ha introdotto la Teresa e la Mabilia che erano state amate dal Gianni, e col suo eterno caschetto di capelli inventato da Vergottini negli anni Sessanta e da lei mai più abbandonato, è stata agli occhi di tutti la vera testimone e custode di un momento di altissima poesia tutta milanese. Una madame Molière, autrice di una impagabile e immortale serie di donne.

“La mia ultima cuoca, pensi, prima di andarsene mi ha lasciato la ricetta di un consommé: ‘Il sugo di mezzo limone, un bicchiere di champagne, una presina di coscienza...’, e adesso ho il dubbio se sarà sale o pepe”. Le sue donne monologanti sono tutte delle solitarie, e Franca Valeri le racchiude in sé, tutte quante, come la matrioska più grossa comprende le più piccine nelle scatole interiori, sublimando l’idea stessa della solitudine femminile, rendendola essenziale, mitica. Le donne di Franca attendono chi non arriva, sono delle Penelopi incattivite, delle Cassandre inacidite, delle Medee infuribondite dal talamo vuoto, delle Minerve così tanto più intelligenti dei loro uomini da farli scappare a gambe levate per evitarne le ire.

di Miro Silvera

In breve

Franca Norsa, in arte Franca Valeri, è nata a Milano il 31 luglio 1920. Ha iniziato a recitare subito dopo la guerra, è diventata famosa con il personaggio radiofonico della Signorina Snob. Con Vittorio Caprioli e Alberto Bonucci ha fondato il Teatro dei Gobbi. Ha scritto commedie e monologhi per il teatro, ha interpretato 43 film, ha firmato regie di opere liriche. Dal 1957 a oggi, è apparsa in televisione in innumerevoli varietà, “originali” e sit-com. Per la tv ha inventato un altro personaggio popolarissimo, la signora Cecioni.

Miro Silvera è autore di romanzi e racconti, scrive di cinema, di costume e di personaggi su numerose testate. 

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